CAPITOLO OTTAVO
Sullo scorcio di quel giorno il signor Michele si trovava nella condizione di un generale, che senz'aver vinto la battaglia crede però di essersi assicurate le posizioni che gli renderanno più facile la vittoria il domani. Egli aveva fatto prodigi. Convinto che gli nuoceva presso la Matilde il saperlo padre d'un figliuolo grande e grosso, egli voleva mostrarle che conservava tutto il vigore, tutta l'elasticità di un giovinotto. La mattina, accompagnando a piedi la signora Amalia e la Matilde in una gita sull'asino sopra un colle vicino alquanto ripido e sassoso, egli aveva maravigliato l'asinaio per la celerità del suo passo sicuro e la spigliatezza de' suoi movimenti, e aveva sorpreso più volte la Matilde intenta a guardarlo con una certa compiacenza.
Più tardi il Martelli gli procurò contro voglia un maggiore trionfo.
—Come va l'equitazione?—chiese lo zio alla nipote.
—Male—risposero ad una voce la ragazza e sua madre. E quest'ultima continuò:—Bisognerà vendere Lilì perchè non c'è caso di montarla. Ha rovesciato lo stalliere e Matilde, e io non voglio che nessuno ritenti la prova.
—Oh—disse il Martelli, che passava per un discreto cavallerizzo.—Volete vedere ch'io domo questo bucefalo?
—No, no—sclamarono le due donne—andrai certo con le gambe all'aria.
Questa soluzione tutt'altro che eroica solleticava pochino la vanità dello zio di Matilde, che avrebbe battuto ritirata assai di buon grado, ma venne l'Arsandi a rianimare il suo coraggio.
—Orsù, Gustavo, se non ci riuscite voi, mi ci sperimenterò io...
—Ah mio caro—replicò questi ferito nel suo amor proprio—se non ci riesco io, credo che nemmen voi farete miracoli.
Le signore si opposero fiaccamente. Esse avevano ormai una certa curiosità di vedere come sarebbe andata a finire questa specie dì sfida.
Ma concordi in ciò, non erano punto all'unissono nei loro voti. La signora Amalia aveva il maligno desiderio di contemplare il petulante suo ospite lungo disteso sull'erba del prato, la Matilde invece gli augurava un pieno trionfo.
Quando lo stalliere ebbe l'ordine di sellare la riluttante Lilì, egli scrollò il capo con un risolino sardonico.
—Vorranno almeno cascar sul molle?—egli disse.
—Sì, sì, sul prato—rispose la Matilde che aveva dato gli ordini.
—Ma si sciupa l'erba—osservò il giardiniere ch'era lì per caso.
—Meglio l'erba che il collo—soggiunse sentenziosamente Marco, un giovinetto che serviva di sostituto al cocchiere.—Non è vero, padroncina?
La Lilì era una bella bestiuola di pelo bigio picchiettato di bianco. Non si sarebbe creduto a primo aspetto ch'ella fosse così indomita; si lasciava avvicinare, lisciare, palpare senza dare il minimo segno d'impazienza. Tollerava anche la sella, ma non tollerava il cavaliere.
—È questo l'animale feroce?—chiese il Martelli tostochè vide la Lilì.—E dove la conducono?
—Qui davanti, sull'erba—rispose la signora—È condizione sine qua non.
—Bah! Che paure ridicole!
—Gustavo, non fidarti.
—Ma se pare un agnellino?
—Latet anguis in herba... Non va bene, professore?—soggiunse la vedova indirizzandosi al Benvoglio che si avvicinava per godere anch'egli dello spettacolo. Il professore teneva l'occhialino sul naso e componeva le labbra a un sorriso di approvazione.
—Va benissimo, signora Amalia, va benissimo. Lei potrebbe imparar tutto... Ma bravo, signor Martelli, domi lei questo quadrupede. Sono esercizi pegli uomini e non per le signorine:
Pera chi osò primiero
Discortese commettere
A infedele corsiero
L'agil fianco femmineo,
come cantò il nostro Foscolo.
Intanto il signor Gustavo si era avvicinato alla bestia. Lo stalliere rideva sotto i baffi, il signor Michele osservava tutto in silenzio affine di poter trar partito dell'esperienza del suo competitore se per avventura questi faceva un capitombolo. La Matilde, che mostrava una certa inquietudine, si avanzò uno o due passi sul prato, sollevando i lembi del vestito e lasciando in questa maniera veder due piedini d'angiolo, supposto che vi siano angioli e che gli angioli abbiano piedi.
—Ah eccomi!—gridò il Martelli in aria di trionfo appena fu in sella. Ma non aveva ancora finito l'esclamazione che la Lilì, alzando con un salto poderoso le zampe posteriori, ritirando le orecchie e abbassando il capo in modo da formare un ripidissimo piano inclinato, lo aveva già fatto scivolare sull'erba con la maggior grazia che si possa immaginare.
—Ti sei fatto male, Gustavo? Ti sei fatto male, zio?—chiesero la signora Amalia e la Matilde frenando a stento la gran voglia che avevano di ridere. Quanto allo stalliere e al professore Benvoglio, essi ridevano davvero. Il solo Arsandi era impassibile.
—Male no—rispose il Martelli che si era anche alzato e si palpava qua e là—male no, ma in nome di Dio, perchè non avvertire che il cavallo aveva questo vizio?
—Scusi—osservò lo stalliere a cui pareva diretto questo rimprovero.—Ella era così sicuro del fatto suo.
—E poi—soggiunse la Matilde—non bisogna mica credere che la Lilì usi sempre lo stesso metodo. A me, per esempio, mi ha rovesciata dalla parte opposta.
—Bisogna ch'io muti vestito—rispose Gustavo guardandosi i calzoni.—Sono verde come una lucertola.
—Fino al polsini—notò la Matilde.
—Già, ho dovuto pur ripararmi mettendo le mani avanti.
—Oh povero zio, povero zio!
—Non mi canzoni, bricconcella. Adesso ne vedrà un altro con le gambe all'aria. Amico Arsandi, volete rinunziare alla partita?
—Nemmen per idea.
—Badi, badi—disse la ragazza combattuta tra la paura ch'egli finisse col farsi male e il desiderio di vederlo uscir vittorioso dalla prova.
—Eh! il cavaliere Arsandi è un uomo troppo valoroso da ritirarsi dinanzi a un pericolo—osservò il professor Benvoglio che sperava di veder per terra anche l'antipaticissimo signor Michele.
—Non mi ritirerei se non in un caso—replicò questi—che il professore volesse montare in vece mia.
—Discorsi senza sugo—brontolò il Benvoglio facendo due passi indietro.
La Lilì s'era intanto ricomposta alla solita calma. Ella era in mezzo al prato, ritta sui garretti, con la testa immobile e con l'aria mite e benevola della più docile bestia del mondo.
—Ah gesuitessa!—mormorò lo stalliere passandole la mano sulle orecchie.
In un batter d'occhio il signor Michele inforcò il malfido animale. La Lilì rinnovò immediatamente la manovra che le era così ben riuscita col suo primo cavaliere; poi, vistasi fallire il colpo, cambiò tattica e s'impennò sulle zampe posteriori, tantochè il signor Michele, per non perdere l'equilibrio, dovette piegarsele vivamente sul collo. Superata la seconda crisi non fu però vinta la lotta, chè il cavallo ricorse a tutte le insidie e a tutte le sorprese le quali valessero a liberarlo dall'incomodo fardello.
Gli spettatori seguivano con attenzione intenta le vicende di questo duello, la signora Amalia un po' inquieta, la Matilde un po' pallida, il Martelli, il Benvoglio e lo stalliere animati dall'umano desiderio che il signor Michele pagasse il fio della sua tracotanza.
Il professore continuava ad evocare le sue ricordanze classiche:
Ardon gli sguardi, fuma
La bocca, agita l'ardua
Testa, vola la spuma...
Dopo un paio di minuti la battaglia fu decisa. La Lilì s'accorse che aveva trovato una mano capace di domarla, e ansante, molle di sudore, ristette da ogni ulterior resistenza. Il signor Michele la condusse fuori dello strato erboso sopra uno dei sentieri di ghiaja, e tenendo le briglie con una sola mano si levò con l'altra il cappello a modo dei cavallerizzi, e salutò cortesemente il suo pubblico, quindi mise al trotto il quadrupede.
—Bravo! bravo!—esclamarono tutti con un entusiasmo più o meno sincero. E la Matilde, che di pallida s'era fatta rossa, si avvicinò alla signora Amalia senza perder d'occhio il bel cavaliere e le disse:—Ah mamma, non mi darai mica ad intendere che il signor Michele abbia il busto!
Il primo momento che il Martelli e sua sorella furono soli, sicuri che la piacevole compagnia del professore Benvoglio impediva al cavaliere Arsandi e alla Matilde un pericoloso tête-à-tête, si guardarono in viso con aria contrita.
Gustavo ruppe per primo il silenzio.
—Nous sommes enfoncés, sorella mia gentilissima. Il nemico guadagna terreno continuamente.
—Pur troppo—rispose la vedova.
—Sei disposta a diventar suocera del cavaliere Arsandi?
—Nemmen per idea.
—Allora licenzialo. In fin dei conti sei in casa tua.
—È presto detto. Come si fa?
—Ci vuol tanto? Lo chiami a te e gli ricordi tre cose. Primo, che venticinque anni addietro egli spasimava per i tuoi begli occhi; secondo, che egli potrebbe esser padre, per l'età, della Matilde; terzo, che egli è vedovo e ha un figliuolo grande e grosso; tre eccellenti ragioni, mi pare, per levargli il ghiribizzo di far la corte sul serio a mia nipote. Che se poi vuol soltanto amoreggiarla per passatempo, egli può rivolgersi altrove... In ambo i casi, credo, tu sei nel pieno diritto di mandarlo pei fatti suoi...
—Già voi altri uomini vi fate tutto facile—replicò infastidita la signora Amalia.
—E allora rassegnati. Il cavaliere Arsandi è un bell'uomo, è ricchissimo, è pieno di spirito, cavalca a maraviglia, si arrampica pei monti con l'agilità di un camoscio; egli renderà felice tua figlia.
—No, no, mille volte no... Gli è che non vorrei pigliar questa faccenda in epico,... non vorrei venire a troppe spiegazioni con la Matilde,... mi piacerebbe invece che quel petulante subisse uno smacco.... Ma non avevi un'idea?
—Eh se potesse riuscir quella, sicuro che il messere sarebbe menato pel naso come si deve... Ma chi sa se riesce, e poi chi sa se tu l'approvi?
—Via, fammela conoscere.
—Ecco—principiò il Martelli, ma siccome mentr'egli parlava comparve la Matilde, i due interlocutori si ritirarono fuori degli occhi di tutti, perfino dell'autore, il quale può dirvi soltanto che al termine del colloquio la signora Amalia era molto gioviale.
A pranzo Gustavo annunziò che doveva partire quella sera stessa e che sarebbe tornato il posdomani. Andava, egli disse, a Treviso per una faccenda.
—Siamo d'accordo—gli bisbigliò all'orecchio sua sorella mentr'egli saliva in carrozza.—Il telegramma vuol dire che non verrai solo.
—E c'incontreremo?
—Nel luogo inteso... Ma tu bada alla giornata di domani...
—Non dubitare.