CAPITOLO PRIMO
In un compartimento di prima classe, sulla linea Torino-Venezia, viaggiavano un giorno dell'autunno 1874 tre uomini soli. Fra due di essi vi era una singolare rassomiglianza, temperata dalla differenza di età, che nell'uno poteva essere di quarantacinque anni al più, nell'altro di 21 a 22. Erano evidentemente padre e figlio, bellissime persone entrambi, vestite con semplicità signorile ed elegante. A studiare il carattere delle loro fisonomie, pur così somiglianti, si sarebbe venuti alla singolar conclusione che il padre aveva un tipo italiano con qualche mistura d'inglese, il figlio un tipo inglese con qualche mistura d'italiano. E quest'ultimo infatti rispondeva talvolta in inglese alle interrogazioni che gli venivano fatte, o, se rispondeva in italiano, il suo linguaggio era correttissimo ma non spedito.
A ogni modo, il dialogo fra essi non era molto animato. Il giovane teneva per lo più la testa fuori del finestrino ricevendo in faccia con visibile compiacenza il vento che agitava la sua abbondante capigliatura. Quando ritirava il capo entro la carrozza, egli sfogliava un album di disegni a lapis, oppure un romanzo della collezione di Tauchnitz, e lasciava che suo padre discorresse a suo agio col terzo viaggiatore.
Di questo non vale la spesa che noi ci occupiamo a lungo, giacchè non avremo da star con lui che pochi minuti. Era un ometto di mezza età, assai rubizzo, assai lindo, assai officioso, che trovava un gusto matto a rispondere alle domande del suo interlocutore, a prevenirle anche, a mostrarsi persona molto bene informata e molto bene accetta io società.
—Sicuro, sicuro—egli disse a un certo momento, ripigliando dopo una breve pausa un discorso già avviato da un pezzo—Eugenio Nottoli è morto da due anni, e la signora Amalia vive con la figliuola.
—I vecchi Martelli devono esser morti anche loro?
—Oh sì, da lungo tempo.
—Lasciando una fortuna?
—Non mica molto. Il più è il palazzo a San Giovanni e Paolo.
—Eh lo conosco benissimo....... Fui ospite colà per dieci mesi... la signora Amalia lo abita?
—Lo ha ereditato insieme al fratello, e abita il primo piano.
—Il fratello l'ho visto a Londra nel 1866. Ha preso moglie?
—Non signore;... del resto egli vive per lo più a Firenze o a Roma.
—E lei visita queste signore quando va a Venezia?
—Chi? La signora Nottoli e sua figlia?..... Ecco,—rispose l'interrogato, combattuto fra la voglia di farsi credere conoscente di tutto il mondo e il naturale impulso a dir la verità.—Frequentarle proprio, no... Ebbi occasione di vederle presso famiglie amiche... Ottime e distinte signore.
—E se la passano bene? La signora Amalia sopporta rassegnata la sua vedovanza?
—Le dirò, il Nottoli aveva fama di essere molto bisbetico...
—E così la sua morte non fu una disgrazia...
—Sa, disgrazia e non disgrazia... Si comincia col piangere ma poi ci si adatta, eh, eh... Una posizione indipendente, età ancora fresca...
—Eh—osservò l'altro facendo un conto mentale—devono essere quarantadue o quarantatre anni.
—Saranno, ma li porta bene... È sempre una bella donna. E lei, scusi, non la vede da...?
—Dal 49. Non son più tornato a Venezia... Allora, come le narrai, ero ospite nella casa paterna della signora Amalia.
—Loro volontarî devono essere stati trattati da principi in quel tempo.
—Eh, signor mio, certo i cittadini andavano a gara per mostrarci ogni sollecitudine, ma le palle piovevano e a Marghera si ebbe per qualche giorno una pioggia di fuoco da disgradarne Sodoma e Gomorra. E poi le febbri palustri e il coléra... Le assicuro io che non c'era da scherzare.
—Oh lo so, me lo immagino, si figuri... Anche noi qui a Vicenza il 10 giugno 1848 fummo a un pelo di essere bombardati... Ecco lì la Madonna di Monte, in quella sera c'erano gli Austriaci coi loro bravi cannoni... Se ne rammenterà?
—Senza dubbio..... Del resto bei tempi.... E prima di tutto venticinque anni di meno..... Mal gioventù, entusiasmi, illusioni, tutto sfuma!
—Pur troppo, pur troppo..... Oh, eccoci a Vicenza, e io debbo scendere, privarmi del bene della sua compagnia.—E con queste parole il viaggiatore si alzò in piedi e tolse dalla reticella un ombrello e una sacchetta da viaggio.
Indi ripigliò:—Conta di trattenersi un pezzo in Venezia?
—Non ho ancora deciso... Vorrei stabilirmi in Italia, ma son dubbio sulla scelta.
—Speriamo che resti a Venezia. Una città che ha un avvenire... oh senza dubbio... E in questo caso confido che ci rivedremo... Eccole intanto la mia carta di visita.
—Ed eccole la mia.
Il convoglio si fermò sotto la tettoia della Stazione. Si scambiò una stretta di mano fra chi restava e chi scendeva, e il conduttore tornò a chiudere lo sportello lasciando soli padre e figlio.
Ciò però non li rese molto loquaci. Il giovine volle vedere il nome del signore che se n'era andato e disse poi in inglese:—Un gran chiacchierone.—Indi lodò la bellezza delle colline tra Verona e Vicenza e si rimise a guardar fuori del finestrino. Poi, calando la sera, egli si rannicchiò nel suo cantuccio e andò via via sonnecchiando.
Non dormiva invece suo padre; con la testa appoggiata ai guanciali del sedile contemplava i globi di fumo mandati dal suo sigaro e correva col pensiero agli anni fuggiti.
Dopo Mestre toccò a lui a guardar fuori della finestra. E al lume della luna, che di tratto in tratto si faceva strada fra i nuvoli, vide Marghera, l'eroica, la memoranda Marghera. E ricordò la grandine di palle rovesciatasi sovr'essa nel maggio 1849 e gli amici mortigli a fianco e lo spirito di sacrifizio e di fratellanza che animava capi e soldati. Ricordò la malinconica sera, quando, reso impossibile ormai il resistere, il sottile manipolo dei difensori con le scarpe rotte, cogli abiti sdrusciti, col viso annerito dalla polvere e dal fumo, diede un ultimo addio a quegli spalti squarciati, a quelle casematte arse, a quei quartieri distrutti, e, non visto dal nemico, sfilò silenzioso pel ponte riportando a Venezia il saluto di quelli ch'erano caduti. E nella città, che angoscie quella sera, che pianti, che baci di sorelle, di fidanzate, di spose, di madri! E anch'egli aveva visto illuminarsi al suo comparire un pallido e bellissimo volto, e aveva sentito una mano bianca e gentile tremar nella sua mano incallita. Ahimè! da venticinque anni egli non rivedeva più quel bel viso, egli non toccava più quella mano! E in venticinque anni ci aveva pensato talvolta, ma, confessiamolo, ci aveva pensato assai poco... Ora invece... ora invece, lettore cortese, abbi pazienza perchè siamo arrivati a Venezia e il signor Michele Arsandi e suo figlio Arturo devono ritirare i loro bagagli.