CAPITOLO SETTIMO


Dopo avere impartito tutte queste ammonizioni tra il serio ed il faceto, Gustavo si incamminò rapidamente verso la camera ch'egli soleva abitare in casa di sua sorella. Ma era destinato che quella mattina egli non potesse fare il piacer suo, perchè mentre saliva una scala s'imbattè nel signor Michele che ne scendeva canterellando, lindo, fresco e sorridente come uno zerbinotto.

—Dove andate?—chiese questi dopo scambiati i primi saluti.—In camera vostra? Oibò! Dormirete stanotte. Sono ormai le sette passate, e c'è un sole di paradiso. Facciamo un giro in giardino.—E senz'aspettare risposta il cavaliere Arsandi passò il suo braccio sotto a quello del signor Gustavo, lo costrinse a fare un mezzo giro e lo condusse seco.

—Il mio caro Martelli—ripigliò il signor Michele appena l'altro ebbe cessato da ogni resistenza—come sono lieto di rivedervi dopo otto anni... E come vi trovo bene!

—Eh! Bene fino ad un certo punto... s'impingua... Voi piuttosto avete il segreto della giovinezza eterna... Nemmeno un capello bianco?

—Nemmen uno. E voi?

—Io finirò presto col non aver capelli di nessun colore—rispose il Martelli scoprendosi il capo.—E sì che ho consultato le quarte pagine di tutti i giornali... Ma voi pure, per mantener quella tinta, avrete ricorso a qualche specifico di quelli che figurano sotto l'intestazione Canuti! Canuti! Canuti!

—Siete matto? Insomma che età mi date?

—Via, non mi negherete che io ero un ragazzo...

—Quand'io ero un ragazzo più grande... Nel 49 avevo vent'anni...

—E io tredici.

—Sett'anni di differenza in tutto...

—Eh sì, ma il guaio sì è che pare che voi li abbiate di meno e io di più.

—Oh questo no... Ma è un fatto ch'io mi sento giovane, caro Martelli, giovane di cuore e di membra...

—Si direbbe che la vedovanza conservi meglio del celibato. Ma narratemi un po' come vi venne il pensiero di far questa visita a mia sorella?

—Vi dirò, volli vedere s'ella mi serbava rancore dopo tanto tempo.

—E trovaste?

—L'accoglienza più affettuosa, più schietta, più spontanea ch'io potessi immaginarmi... Ero venuto per poche ore, e scrivo oggi a mio figlio a Venezia che mi tratterrò una settimana.

—Arturo è dunque con voi?

—Sì, ma sarebbe una crudeltà farlo muovere da Venezia; egli è artista, ogni monumento lo rapisce, ogni bel quadro lo esalta, ed egli non sa più avvicinarsi alla finestra della nostra camera da Danieli senza mettere un grido di ammirazione... Ma, passando ad altro, permettenti ch'io mi congratuli con voi di vostra nipote.

—Ci siamo—pensò Gustavo. Quindi con una risatina—Vi piace davvero?

—Ha tutta la bellezza, tutta la grazia di sua madre, più il fascino della gioventù.

—Sì, è simpatica, buona anche, intelligente, un cervellino bizzarro forse... non so che riuscita farà.

—Oh scettico incorreggibile... Farà una riuscita ottima, semprechè trovi un uomo a modo.

—Gli uomini a modo son così rari... E poi la famiglia va diventando a poco a poco una istituzione impossibile.

—Spiegatevi.

—È facile. Le idee sono cresciute in maniera che non vi sono più entrate che bastino. Ogni ragazza, per modesta e discreta che sia, porta seco l'indivisibile compagno del Regno d'Italia, il deficit.

—Esagerazioni. C'è di vero una cosa sola, che la situazione della piccola borghesia è ogni giorno più difficile... Ma vostra nipote può mirare ben più in alto...

—All'aristocrazia forse? Peggio. Fumo senza arrosto. Alla banca? Peggio ancora. Non mi fido dei dividendi.

—A sentirvi, vostra nipote dovrebbe finire coll'andar monaca.

—Dio guardi. Il Parlamento italiano non ha fatto altro di buono che sopprimere le corporazioni religiose. È vero che con la sua logica ordinaria dopo averle soppresse le ha lasciate sussistere. In ogni caso, monaca no.

—E allora?

—Il Signore provvederà. Del resto io c'entro poco. È una faccenda della Matilde e di sua madre. Io non sono che un membro del consiglio di famiglia. Mia sorella ha idee bizzarre. Vuole l'araba fenice. Un bel giovane, ricco, ben educato, intelligente, un poco ambizioso, ecc. Se avete un partito da offrirle, eccola che viene, anzi eccole, perchè c'è pure la Matilde.

—Dove?

—Là, dall'altra parte del giardino—rispose Gustavo segnando col dito.—Non ci vedono perchè sono infatuate a discorrer fra loro. Adesso sono nascoste dietro una macchia di lauri. Ricompaiono un istante... Spariscono di nuovo perchè scendono la collinetta... Fanno certo il giro del lago e quindi non le incontreremo che di qui a tre o quattro minuti... Avete tempo di prepararvi.

La signora Amalia stava scandagliando il cuore di sua figlia. Il dialogo era naturalmente caduto sul nuovo ospite, che la Matilde trovava compito, amabilissimo, un vero gentiluomo, e di un aspetto così giovanile da non potersi comprendere come egli avesse un figliuolo di ventidue anni.

—Eppure è così—replicò la signora Amalia—e non c'è nulla di strano, perchè il cavaliere Arsandi ha i suoi quarantacinque anni sonati.

—Sarà, ma non li mostra. Bisogna dire che l'aria d'Inghilterra mantenga gli uomini così. Guarda lo zio Gustavo, ch'è certo più giovane del signor Arsandi, se non pare invece più vecchio di lui. E il conte Onaldi che sposò la Lina Carenti? Ha ventisei anni ed è tutto cascante e sfiaccolato. E il figlio del dottor Menici che è promesso alla Leonora Raboni? Pare un baco da seta.

—Verissimo, ma non bisogna prendere per buona moneta la freschezza degli uomini maturi. Gran pomate, mia cara, gran tinture, e se occorre anche il busto per tenersi ritti.

—Il busto!—esclamò ridendo la ragazza.—O che ci hanno da fare gli uomini del busto? E che anche il signor Arsandi?...

La cosa sembrava così comica alla Matilde, ch'ella non riusciva a frenare la sua ilarità. Evidentemente sua madre aveva toccato il tasto giusto e il signor Michele era perduto nell'opinione della ragazza se non era in grado di scagionarsi delle accuse fattegli dalla sua antica amante. Ma come scagionarsene se non le conosceva?

Svoltato un sentieruccio tortuoso e coperto, le due signore erano entrate in un viale di tigli lungo il quale si avanzavano il signor Michele ed il signor Gustavo.

—C'è anche lo zio?—disse la Matilde a sua madre.—Non s'era ritirato nella sua camera?

Quindi senz'attendere risposta gli corse incontro, gli porse ambe le mani e si lasciò baciare sulle due guancie.

—Beati gli zii!—pensò il signor Michele. Poi fece anch'egli i suoi saluti, e vide o credette vedere nella Matilde una certa aria sospettosa che lo turbò alquanto.—La mia paternità mi ha rovinato—egli disse fra sè.

Intanto era sopraggiunta la signora Amalia. Indossava un elegantissimo abito di alpagà grigio a sgonfietti con guarnizioni d'una tinta più oscura; in testa s'era acconciata con artistica negligenza un fisciù di lana rossa che faceva spiccare il bruno colore de' suoi capelli. La Matilde invece aveva un vestito di percalle a fondo bianco con righe celesti e un nastro pure celeste alla cintola; portava un cappellino rotondo di Firenze con fiori di campo. Nessun altro ornamento alla sua persona che si disegnava così in tutta la giusta proporzione delle membra.

—Per bacco! Siete due figurini—disse il Martelli rivolgendosi alle due donne.—Anche l'amico Arsandi è azzimato come un lion. Non ci sono che io in una toelette indecorosa. Vi saluto e vado in camera a provvedere alla mia riputazione.

Con queste parole si accomiatò dalla brigata. La signora Amalia lo seguì per alcuni passi e gli chiese—Hai capito nulla?

—Mi pare che tu non abbia tutti i torti—egli rispose—ma vedremo più tardi.

Entrato in casa, trovò nel salotto terreno il professor Benvoglio steso su una poltrona con un libro in mano.

—Oh signor professore, come va?—disse Gustavo.—Sempre fresco già, sempre galante. E perchè non scende in giardino con questo bel tempo?

—Scenderò or ora. Ho l'abitudine di non uscir mai senza essermi prima ristorato con una buona lettura.

—Eccellente abitudine. E che libro legge?

—Oh non son libri per loro signori che vanno in cerca di novità... Vecchiumi, roba da rigattieri.

—Via, mi lasci vedere.—E con gentile violenza prese di mano il volumetto al titubante professor Benvoglio.—Oh che bel titolo! E che lungo! Quasi più lungo del libro. Di alcuni modernuzzi e tisicuzzi scrittorelli di cianciafruscole all'uso francioso, per Antonluigi Ceccherillini, accademico della Crusca, ecc. ecc.

—Io sono innamorato sopratutto—soggiunse il Benvoglio ripigliando il suo libro—della perizia con cui l'autore maneggia il participio. Datemi il participio, e vi darò lo scrittore, diceva...

In quella entrò nel salotto un cameriere con un servizio di caffè e latte, burro e panini abbrustoliti, e il professore Benvoglio, interrompendo il suo dotto discorso, si affrettò verso la tavola ov'era stata deposta tutta questa grazia di Dio.

—Oh professore, la lascio a ristorarsi con la sua lettura—disse con aria ironica il signor Gustavo. E uscì dalla stanza.

—Motteggiatore insopportabile!—brontolò il Benvoglio!—Non c'è proprio più gusto a stare in questa villa. Non c'è proprio più gusto—egli ripetè, immollando nel caffè e latte il primo crostino.