II.

Dopo le sette non venne più nessuno e il signor Barnaba poteva ripromettersi qualche ora di quiete e riposare alquanto dalle sue gravi fatiche. Rientrato in portineria, egli non era più l’uomo dalla faccia decorosamente ossequiosa che i padroni e i visitatori erano avvezzi a vedere; come per incanto la sua fronte s’aggrinziva, le sue sopracciglia si corrugavano, le sue labbra prendevano un’espressione amara e disgustata, e la sua voce di basso profondo acquistava delle note stridule ed aspre. Gli è che il signor Barnaba, intimamente convinto che la società non rendesse giustizia ai suoi meriti, accumulava nella giornata una buona dose di fiele, ch’egli poi distribuiva in equa misura tra quelli che avevano la fortuna di avvicinarlo nell’intimità. Non che fosse proprio cattivo il signor Barnaba, ma era un povero cervello in cui le più matte idee cozzavano insieme. A volte pareva più aristocratico d’un Montmorency, a volte, specie dopo la lettura dei giornali, diventava giacobino e comunardo. In tutt’e due queste fasi, sua moglie, la mite e timida siora Marianna, aveva le sue grandi tribolazioni. Perchè quando suo marito faceva il demagogo ella temeva che le pazze sfuriate di lui arrivassero all’orecchio dei padroni; quando invece egli s’atteggiava a conservatore, a persona rispettosa delle regole gerarchiche, ell’era sicura ch’egli avrebbe finito col trovar l’equilibrio del suo spirito applicando una sua massima favorita: — La subordinazione è giusta, ma bisogna rifarsi sui più deboli delle umiliazioni che ci tocca subir dai più forti.

E il signor Barnaba si rifaceva particolarmente sulla moglie e sulla Ninetta, ch’era quella bimba di cui abbiamo parlato prima. La Ninetta non era nè figlia nè parente del signor Barnaba e della siora Marianna: era una povera orfana, la quale veniva di mattina e di sera a prestar dei piccoli servigi in portineria, ricevendone in compenso la colazione e il desinare ch’ella portava nel suo tugurio e divideva con uno zio, abile operaio, ma giuocatore e beone, il quale l’avrebbe cacciata di casa s’ella gli si fosse presentata davanti con le mani vuote. Non era una vita allegra quella della Ninetta, palleggiata fra la brutalità dello zio e la pedanteria meticolosa e loquace del signor Barnaba, ma ell’aveva indole buona e tranquilla e sopportava la sua sorte disgraziata con infinita pazienza. Del resto, i suoi umili uffici al palazzo Costi, oltre ai vantaggi economici le procuravano anche qualche momento di svago. Già le tre camerette della portineria, sebben piccole e scure, erano una reggia al paragone di quella specie di magazzino umido ov’ella passava la notte. E poi c’era la distrazione della gente che veniva a far visita, dei barcaiuoli che apparecchiavano o sparecchiavano la gondola, dei padroni e delle padroncine che uscivano di casa o rientravano lasciando dietro di sè quel profumo acuto che hanno i signori, come la Ninetta soleva dire; senza tener conto delle volte in cui per risparmiar la fatica al signor Barnaba la bimba saliva lei stessa le scale e portava nel piano nobile un’imbasciata, un pacco, una lettera. Allora, se le riusciva di dare una capatina nelle stanze, ella ridiscendeva rossa rossa in viso con l’impressione di esser stata in un soggiorno di fate.