I.
Non sono che dieci anni. Ero nel banco Prosperi da qualche tempo, addetto alla corrispondenza in lingue straniere.
Quantunque il più giovine e l’ultimo arrivato dei commessi, ero trattato con distinzione speciale; forse conferiva al mio credito la conoscenza delle lingue, forse s’era scoperta in me qualche attitudine per gli affari, forse il mio carattere inspirava fiducia. Fatto si è che non mi si nascondeva nulla, e che nelle operazioni importanti il principale chiedeva spesso il mio parere. Ero stato anche due o tre volte a pranzo su in casa, e la signora Agnese s’era mostrata gentilissima meco. Ma la sua era una gentilezza fredda, un po’ altera, ben diversa da quella del marito. I miei colleghi non l’amavano; dicevano ch’ella non era donna adatta pel signor Roberto, ch’ella aveva gusti troppo raffinati, troppo aristocratici, e che a lui sarebbe convenuto di prender per moglie una figliuola di negozianti con mezzo milione di dote, invece di questa che gli aveva portato pochissimo e che senza esser nobile aveva tutti i fumi della nobiltà. Però quelli che si ricordavano del matrimonio (e non ci voleva molto a ricordarsene perchè il matrimonio datava solo da sei anni) dovevano riconoscere che il signor Roberto e la signora Agnese s’erano sposati per inclinazione e che difficilmente si poteva vedere una coppia più bella e più innamorata. Adesso l’amore durava in uno solo dei coniugi, nel signor Roberto, ed era un amore ardente, appassionato, un amore a cui non sarebbe parso grave alcun sacrifizio pur di riconquistare quel cuore che gli sfuggiva. Del resto, nessun’altra accusa seria, tranne quella di ricambiare con un riserbo gelato tanta tenerezza, si faceva alla signora Agnese. Non era nè vana, nè civetta, nè esigente; se non trovava la felicità nella sua casa non la cercava di fuori. — Ah se avesse avuto figliuoli! — esclamava qualcheduno. E l’esclamazione coglieva nel segno.
Ho detto che non era esigente. Guai se fosse stata! Ogni desiderio di lei era una legge pel marito; e non soltanto i desideri espressi palesemente, ma anche quelli appena adombrati, ma anche quelli supposti. Uomo savio com’era, il signor Roberto, per compiacerla, avrebbe dato fondo al suo patrimonio.
Fu appunto per soddisfare uno di questi desideri sfuggitole dal labbro ch’egli mi consegnò una mattina una lunga nota tutta di suo pugno pregandomi di tradurla in inglese e d’inserirla nella lettera ch’io dovevo scrivere il giorno stesso ai nostri corrispondenti di Hiogo nel Giappone, i signori James Holiday e C.º. Noi avevamo in corso coi signori Holiday un grossissimo affare; un’importazione di 60 mila sacchi di riso da loro acquistati per nostro conto e ch’essi dovevano caricare appena arrivasse a Hiogo il vapore inglese King Arthur, capitano George Atkinson, che in quel momento si trovava a Venezia e che avevamo noleggiato apposta. Ma la nota consegnatami dal principale si riferiva a cosa affatto diversa. Essa conteneva la preghiera, rivolta in particolare a M.r James Holiday, che i Prosperi avevano conosciuto due anni addietro in un suo viaggio in Europa, di comperare e spedire per mezzo del King Arthur tutto l’occorrente per arredare alla giapponese un salottino di cui s’indicavano le dimensioni e si univa la pianta. Si fidava nel buon gusto di M.r Holiday lasciandogli mano libera per la scelta degli oggetti, e dandogli per la spesa il limite approssimativo di mille a milleduecento sterline. Questo importo doveva essere aggiunto a quello del riso e compreso nelle tratte con cui i signori Holiday si sarebbero rimborsati del loro avere sui banchieri di Londra Eliot, Green e Cº.
Naturalmente, io dissi che mi sarei accinto subito al lavoro.
— Procuri di aver spicciato la posta per le due — ripigliò il signor Roberto. — Vorrei che mi accompagnasse a bordo del King Arthur. Devo parlare col capitano, ed ella sa che l’inglese non è il mio forte e che mi è sempre utile di avere un interprete.... A proposito, — egli soggiunse dopo una breve pausa, — verrà con noi anche mia moglie che non ha mai visitato un gran vapore mercantile.
Alle due in punto la signora Agnese era in banco in cappellino e mantiglia, col ventaglio appeso alla cintura e con un ombrellino di seta rossa in mano.
Il principale mi chiamò: — Ha scritto quella lettera a Hiogo?
Io feci col capo un segno affermativo.
— Abbia la cortesia di portarla qui — seguitò Prosperi — e di leggere a mia moglie la parte che concerne il salottino giapponese.
Andai a prendere il foglio e cominciai la mia lettura traducendo dall’inglese in italiano.
La signora Agnese sorrise. — Legga pure nell’originale. Capisco abbastanza.
Dovetti compiacerla, benchè mi seccasse questa specie di esame di pronuncia. Ella mi porse un’attenzione benevola, e quand’ebbi finito mi indirizzò qualche frase gentile circa alla mia facilità di scrivere e parlare le lingue straniere. Però (e si rivolse a suo marito) aveva delle obbiezioni di massima. È vero, ell’aveva detto, che rimettendo a nuovo alcune stanze del palazzo si sarebbe potuto fornire di ninnoli giapponesi il salottino d’angolo, ma l’aveva detto così di volo, non sognandosi nemmeno che si trattasse d’una spesa grave. Venticinquemila lire e più per un salottino!... Era una pazzia.... No, no, ella ne avrebbe rimorso per tutta la vita.
Il signor Roberto che s’era levato da sedere le mise una mano sulla bocca pregandola di non insistere. La pazzia, s’era tale, la faceva lui; ella non aveva fatto che dar forma a un’idea ch’egli ruminava già da due anni, da quando M.r Holiday era stato a Venezia. Non si sgomentasse della spesa; l’ultimo bilancio s’era chiuso con un utile di oltre mezzo milione, e permetteva di levarsi qualche capriccio.
Come conclusione di questo discorso il signor Roberto mi tolse di mano la lettera, la firmò, e mi ordinò di portarla nella stanza vicina perchè la copiassero e la mandassero immediatamente alla posta. — Cosa fatta, capo ha, — egli disse. — E adesso non perdiamo tempo. Ceriani, è pronto?
Di lì a poco scendevamo tutti e tre la scaletta che dal banco metteva nell’entratura, una lunga entratura di palazzo veneziano, con la riva da una parte e un ampio cortile dall’altra.
Io guardavo con maggior attenzione dell’usato la giovine coppia che mi stava dinanzi; due belle persone, ma due tipi affatto diversi. Egli alto, largo di spalle e di torace, ben piantato sulle gambe nervose, bruno d’occhi, di capelli e di barba, di carnagione rosea che si coloriva forse un po’ troppo intensamente dopo il pasto, dopo una passeggiata, nel calore d’una discussione; insomma un temperamento sanguigno esuberante di forza e di vitalità. Ella, pallida, bionda, magra: un profilo di cammeo sopra un corpo di silfide; capelli lisci e finissimi spartiti regolarmente sulle tempie e avvolti in treccia dietro alla nuca, grandi occhi azzurri dalla guardatura un po’ incerta e fantastica, piedi e mani che uno scultore avrebbe preso volentieri a modello; nel complesso un impasto di correttezza classica e d’idealità romantica.
Si montò in gondola. Quantunque non fossimo che alla metà di marzo era una temperatura da primavera inoltrata, e la gondola aveva, anzichè il felze nero e opprimente, una elegante tenda di raso a frangie. Arrivammo in dieci minuti nel Canale della Giudecca, forse meno gaio, meno artistico di quello di San Marco, senza lo sfondo superbo del Palazzo dei Dogi e della Piazzetta; non meno bello però nè meno pittoresco nella doppia linea delle Zattere e della Giudecca, quelle rivolte al mezzogiorno, questa un po’ in ombra, un po’ severa, un po’ triste, se non fossero i rii che la traversano e che lasciano vedere da lontano sotto gli archi dei ponti i muricciuoli degli orti incoronati d’allegra verdura, e di là dall’Isola un altro e più ampio tratto di laguna anch’esso riscintillante ai raggi del sole. E in questo Canale, più assai che nel bacino di San Marco, s’agita e ferve, piccolo o grande che sia, il commercio marittimo di Venezia, e a tutte l’ore si vedono bastimenti a vela e piroscafi andare, venire, o cullarsi indolentemente sull’onda come se posassero dalle fatiche del viaggio.
Il giorno della nostra visita al King Arthur c’era un insolito movimento. Mi ricordo che passò a poca distanza da noi, mandando un urlo rauco e prolungato come un gemito di belva ferita, un vapore inglese, vuoto, enorme e mostruoso, con quasi tutto lo scafo fuori dell’acqua; intorno a un altro della Navigazione italiana arrivato appena s’affollava uno sciame di barche e battelli; da un terzo, ancorato in mezzo al Canale, si scaricava il carbone facendolo scendere nelle peate per un piano inclinato e sollevando un nembo di polvere scura o densa; uno dei grossi navigli della Peninsulare, di quelli che si spingono direttamente a Bombay e Calcutta, pronto a salpare prima di notte, levava già le ancore e fumava dalla caminiera. E quanto più ci avvicinavamo alla Giudecca, ov’era ormeggiato il King Arthur, tanto più spesseggiavano i legni e tanto più cauta doveva proceder la gondola per non urtar nelle catene e nei gavitelli.
Durante il tragitto il signor Roberto parlò quasi solo. Parlò di quest’importazione di riso giapponese, la prima che si facesse in Italia, e del profitto e dell’onore ch’egli sperava trarne. Disse dei gran passi che s’eran fatti a Venezia, dopo il 1866, a dispetto dei pessimisti e dei denigratori di professione, e rammentò i tempi quando, per ogni prodotto di regioni lontane, si doveva ricorrere al mercato di Londra. Se ci fossero altri dieci negozianti che avessero il suo spirito d’iniziativa, — egli soggiunse con legittimo orgoglio, — Venezia sarebbe la prima piazza d’Italia.
Nelle pause del suo discorso lo sguardo del signor Roberto cercava quello di sua moglie, e più d’una volta la sua mano si posò sulla mano di lei. Io notai a due riprese ch’ella, quand’era possibile, sfuggiva il contatto, e questa mal celata ripugnanza per un uomo di cui ell’era l’idolo offendeva in me il sentimento della giustizia e dell’equità. Andavo persuadendomi che la scarsa simpatia dei miei colleghi per la signora Agnese non era infondata.
La scala si fermò ai piedi della scaletta del King Arthur, in cima alla quale il capitano Atkinson stava ad aspettarci. Era un uomo di mezza età, di tinta olivastra, di statura giusta e lineamenti regolari, con un’espressione di malinconia nei grandi occhi grigi. Tutto sommato, un bell’uomo, dall’aria distinta e signorile, ma uno di quelli che a guardarli non mettono di buon umore. Del rimanente, la sua tristezza si spiegava col fatto che gli era morta alcuni mesi addietro a Londra, mentr’egli viaggiava nei mari dell’India, una moglie giovine e adorata. Egli ne portava il lutto e ne’ suoi abiti neri pareva un policeman, o un impiegato delle pompe funebri.
Taciturno per indole e ancor più taciturno dopo la disgrazia che l’aveva colpito, quel giorno però il capitano Atkinson si sforzava di esser loquace e faceva con perfetta cortesia gli onori del suo bastimento, conducendoci a visitarne tutte le parti, dal ponte del comando alla stiva, dalla cucina alle macchine, prendendo per mano la signora Agnese nei punti difficili e rispondendo con molta chiarezza alle sue domande sul meccanismo dell’elica, sull’orario di bordo, sui segnali, sul carico e lo scarico delle merci. M’accorsi ben presto che la signora Prosperi non solo capiva l’inglese, ma lo parlava speditamente, con un fraseggiare elegante, con una pronuncia corretta. Ell’avrebbe potuto quanto me e meglio di me servire d’interprete a suo marito. Compiuto il giro del naviglio, il capitano Atkinson ci fece entrare in un salottino addobbato con molto decoro ch’era attiguo alla sua cabina e ove erano preparati abbondanti rinfreschi. Io approfittai di questo momento per comunicare al capitano certi desideri del mio principale circa a qualche piccola modificazione da introdursi nei ventilatori, e stavo scrivendo una noterella in proposito da lasciare a bordo, quando s’intese un lieve rumore nella cabina. Master Atkinson si alzò, aperse adagio l’uscio e diede un’occhiata attraverso lo spiraglio. Poi tornò indietro con un sorriso sul labbro, un sorriso che faceva uno strano effetto in quel viso triste, e disse: — C’è la mia bimba di là.... Dorme come un angelo e Tom la veglia.... il mio cane di Terranuova. Era lui che aveva urtato un mobile.... Quando c’è lui è come se ci fossi io.
— Ha una bimba con sè? — esclamò la signora Agnese. E nel far questa semplice interrogazione un vivo incarnato le si diffuse sulle guancie.
Egli chinò il capo affermativamente. — La mia unica figliuola.... L’ho presa a bordo poche settimane fa, quando partii da Londra.... È orfana di madre.... Con chi starebbe?... Di qui a qualche tempo forse la metterò in un collegio.... Adesso è troppo piccina.... Ha cinque anni.
Il capitano Atkinson, commosso, levò gli occhi verso la parete da cui pendevano due fotografie; quella del King Artur, e un’altra più piccola, difesa da un vetro e inquadrata in una cornice di legno, d’una donna giovine, bionda, dall’aria gracile, una di quelle fisonomie dolci che si raccomandano.
— Oh me la faccia conoscere la sua bambina, — supplicò la signora Agnese.
— Anche subito, se si contenta di vederla addormentata.
— Si figuri.... Pur di non svegliarla.
— Oh per questo non si dia pensiero.... Finchè non abbia dormito le sue due ore di fila, non la sveglierebbero le cannonate.
— In tal caso.... — replicò la signora.
— E se invece pregassimo il capitano di condurcela domattina, quando deve venire in banco alle undici? — propose il signor Roberto. — Farebbe colazione con noi.
— Magari! — soggiunse la signora Agnese. E non si quetò fin che Master Atkinson non ebbe accettato l’invito. Ma questa non le parve una buona ragione per non veder subito la piccina.... Le bastava vederla di lontano.... per un momento.
Il capitano volle compiacerla. — Mi lasci passare avanti allora, — egli disse. — Tom non le permetterebbe neppure di affacciarsi alla soglia se non ci fossi io.
In fatti, quando il capitano aperse l’uscio della cabina, la prima cosa che si vide fu il cane di Terranuova che seduto sulle due zampe posteriori custodiva l’ingresso. A un cenno imperioso del padrone egli si tirò in un angolo manifestando con un lieve brontolìo la sua disapprovazione.
Per una curiosità forse indiscreta m’ero avvicinato anch’io e stavo dietro alla signora Agnese. Il signor Roberto era rimasto seduto e sfogliava un atlante.
La bimba dormiva profondamente nella sua cuccetta, posata su un fianco, con la faccia rivolta verso l’uscio, tantochè la si vedeva benissimo senza entrare nella cabina. Somigliava alla fotografia appesa al salotto, ma era molto più bella, un vero angioletto dalla capigliatura bionda che formava una specie d’aureola intorno al visino di latte e di rosa.
— Oh che amore! — disse la signora Agnese smorzando la voce e giungendo le palme in atto di adorazione. — E che nome ha?
— Ofelia, — rispose Master Atkinson.
— Strano nome! — pensai, evocando la dolce figura della infelicissima innamorata di Amleto.
— Venga, venga avanti, — riprese il capitano lusingato nel suo orgoglio di padre.
La signora Agnese non se lo fece dire due volte, e accostatasi in punta di piedi alla cuccetta si chinò sulla bimba e le sfiorò con un bacio la bocca.
Tom inquieto si mosse dal suo angolo, interrogando con gli occhi il capitano. — Che novità sono queste? Perchè la disturbate?
No, non la disturbavano, ed ella seguitava a dormire sorridendo nel sonno.
Resistendo alla tentazione di baciarla una seconda volta, la signora Agnese s’avviò per uscire. Il cane, ormai rassicurato, le si fregò amorevolmente intorno alle vesti; ella gli fece una carezza e rientrò nel salottino ove suo marito l’aspettava. A me disse passando: — Com’è bella, non è vero? — E subito dopo si rivolse al signor Roberto con un mite rimprovero: — Perchè non hai voluto vederla?
Egli chiuse l’atlante. — La vedrò domani.
— È così bella! — ella ripetè.
Il signor Roberto abbozzò un triste sorriso; uno di quei sorrisi che sono tanto vicini alle lacrime.
Ricordata al capitano Atkinson la promessa di venir a colazione la mattina dopo con l’Ofelia, lasciammo il bastimento. Nel ritorno le parti erano invertite. Prosperi taceva, la signora Agnese, trasfigurata d’aspetto, spiegava un’insolita facondia. Ma non parlava che d’una cosa, la sola che le fosse rimasta impressa tra le molte vedute; parlava di quell’orfanella vegliata amorosamente da quel cane di Terranuova.
Nello smontar dalla gondola ella mi disse: — Badi che aspetto anche lei domattina a colazione.