CAPITOLO SESTO
—Bellissimo uomo quel forestiero!—disse la cameriera della signora Amalia, mentre aiutava la sua padrona a spogliarsi.
—Sì—rispose con piglio indifferente la vedova—è ben conservato.
—Ma, scusi, quanti anni può avere? Trentasei o trentasette al più.
—Con la coda... Ne ha quarantacinque....
—Mi canzona? Quarantacinque.... Oh allora poi....
—Ebbene?
—Nulla... Una mia fantasia... Nulla, nulla.
E si mise a ridere.
—Sentiamo questa fantasia—insistè la signora un po' infastidita.
—Oh una sciocchezza... Cose che non si sa nemmeno come vengano in capo... Quasi quasi supponevo che potesse essere un partito per la signorina..
—Per la Matilde! Siete matta?.... Quarantacinque anni.... vedovo....
—Anche vedovo?
—Sicuro! E con un bambino di ventidue anni.....
—Madonna santa! Quand'è così....
—Ma vorrei un po' sapere che razza d'idee vi frullino nel cervello.... E su che basi?
—Mi perdoni... Ha ragione Lei... Che vuol che le dica? M'era venuto quel ghiribizzo vedendo che il signore forestiero e la padroncina stavano volentieri in compagnia.
—Furba davvero! Se non avete migliori indizi di questo... Basta, basta; andatevene a letto e tenete la lingua a casa.
Chi si corruccia ha torto, dice il proverbio, e la signora Amalia s'era corrucciata, tanto più che mentre la cameriera le acconciava i capelli da notte, ella aveva visto nello specchio certi riflessi argentini, che piacciono assai più nelle acque di un ruscello che nella chioma di una donna. Ma era dunque possibile? Ma il dubbio che le si era già affacciato allo spirito, aveva dunque un fondamento di verità? E ciò che le pareva assurdo era giudicato naturale dagli altri? E il signor Michele, che era stato in procinto di diventare suo sposo, ardiva adesso, rivedendola dopo venticinque anni, fare il vagheggino a sua figlia? E la Matilde gli dava retta? Oh per poco! Avrebbe ben ella, sua madre, impedito che la fanciulla sciupasse le primizie del suo cuore con un libertino sfrontato! Meno male ch'ella aveva già tirato un colpo a fondo pubblicando ai quattro venti, al cospetto della Matilde, l'età del figliuolo del signor Michele!
Mentre faceva queste riflessioni, la signora Amalia passeggiava su e giù per la camera in pieno déshabillé.
Come si stenta, nel mondo fisico, a trovar corpi semplici, così si stenta a trovar sentimenti semplici nel mondo morale. E direi quasi che ogni nostro sentimento, per diventar forza attiva, ha bisogno di una piccola infusione di sentimenti contrari. Ciò vale soprattutto nei sentimenti più nobili, i quali sono come i metalli preziosi che non resterebbero in circolazione senza una lega di metalli più bassi.
La collera della signora Amalia derivava da una serie di cause. Certo vi aveva il suo posto anche la naturale ansietà della madre. Lo sposo ch'ella vagheggiava per la sua Matilde non viveva finora che nella sua fantasia. Doveva esser giovane, bello, generoso d'animo e gagliardo d'ingegno, e nessuno fra quelli che avevano chiesto o fatto chiedere la mano della ragazza aveva corrisposto al suo tipo. Figuriamoci se poteva corrispondervi il cavaliere Arsandi! Oh! s'egli avesse avuto venticinque anni meno! Ma quando egli li aveva questi venticinque anni meno, la Matilde non esisteva neppure e c'era invece un'altra fanciulla che s'era lasciata affascinare dall'incanto della voce e degli occhi del signor Michele, e aveva sognato con lui il suo primo sogno d'amore. Quella fanciulla era lei, lei medesima, quell'Amalia Nottoli, oggi vedova e madre, com'era padre e vedovo anch'egli. E così, a poco a poco, quasi senza ch'ella se ne accorgesse, la sua persona faceva capolino, e l'orgoglio offeso si metteva a paro con la sollecitudine materna a ordir la tela dei suoi ragionamenti.
Il più difficile era giungere a una conclusione sulla via da tenersi. C'era un partito eroico, quello di prendere a quattr'occhi il signor Michele, fargli intendere la sconvenienza della sua condotta, e dargli pulitamente il benservito. Ma in verità non bisognava nemmeno pensarci. Come licenziare un ospite pella sola colpa di essersi mostrato gentile verso la padroncina di casa? Chi non avrebbe detto che c'era di mezzo un dispettuccio della signora Amalia, punta di non essere corteggiata abbastanza? Mettere in guardia la Matilde dimostrandole sul serio che il signor Michele non era fatto per lei? Sarebbe stata un'imprudenza: da Eva in poi le donne amano il fratto proibito e il cervellino della Matilde non era più sano di quello della sua progenitrice. Restava la cosidetta politica d'osservazione: seguire cioè i passi del nemico senza dar fuoco alle miccie, ma lasciandogli scorgere ch'egli è invigilato. Posto così sull'avviso, probabilmente il signor Michele avrebbe fatto senno e suonato a raccolta.
Queste ultime considerazioni la signora Nottoli le faceva dopo aver già spento il lume, acconciata la testa sul capezzale, e tirate su le coltri in modo da non lasciar fuori che la punta della sua cuffia da notte. E secondo le idee che le frullavano in capo quella punta oscillava con maggiore o minore vivacità. A poco a poco però i movimenti divennero sempre più tardi, come di un battaglio che non arriva a toccare le pareti della campana, sinchè finirono affatto. La signora Amalia aveva preso sonno e russava decorosamente come una donna di quarantadue anni ha il diritto di fare.
Ed ella sognò. Sognò di esser tornata ragazza e di avere a' suoi piedi un bell'artigliere nell'uniforme dei Bandiera e Moro, e di sentirsi bisbigliar da lui le più dolci promesse d'amore, a cui ella rispondeva con le lagrime agli occhi e il sorriso sul labbro. Ed egli copriva di baci la sua mano, quando ad un punto lo sguardo di lui si rivolgeva da un'altra parte, si fissava sopra un'altra immagine. Una giovinetta tanto simile a lei da potersi pigliare in iscambio appariva d'improvviso sulla scena, e con un cenno giunonico del capo chiamava a sè l'artigliere, che non esitava un istante a obbedirle. Non c'era dubbio; quella giovinetta, al gesto, all'aspetto era la Matilde, quell'artigliere era Michele Arsandi. E prima ch'ella potesse lagnarsi del subito ed incivile abbandono le si affacciava un terzo e assai noto personaggio, nientemeno che il signor Nottoli buon'anima. Nè egli si presentava sotto le forme paurose di fantasma, ma con la sua florida apparenza di ecclesiastico investito d'una grassa prebenda; nè alzava il dito e la voce ad ammonire, come si afferma esser costume dei defunti, ma chiedeva assai rimessamente alla moglie che gli saldasse un bottone del soprabito.
In mezzo a questa confusione di date e di individui, di serio e di comico, la signora Amalia si svegliò che già il sole tremolava sul soffitto della sua camera. Ella non aveva ancora finito di stropicciarsi le palpebre quando udì il rumore di una carrozza che entrava in giardino e la voce dello stalliere che diceva: È qui il signor Gustavo.
La signora Amalia, che non s'aspettava l'arrivo di suo fratello così presto, pensò di confidare a lui le sue dubbiezze. Perciò, scese di balzo dal letto, corse alla finestra, aperse lo spiraglio di un'imposta e gridò:—Gustavo! Gustavo!
Il chiamato alzò il capo e veduta la sorella la salutò con la mano soggiungendo—Addio, addio, ci vedremo più tardi. Ho patito la notte e voglio dormire un paio d'ore.
—No—replicò la signora Amalia—dormirai dopo. Mi preme di parlarti. Vieni su un momento, nel mio gabinetto da lavoro. Passo una vesta da camera e sono subito con te.
—Che diamine può aver mia sorella?... pensò il signor Gustavo mentre saliva la scala dopo aver consegnato al cameriere la sua valigia, il plaid e gli ombrelli. Il signor Gustavo era di quattro anni più giovane della signora Amalia, aveva come lei una certa tendenza alla pinguedine, era di statura media con baffi castani e capelli idem, che però cominciavano a cadergli lasciandogli a poco a poco una fronte da pensatore. Ed era cosa a cui egli non teneva punto. Ingegno pronto, vivace, cultura non iscarsa, ma superficiale, era piuttosto un uomo di spirito che un uomo di studio. Avrebbe potuto riuscir deputato, ma preferiva starsene in disparte criticando destra e sinistra. Del resto era un buon diavolaccio e nella sua maldicenza raramente maligno.
La signora Amalia, fedele alla sua parola, non aveva fatto che infilare una vesta da camera.
—Dio buono!—esclamò il signor Michele appena la vide—perchè una signora elegante si presenti in quello stato ad un uomo, sia pur suo fratello, bisogna che ci sia qualche cosa di molto grave...
—Andiamo, Gustavo, sii serio. Debbo chiederti un consiglio. Sai chi c'è qui?
—Quell'amabile creatura del professore Benvoglio, m'immagino. L'ospite inevitabile della tua villeggiatura..... Ah mi viene un'idea, ti saresti decisa di sposarlo?
—Che sciocchezze! Chi parla del professore Benvoglio?
—Ma non è lui che è qui?
—Sicuro, ma ce n'è un altro.
—O chi dunque?
—Indovinalo in mille.
—È inutile, non ci arrivo.
—Michele Arsandi.
—Michele Arsandi!
—Egli in persona.
—È venuto da Londra?
—Già, a meno che non siamo noi a Londra credendo d'essere a Conegliano.
—Hai ragione, sono uno stordito..... Ma adesso capisco tutto..... Egli viene a ridomandare la sposa dopo venticinque anni... Amalia, Amalia, ricordati i versi di Dante:
Questa è colei che s'ancise amorosa
E ruppe fede al cener di Sicheo.....
—Questa mattina tu non capisci proprio nulla...
—Spiegati allora.
—Io sono fuori di questione affatto. Nè il signor Arsandi ha la matta idea di chiedere la mia mano, nè io ho quella più matta ancora di accordargliela.
—Quand'è così, non mi raccapezzo più.
—La mia paura si è—continuò la signora Amalia—che egli voglia prender nelle sue reti la Matilde.
—Mia nipote? Ah tu scherzi! S'egli può esser suo padre.
—Senza dubbio, ma se tu vedessi che aspetto fresco egli conserva.
—Eh me lo immagino. Nel 1866 pareva ancora un giovinotto. È vero che son passati otto anni.....
—Per lui non passano—disse la signora Amalia con un tuono che teneva il mezzo fra l'ammirazione e il dispetto.
Suo fratello le fissò in viso uno sguardo penetrante e leggermente ironico; indi continuò:—Vorrei sapere su che appoggi i tuoi sospetti. Da quanto tempo è qui l'Arsandi?
—Da ieri alle sei.
—Della mattina?
—No, del dopo pranzo.
—E così presto?..... Ah perdonami, voglio ammettere che i veterani della galanteria siano formidabili, ma che in una sera soltanto un nomo possa mettere in pericolo il cuore d'una ragazza, con la quale probabilmente avrà parlato sempre in presenza della madre.....
—Sì certo, ma ha parlato un'ora in inglese...
—Eh via... in ogni modo—rispose il signor Gustavo ridendo—le tue paure non hanno senso comune. Sai una cosa? Tu fai la donna forte, ma non puoi dimenticare l'artigliere del 1849, e i tuoi scrupoli nascono da un tantino di gelosia... Non andare in collera... Son casi che nascono... La madre rivale della figlia, commedia!
—E tu sei sempre un ragazzaccio—ripigliò la signora Nottoli.—Io ti ripeto che non ci entro, che non so che farne del signor Arsandi, ma che non voglio niente affatto ch'egli si metta in capo di corteggiare la Matilde... E che egli abbia questa intenzione si capisce subito...
—Ma come?
—Dio mio! In tutti i modi. È venuto qui ch'io non c'ero. L'ha vista in giardino, ha cominciato, Dio sa con quanta buona fede, a prenderla in iscambio per me...
—Era un complimento anche questo?
—Fratello amabilissimo! Sì, voleva essere un complimento. Poi l'Arsandi fu tutta la sera con la Matilde, giuocarono a scacchi, parlarono in inglese, e anche la mia cameriera ha notato che stavano molto volentieri in compagnia.
—Ma scusa, il signor Arsandi ha intenzione di trattenersi in villa per un pezzo?
—Sono io che l'ho impegnato a rimanervi almeno per una settimana. Non avevo ancora questo spino...
—E a proposito, che ce n'è del suo pargoletto?
—Del figlio del signor Michele?
—Sì, di quello che ho conosciuto a Londra nel 1866. Era già grande e grosso quasi come suo padre.
—È a Venezia.
—È a Venezia con lui e non lo ha condotto qui?
—No. Del resto ciò si capisce. Egli voleva fare una visitina di poche ore... Perchè sorridi? Che ghiribizzo ti frulla in capo?... Forse una nuova impertinenza...
—Tutt'altro... È una mia idea che ti comunicherò più tardi. Intanto lasciami ripetere che tu hai fatto d'un topo una montagna e che non meritava, per questa gran ragione, d'insidiare due ore di sonno a un povero diavolo... Esaminerò io stesso la posizione. Ma bada che se c'è un pericolo per la Matilde, ne hai colpa tu.
—Io?
—Sicuro, col non volere che nessun giovinotto frequenti la tua casa, col rallegrare la tua villeggiatura soltanto della presenza del professore Benvoglio, fai sì che ogni uomo tollerabile paia alla Matilde un portento di bellezza e di amabilità... Basta, non voglio salire in cattedra... Vado invece nella mia camera... E tu pure, sorellina cara, fa un po' di toilette e presentati nella tua ordinaria maestà... Diamine! Il faut frapper l'imagination des peuples, come dice Calcante nella Belle Hélène...