IL SALOTTINO GIAPPONESE.
Giorgio Ceriani, capo della ricchissima ditta G. Ceriani e C.º, era in gondola scoperta, insieme con due amici forestieri ch’egli conduceva a desinare al Lido, sulla terrazza dello Stabilimento dei Bagni. Nell’ultimo tratto del Canal Grande, quello che va dal Ponte dell’Accademia fino al Molo, egli alzò gli occhi verso la finestra d’angolo d’un palazzo gotico, e salutò qualcheduno che gli rese il saluto.
— Che palazzo è? — chiese uno dei forestieri.
Giorgio Ceriani disse un nome patrizio e soggiunse: — Questi erano gli antichi proprietari. Adesso però il palazzo appartiene al cavaliere Roberto Prosperi, che fu già mio principale ed è ora mio socio accomandante.
— Ha liquidato la sua casa?
— Oh, da un pezzo.
— Era vecchio?
— Tutt’altro.... Ma non aveva figliuoli.... E poi.... la condizione di sua moglie.... Sarebbe una storia lunga....
Gli amici insistettero perch’egli la raccontasse.
— Più tardi, — egli rispose. — Dopo pranzo se non avremo di meglio.
Indi ripigliò: — La persona che ho salutata era appunto la signora Prosperi, la bella Agnese Prosperi.... Povera donna! Ogni giorno, e quasi a tutte le ore del giorno, si è certi di vederla a quel posto.
— Non si può muovere?
— Peggio. Non si vuol muovere.... Dice di non trovare un po’ di pace che lì, in quello che lei chiama il suo salottino giapponese.
— È veramente un salotto alla giapponese?
— Avrebbe dovuto essere.... Invece non ne ha che il nome.
— Eh, si capisce che quella signora non ha il cervello a segno.
— Pur troppo.... Senza esser pazza.... ha un’idea fissa, un’impressione, un ricordo incancellabile.
La curiosità dei due amici era stuzzicata. Ma Giorgio Ceriani tenne fermo a non volerla appagare sin dopo il pranzo. Allora avvicinando la sedia al parapetto della terrazza verso il mare, ove gli ultimi raggi del sole coloravano le vele delle barche peschereccie, principiò il suo racconto che noi riproduciamo qui quasi testualmente.