CAPITOLO SECONDO
Il mattino seguente il signor Michele Arsandi e suo figlio Arturo (chè così si chiamano i nostri due viaggiatori) dopo aver fatto una lunga passeggiata sulla piazza, sul molo, sulla Riva degli Schiavoni, dopo esser entrati nella Chiesa di San Marco e nel cortile del Palazzo Ducale, si erano ridotti all'albergo a farvi colazione. Ma il giovane Arturo era così entusiasmato delle cose vedute, così impaziente di ripigliare il suo pellegrinaggio per la fantastica città, che non istava fermo sulla sedia e appena tastava le vivande. Egli, poco loquace per abitudine, usciva ogni momento in esclamazioni di Bello! Bellissimo! Stupendo! e assediava suo padre di domande circa alle origini di Venezia, alla sua storia politica e artistica, ai suoi uomini illustri, ecc., ecc. Il signor Michele aveva da giovane adoperato un po' la matita e il pennello, ma non aveva mai goduto riputazione di erudito e trovava qualche imbarazzo a soddisfare la curiosità del figliuolo. Quando furono alla frutta, questi si alzò senz'altro, e disse:—Mi pare che ne abbiamo abbastanza e che si possa uscire.
—Ah—rispose il signor Michele stirando le braccia—esci quando ti piace, ma io voglio starmene un pochino in albergo. Del resto Venezia è bellissima, ma venticinque anni fa io l'ho girata per tutti i versi e posso dire che la conosco a memoria... Di me non hai punto bisogno. Pigliati la tua brava guida sotto il braccio e va intanto al Palazzo Ducale. Avrai da impiegarci tre ore buone.—Tirò fuori l'orologio e soggiunse:—Adesso sono le undici, fra le due e le tre troviamoci sotto le Procuratie.
Al giovinotto non parve vero di andarsene.
Il signor Michele risalì nella sua stanza e cominciò a disfare i bauli.—Già capisco—egli diceva fra sè—: che Arturo s'è innamorato di Venezia e non si potrà andarsene così presto.
Dopo aver riposte con molta diligenza alcune camicie nel cassetto dell'armadio, posò sul tavolino una mezza dozzina di libri.—Oh, per miracolo—egli esclamò osservando uno di questi libri legato in marocchino nero—la Kate ci ha cacciato la inevitabile Bibbia. Anche quella benedetta vecchia ha la manìa che aveva la mia consorte buon'anima, di voler convertirmi al protestantesimo... Quando poi sentirà che torno a stabilirmi in Italia, nel paese della popery! Mi par di vederla colle mani nei capelli o piuttosto nella parrucca!.... E questa qui che roba è?... Oh diamine.... il mio vecchio album.... quello che giaceva dimenticato in uno degli scaffali del mio studio. Scommetto che la Kate, dal colore, dalla legatura e dai fermagli d'ottone, lo ha preso per un altro libro d'orazioni... Basta, la Kate è a Londra e non può rispondere, nè merita la spesa di rompersi il capo per così poco.
Pure egli non potè resistere alla curiosità di ridare un'occhiata al suo album. E lo aperse dicendo:—Vediamo un po' questi scarabocchi di gioventù... Quando penso che oggi saprei appena tenere il lapis in mano!
Quelli che il sig. Michele chiamava i suoi scarabocchi erano stati fatti in Venezia negli anni 1848-49. Avevano per lo più il cosidetto color locale; in una pagina un gruppo d'artiglieri caricanti un cannone, in un'altra una veduta della laguna con le sue isolette lontane, poi una barchetta di pescatori chioggiotti, o una delle pittoresche casupole dei nostri quartieri più poveri, tutto buttato giù alla buona con quattro segni. Ma v'era una pagina ove si vedeva che il giovane artista aveva posto ogni suo studio, ove egli aveva cercato di superare sè stesso. Era una mezza figura di fanciulla fra i sedici ed i diecisette anni, bella sì, ma piuttosto bizzarramente che artisticamente bella. I grandi occhi bruni erano pieni di vita, le labbra tumidette si atteggiavano a un sorriso malizioso, e il nasetto rivolto alquanto all'insù aggiungeva alla fisionomia una tal quale espressione di canzonatura. Folte le ciglia e le chiome, quelle un po' lunghe, queste piuttosto ribelli al pettine e con qualche ricciolino, che, facendo parte da se stesso, veniva a ricader sulla fronte. Nè un nastro nè un pizzo sulla veste succinta e accollata che lasciava indovinare una certa ricchezza di forme consapevole di sè. La fanciulla pareva puntellarsi con un gomito al davanzale d'una finestra e stringendo il mento fra l'indice e il pollice reggeva la vaga testina. Non era uno dei soliti tipi e ci voleva poco ad intendere che quella leggiadra figurina era copiata dal vero.
—Per bacco!—proruppe il signor Michele dopo aver contemplato per qualche minuto il suo lavoro giovanile—la era pur bella in quel tempo l'Amalia Martelli. E non è da meravigliarsi se n'ero cotto... Nè lei mi vedeva di mal occhio... Ma i fuochi di vent'anni sono fuochi di paglia... Tre anni dopo io avevo preso moglie, ella aveva preso marito, e di tutto quell'incendio si stentava a trovare la cenere... E adesso siamo vedovi tutti e due... Oh andrò a trovarla sicuramente, son curioso di vedere s'ella si rammenta della sua prima fiamma... Tenermi il broncio non può... A rigore dovrei essere in collera io... In ogni caso il rischio è piccolo; mi farò annunziare e mi manderà a dire che non vuol ricevermi... pazienza.
E di lì ad un momento il signor Michele si trovò ritto davanti allo specchio ravviandosi i capelli e la barba con un pettinino tascabile di tartaruga.—Se le donne non hanno che gli anni che mostrano—pensava il nostro viaggiatore—che sarà degli uomini? Che sarà di me che non ho nemmeno un pelo bianco? Chi mi darebbe quarantacinque anni? Io ho tutto il diritto di sostenere che ne ho trentacinque o trentotto al massimo...—Si rifece il nodo della cravatta, infilò un altro soprabito, prese il suo bastoncino di canna d'India, e solfeggiando la marcia del Profeta, fece le scale dell'albergo in quattro salti e si avviò verso il quartiere ove un tempo dimoravano i Martelli. Egli aveva deciso di far la sua visita subito.
Non v'erano mutazioni importanti nelle strade ch'egli doveva percorrere. Qualche allargamento qua e là, qualche ponte nuovo, qualche fabbrica rifatta, in complesso piccole bagattelle da permettergli di trovare il suo cammino domandando appena un paio di volte. Egli si sforzava di sorridere e di canterellare; pur, scendendo nell'intimo del suo cuore, si sarebbe visto ch'egli era singolarmente agitato. Cosa curiosissima, ventiquattr'ore prima egli si ricordava appena che avesse esistito un'Amalia Martelli, la credeva sempre maritata e probabilmente non avrebbe neppur cercato di lei; adesso invece, dopo le notizie avute dal suo compagno di viaggio, egli aveva una gran voglia di rivederla, e sentiva un gran batticuore avvicinandosi alla casa di lei. Gli è che certe memorie possono dormire a lungo, ma quando si svegliano durano molta fatica a riaddormentarsi; gli è che il primo amore può non essere una passione intensa, ma è il primo, il più gentile, il più casto, e non v'è soffio di disinganni che lo spogli interamente del suo profumo.
Ecco il ponte dal quale il giovane artigliere soleva venticinque anni addietro veder la sua bella alla finestra nell'atteggiamento in cui l'aveva poscia ritratta a memoria nell'album, ed ecco le finestre le cui imposte verdi in questo momento eran chiuse. Ecco il terrazzo, ove, nei pochi giorni in cui non era sui forti, egli aveva conversato con lei al chiaro della luna, o, il dopopranzo, l'aveva aiutata ad annaffiare i suoi vasi di fiori. Tutto chiuso... forse a cagione del sole... Ecco la porta.
Il signor Michele suonò il campanello.—Non ci sono mica, sa—disse una fruttaiuola che aveva una bottega di fronte alla casa e ch'era loquace e officiosa come sogliono essere le nostre popolane.
—Domando della signora Nottoli.
—La signora Amalia... la vedova, capisco benissimo. La conosco da tanti anni... Non c'è...
—È fuori?
—Fuori di città... è in campagna da tre settimane... Sì, saranno tre settimane domani... Ma forse ci sarà in casa qualcheduno della servitù... Provi a suonare di nuovo.
Il signor Michele non sapeva che farsi della servitù; nondimeno tornò a suonare.
Alla lunga si affacciò alla finestra un cameriere sonnacchioso, e confermò l'annunzio dato dalla fruttaiuola circa all'assenza della padrona.
—E dove va a villeggiare la signora Amalia?—chiese il signor Michele.
—A due miglia da Conegliano... Se vuol lasciare il biglietto...
—No, no, non importa.—E il signor Michele tornò dalla parte ond'era venuto. Indi prese una stradicciuola di fianco e si trovò sulle Fondamenta Nuove. Percorrendo quella malinconica via che gli svegliava nell'animo tanti ricordi del 1848, egli fermò il proposito di fare una improvvisata alla signora Amalia in campagna. Era una faccenda di poche ore. E, del resto, che affari d'urgenza lo trattenevano in Venezia? Arturo non aveva bisogno di lui, infatuato com'era delle maraviglie artistiche della città; la contemplazione dell'Assunta e del Palazzo Ducale poteva tener luogo per lui della più cara e piacevole compagnia. Così il signor Michele deliberava di partire il dì appresso alle 10 per tornarsene la sera con l'ultima corsa; l'orario ch'egli aveva in tasca gli mostrava la possibilità di questa rapida gita.
Intanto l'orologio dei Ss. Giovanni e Paolo battè le quattro. Il nostro romantico amico si rammentò dell'appuntamento dato a suo figlio fra le due e le tre, e si avviò frettoloso verso la piazza S. Marco. Ma Arturo non c'era più; stanco di attendere, egli era tornato in albergo, e suo padre lo trovò che stava esaminando l'album da lui lasciato aperto sul tavolino.
—Sapevo ch'eri un po' artista—disse Arturo—ma non avevo mai visto questa raccolta di disegni tuoi. Perchè sono tuoi, non è vero?
—Sì, sì, roba vecchia, roba di venticinque anni addietro....
—È peccato che tu abbia smesso... Del resto è alquanto singolare che questo libro rimanesse gelosamente nascosto...
—T'inganni—rispose il signor Michele—non mi son mai curato di metterlo in mostra, ma del resto, non era nascosto punto. Era in uno degli scaffali del mio studio.
—Davvero? Ma levami una curiosità. Questa mezza figura qui è un ritratto, o è una testa di fantasia?
Il signor Michele rimase un istante perplesso. Che male ci sarebbe stato a dire intera la verità? Eppur non la disse, e con un tuono mezzo infastidito replicò:—Più di fantasia che d'altro: c'è qualche reminiscenza, ma nulla più.
—Pare impossibile..... C'è tanta vita qui dentro.... E che tipo originale, caratteristico!... Se mai faccio un quadro, devi permettermi che io mi serva di questa testina.
—Figurati! Quando vuoi... Oh ma lasciamo l'album, e andiamo a pranzo. Narrami intanto che cosa hai visto di bello.
Il signor Michele sapeva di aver toccato la corde sensible di suo figlio. Questi infatti cominciò a magnificare le cose vedute e non si arrestò per un pezzo.