CAPITOLO QUINTO


—Carlo è tornato con la roba del signor Arsandi, che ho fatto portare nella camera azzurra—disse la ragazza. E soggiunse.—Egli trovò poi il fattorino che gli consegnò questa lettera. È lo scritto dello zio...

—Oh, vediamo... Con permesso.

E la signora Amalia si avvicinò al lume e ruppe la busta.

—Oh che bella combinazione!—ella esclamò dopo aver scorso cogli occhi la lettera di suo fratello.—Gustavo mi scrive da Firenze che sarà qui domattina... Ella vede, signor Arsandi, che tutto cospira a farla rimanere con noi... Mio fratello, che non è molto complimentoso, dice sempre che si annoia quando viene a visitarci in campagna. Sarà per lui una sorpresa molto gradevole l'aver modo questa volta di scambiar quattro chiacchiere... Un'altra faccenda per te, Matilde. Farai preparare a tuo zio la sua solita camera. Che avete mai, caro professore?—continuò la signora Nottoli rivolgendosi al Benvoglio, e durando fatica a non ridere.

—Io? balbettò l'interrogato.—Ma io non ho nulla...

Fatto si è che l'arrivo di questi ospiti noiava grandemente l'esimio professore. Se non gli riusciva mai di farsi prendere sul serio dalla signora Amalia quand'era solo con lei, figuriamoci poi quando c'erano degli altri in villa... E il signor Gustavo gli era tanto antipatico. Aveva un tuono così canzonatore, così beffardo.

—Ebbene signor Michele—ripigliò la padrona di casa—se vuol prender possesso della sua camera, chiamo subito il servo affinchè l'accompagni. Ivi ella troverà anche carta, penna e calamaio per iscrivere a Venezia che le mandino l'occorrente per un lungo soggiorno nella mia villa.

Il signor Michele si diffuse in ringraziamenti e in proteste circa alla sua impossibilità di trattenersi molto in campagna. Quanto al salire nella sua stanza egli non ne aveva punto bisogno in quel momento. A Venezia avrebbe scritto più tardi.

Si aperse la porta a vetri che dava sulla gradinata ed entrarono due nuovi personaggi.

—Il dottor Gerolami, il signor Nerini, giudice del Tribunale—disse la signora Amalia a modo di presentazione.—Il mio vecchio amico, signor Michele Arsandi. Scusi, titoli non ne ha nessuno?

—Oh—rispose ridendo l'Arsandi—il Governo italiano mi ha fatto cavaliere... Uno dei tanti.

—Presento dunque il signor cavaliere Arsandi.

Il giudice Nerini che non era ancora uno dei tanti guardò con aria d'invidia questo signore dall'aspetto di forestiero che era già insignito di un ordine cavalleresco italiano.

—Il cavaliere Arsandi fu uno dei difensori di Venezia nel 1848-49—soggiunse la signora Nottoli.

—Oh!—fecero il dottore ed il giudice chinandosi. Indi salutarono come una vecchia conoscenza il professore Benvoglio che rivolse loro un sorriso benevolo e scrollò il capo in modo espressivo.

—Signor Michele—ripigliò la padrona di casa—sa giuocare a tresette?

—No, punto; non conosco nemmeno le carte.

—Me ne dispiace. L'avrei fatto giuocare con questi signori. Invece toccherà giuocare a me... E se si trattasse d'una partita a scacchi con la Matilde?

—Ben volentieri—rispose con premura il signor Arsandi—gli scacchi furono sempre la mia passione.

—Oh allora—sclamò con viva soddisfazione la giovinetta—lei mi spiegherà un problema che c'è nell'ultimo numero dell'Illustrazione inglese.

—Come? È abbuonata all'Illustrazione inglese?

—Sì, la mamma mi ci ha abbuonata questo anno.

—Dunque sa la lingua?

—Un poco, ma non ho mai occasione di fare esercizio.

—Ebbene, parli adesso con me.

—Oh Dio buono, sentirà quanti spropositi.

—Non importa: tanto bisogna farsi coraggio.

—Or ora vado a prendere lo scacchiere e il giornale e torno.

E la vispa ragazza uscì di corsa dal salotto.

Gli altri quattro personaggi si erano messi intanto al tavolino da giuoco.

—Sentite caro professore—diceva la signora Amalia al Benvoglio—vi raccomando di non pigliar le cose troppo in epico, perchè io non intendo mettermi a giuocare a tresette col raccoglimento con cui mi accingerei a studiare un problema di matematica... se sperassi di capirne qualche cosa. Vi do per compagno il dottore. Io giuocherò col signor Nerini. Mi prenda come sono e non si scandolezzi delle mie distrazioni.

—Debbo esserle avversario?—mormorò in tuono compassionevole il professore.

—Già, spero che non morrete per così poco.

—Ecco—disse la Matilde che tornava in salotto facendo portare dietro di sè un altro tavolino con suvvi lo scacchiere e un numero dell'Illustrazione.—Qui, mettete due sedie e accendete due candele—ella soggiunse, rivolgendosi al servo. Indi spiegò il giornale.—Guardi un po' signor Arsandi, il nero dà scacco in cinque mosse. Lei prenda il bianco, perchè voglio dar scacco matto io, ma prima mi sono provata da me e non ci ho capito nulla.

—Adesso vedremo—rispose il signor Michele—ma a patto che mi parli in inglese.

La Matilde cominciò con qualche stento ma non senza grazia a cinguettare nella lingua di Byron, e il signor Arsandi le spiegò in poche parole il problema dell'Illustrazione, aggiungendo poi un'infinità di cose gentili all'indirizzo della giovinetta con una varietà di frasi e una disinvoltura che mostravano la sua molta perizia nell'idioma della sua seconda patria. A chi vinca la prima ritrosia non c'è quanto il parlare in una lingua straniera per dire o lasciar dire certe cose che nella lingua propria non si direbbero o non si vorrebbe fossero dette. È un modo di fare esercizio.

E così la Matilde imparò le molte maniere con cui si può dire in inglese ad una fanciulla che la si trova eminentemente garbata e simpatica, imparò le voci più appropriate ad esprimere la tinta e la curva particolare de' suoi capelli, imparò, assai meglio che dalla grammatica, la esatta differenza tra le parole pretty, handsome, beautiful, raggranellò infine una buona somma di cognizioni filologiche, senza contare la descrizione fattale dal suo interlocutore dei costumi delle strade e dei monumenti di Londra. Ella interponeva qua e là alcune frasi, rideva di cuore quand'era avvertita di un grosso sproposito e quando il signor Michele, sempre allo scopo di addestrarla nelle difficoltà della lingua, le spiattellava un complimento troppo sonoro.

—Mi congratulo de' tuoi progressi—disse dopo un certo tempo la signora Amalia alla figliuola—ma mi pare che ormai potreste ripigliare il vostro dialogo in italiano... anche per non offendere l'orecchio greco del professore Benvoglio.

Napoletana di spade!—gridò il professore spiegando le sue carte a ventaglio. Indi prese tabacco e soggiunse con la sua gravità consueta:—Confesso che quegli accenti gutturali mi urtano i nervi.

—Carino!—mormorò la Matilde che invece trovava l'inglese un idioma armoniosissimo. Con la fissazione che aveva sua madre di vivere in un guscio, ella non aveva mai provato la compiacenza di sentirsi far la corte nella sua lingua. Perchè non doveva lasciarsela fare in inglese?

Il signor Michele e la giovinetta ripresero di malavoglia il loro dialogo in italiano, ma non era più la stessa cosa. Non più quello scoppiettìo di domande e risposte, non più da parte della Matilde quei graziosissimi errori di pronunzia e di sintassi, e da parte del signor Arsandi quelle correzioni piene di garbo e di benevolenza, non più le frasi lusinghiere, non più le allegre risate. Si mieteva nel campo neutro della stagione, del clima, dei passatempi della villeggiatura, della malattia del baco da seta e della crittogama. Di tratto in tratto la conversazione languiva e c'era qualche secondo di silenzio.

—Pare che non abbiate spirito altro che in inglese—osservò la signora Amalia che pure attendendo alla sua partita non perdeva d'occhio la figlia.

Questa osservazione venne a cadere in un momento nel quale la Matilde e il signor Arsandi si occupavano in silenzio di una operazione di calcolo mentale.

—Quanti anni avrà questa ragazza?—almanaccava fra sè il signor Michele.—Forse non più di diciassette o diciotto, ma forse potrebbero essere anche venti.

La giovane intanto speculava così:—Venticinque anni fa il signor Arsandi era in Venezia come volontario. Quanti anni avrà egli avuto in quel tempo? Pochi assai, perchè ho sentito dire che la maggior parte dei volontarî del 48 erano adolescenti... A ogni modo non meno di sedici... Potrebbero essere stati anche diciotto, diciannove, ma non è credibile; saranno stati sedici... Venticinque e sedici fanno....

Sembra che la somma non persuadesse molto la Matilde, perchè co' suoi bei dentini ella si morsicò il labbro di sotto.

—È verissimo!—disse il signor Michele rispondendo pel primo alle parole della padrona di casa—e se la signora Amalia lo desidera, io torno ad aver spirito in inglese...

—Quando si dice le combinazioni!—replicò vivamente la signora Amalia—è una lingua di cui non capisco una parola... Via, via, adesso usciremo un poco in giardino a veder la luna, e chi sa che la casta diva non la inspiri anche in italiano.

I giuocatori regolarono i loro conti. Il giudice Nerini guadagnava 50 centesimi, ciocchè per un magistrato del Regno d'Italia non è cosa indifferente. Il professore Benvoglio che perdeva altrettanto sborsò il grosso peculio brontolando e attribuendo la sua cattiva fortuna di quella sera allo stupido cicaleccio del forestiero. Egli sentiva di non poterlo soffrire, ma era troppo prudente per attaccar lite con lui. Anzi, avvicinatoglisi con piglio piuttosto amichevole un momento in cui le due donne erano passate nella stanza attigua per prender qualche cosa onde coprirsi il capo, gli bisbigliò sotto voce:—La signora Amalia ha l'idea fissa di questa passeggiata notturna. Ella crede che la sua villeggiatura sia un paradiso, ma io so invece che la è un'aria da febbri, sopratutto per chi non ci sia abituato...Ma guai a dirlo alla signora Nottoli; ella va in tutte le furie...Perciò mi raccomando, non mi comprometta.

Il buon professore sperava in questo modo d'indurre l'anglo-sassone, com'egli lo chiamava in tuono dispregiativo, ad abbreviare il suo soggiorno in casa Nottoli.

La signora Amalia e la Matilde tornarono ben presto ravvolte in due mantelli bianchi col cappuccio guernito di rosso. Erano entrambe assai belle e attraenti, tantochè il professore Benvoglio si sarebbe gettato volentieri ai piedi della madre e il cavaliere Arsandi a quelli della figliuola. Per buona ventura essi frenarono i loro impeti cavallereschi.

—Coraggio, signori,—disse la padrona di casa,—mettano i loro soprabiti e i loro cappelli.

—Non prima ch'io mi sia assicurato del suo braccio—sclamò il professore slanciandosi verso di lei.

—Scusate—ella rispose—questo privilegio tocca oggi all'amico che non vedevo da venticinque anni... anche se per avventura egli non se ne mostra troppo sollecito.

Le ultime parole erano indirizzate all'Arsandi, il quale calcolava invece di offrire il braccio alla Matilde ed accolse quindi con mediocre entusiasmo il cortese invito della sua antica fiamma.

La signora Amalia si mise a ridere.—Chi lo avrebbe detto, sempre in quei nostri tempi preistorici, che venticinque anni dopo ella si sarebbe fatto pregare ad esser mio cavaliere?

—Ma che pensa mai?...

—E allora—ella continuò senza dargli retta—io la conducevo con la punta del dito mignolo... Ma! Come mutano i saggi!

—Creda pure, signora Amalia, che io...

—Che lei non ha mutato... Sarebbe curiosa. È vedovo; ha un figliuolo di ventidue anni, e vorrebbe non aver mutato? Badi, signor Michele, con la corteccia bisogna mutare anche il midollo.

—Come? Non le sembra che il cuore possa rimaner giovane?

—Oh! Giovane sì, ma non di quella giovinezza spensierata che si cura soltanto dell'oggi; bensì di quella giovinezza virile che si rende conto delle proprie azioni, e che non ischerza coi sentimenti altrui....

—Mi spieghi meglio....

—Zitto, zitto... Bisogna confortare il professore Benvoglio... Andiamo, professore, non istia così ingrugnato... Venga qui... E la Matilde ov'è andata?

—Ci ha preceduti in giardino.

Infatti la ragazza era corsa avanti per paura che il professore Benvoglio avesse il ghiribizzo di mettersele al fianco.

L'aria era mite, la notte bellissima, i rosignoli gorgheggiavano fra gli alberi, e i gelsomini e le tuberose spandevano intorno soavi fragranze; ma tutti gli incanti della natura non bastavano a dissipare la musoneria che si era stesa sulla comitiva. Nessuno pareva trovarsi a suo agio. Il dialogo tra la signora Amalia e l'Arsandi cadeva ad ogni momento; il professore, mortificato della ripulsa della sua dama, tentava invano di riappiccare il discorso recitando a mezza voce l'anacreontica del Vittorelli Guarda che bianca luna—il giudice e il medico parlavano, brontolando, della tassa di ricchezza mobile e del caro dei viveri. La Matilde, sola, sulla cima d'una collinetta artificiale, contemplava la luna specchiantesi nelle acque limpide di un piccolo lago.

La padrona di casa chiamò a raccolta sperando che la cena facesse ritrovar una parte del buon umore smarrito. Ed ella non s'apponeva a torto, perchè la vista d'una tavola bene apparecchiata rinfrancò gli spiriti, e l'arrivo della geniale polenta coi beccafichi riuscì perfino a spianare la fronte corrugata del professore Benvoglio. Quanto all'Arsandi rimane dubbio s'egli si rasserenasse per l'arrivo dell'appetitosa vivanda, o per quello quasi contemporaneo della bella Matilde. Fatto si è ch'egli tornò espansivo, loquace, pieno di premure per la signora Amalia che gli sedeva a fianco e per la figliuola di lei che gli stava di fronte, pieno di tolleranza anche pegli aneddoti e per le citazioni latine del professore Benvoglio.

—Ah signor Michele! Un'ammirazione così entusiastica pe' miei arrosti e appena qualche parola di elogio pel mio giardino!—sclamò a mezza voce la vedova mentre il suo ospite andava in estasi pei beccafichi.—Capisco, che gli entusiasmi gastronomici sono propri dell'età più matura.....

—Donna implacabile! Io le assicuro che il suo giardino mi è piaciuto infinitamente...

—Che! Non ci ha nemmeno badato... Oh se ci fosse stato qui il suo figliuolo, che è artista.....

—Come?—interruppe la Matilde, la quale aveva côlto queste ultime parole.—Il signor Michele è ammogliato?....

—Son vedovo—rispose costui facendo, come direbbero i Francesi, bonne mine à mauvais jeu.

—Vedovo con prole—soggiunse la signora Amalia.

—Sì, ho un figlio...

—Un ragazzo di ventidue anni.

La Matilde avvallò gli occhi nel piatto.