II.
L’indomani il capitano Atkinson portò a casa Prosperi un commensale non invitato, il cane Tom, dal quale l’Ofelia non s’era voluto staccare a nessun costo. Il capitano riconosceva francamente di non aver preveduto questa difficoltà; all’ultimo momento, piuttosto di lasciar la figliuola a bordo o di trascinarsela dietro per forza tutta ingrugnata o piagnucolosa, egli s’era preso la licenza di accompagnare l’animale della cui condotta osava farsi mallevadore. Infatti Tom si conduceva assai meglio della sua padroncina che sulle prime rifiutava il cibo e si nascondeva ostinatamente il viso fra le mani dichiarando di voler andar via. Tom invece, seduto come il solito sulle gambe posteriori, assisteva alla scena con la gravità d’un filosofo nemico d’ogni escandescenza, ma disposto a perdonar molto all’infanzia.
Questi capriccetti dell’Ofelia empivano di confusione Master Atkinson che si sentiva impotente di fronte alla sua piccola tiranna. Ah, se avesse supposto una cosa simile non avrebbe certo accettato l’invito.
La signora Agnese, gaia, serena come non l’avevo mai vista, gli ripeteva per confortarlo: — Lasci fare a me.
E con lo moine, con le carezze, con le rampogne scherzevoli, con tutte quelle arti gentili di cui effettivamente gli uomini non hanno neppure l’idea, ella riuscì a poco a poco a quetar la bambina. A colazione finita, l’Ofelia era già divenuta amica della bella signora che le parlava così bene nella sua lingua, con una voce così dolce, con modi così persuasivi. Tantochè, quando la signora Agnese le domandò se voleva andar con lei sola nel giardino, ella rispose tosto di sì...: facendo però una riserva mentale relativamente a Tom. Di questa riserva la signora Agnese s’accorse per un certo sguardo che la fanciulla rivolse all’animale, e disse pronta: — Ah, Tom può venire.... Voi altri ci raggiungerete più tardi, — ella soggiunse, indirizzandosi a noi.
— Che buona mamma sarebbe stata l’Agnese! — sospirò il signor Roberto appena sua moglie fu uscita dal salotto. Poi cambiò argomento e ci offerse dei sigari e del cognac.
Parlammo di viaggi. In Giappone il capitano Atkinson non c’era mai stato; era stato un paio di volte a Singapore e credeva di dovervi tornare nell’autunno a farvi un carico di pepe per l’Inghilterra. Già egli calcolava di esser a Venezia col riso entro il mese d’agosto, onde nella prima metà di settembre avrebbe potuto rimettersi in cammino. Il King Arthur era uno dei vapori più rapidi della marina mercantile inglese.
Ripensandoci molto tempo dopo, notai che Master Atkinson discorreva volentieri del periodo più recente della sua carriera, ma schivava ogni allusione ad un passato lontano.
Di lì a mezz’ora, scendemmo anche noi in giardino. Il nome era pomposo: in realtà, non si trattava che d’un piccolo appezzamento di terra chiuso per tre parti da muri, con una pergola che in quella stagione dell’anno era senza foglie e con qualche aiuola ch’era senza fiori. Comunque sia, quel po’ d’aria libera aveva servito a dissipar l’ultime nubi dalla fronte dell’Ofelia, e prima ancora di vederla noi fummo gradevolmente sorpresi dal suono delle sue risate argentine. Tenuta a mano dalla signora Agnese, ella sedeva sul dorso di Tom e battendo i piedini sul fianco del paziente quadrupede e gridando hop, hop, si faceva condurre in giro per i sentieri che serpeggiavano intorno alle aiuole. A ogni svolta ella rischiava di perder l’equilibrio e s’aggrappava più forte alla sua guida e abbandonava la sua testina bionda sul testone nero del cane fedele. Quelli erano i momenti della massima ilarità. I riccioli d’oro le svolazzavano sulle tempie, un bel colore di rosa le tingeva le guancie, e balenava ne’ suoi occhi sereni e vibrava da tutte le sue tenere membra la voluttà della vita. Hop, hop! Ell’avrebbe continuato la sua cavalcata chi sa fino a quando, tanto più che Tom non si stancava di portarla, nè la signora Agnese si stancava di reggerla. Cosicchè suo padre che veniva a troncare il suo divertimento non ebbe a rallegrarsi di troppo lusinghiere accoglienze. Se prima aveva voluto andarsene, adesso voleva restare.... voleva restare con Tom e con aunt Agnes. La chiamava aunt, zia. La zia Agnese (per darle il titolo che le dava la bimba) intercedette anch’ella in suo favore. Perchè l’Ofelia non poteva rimaner fino a sera? Già il capitano aveva le sue faccende; che gusto ci trovava a condur la figliuola in giro dai negozianti o dai sensali di noleggio? Venisse a prenderla sul tardi, seppur non preferiva che la gli si riaccompagnasse a bordo. O che non si fidava?
Durante quest’ultima parte della discussione l’Ofelia s’era ammutolita. Seduta ai piedi della signora Agnese, ell’aveva posato il capo sulle ginocchia di lei e vinta dalla stanchezza aveva chiusi gli occhi.
— Vede, — disse Master Atkinson, — a quest’ora mia figlia dovrebbe già fare il suo sonnellino d’ogni giorno.... Sta per addormentarsi.
— Ma è bell’e addormentata, — esclamò con qualche maraviglia la signora Agnese chinandosi sulla piccina. — Come si fa presto a quell’età!... Non son due minuti che rideva, scherzava.... e adesso è con gli angeli.... Adesso poi non gliela do neanche per idea, — ella ripigliò in tono deciso. — Si figuri.... romperle il sonno.... costringerla a tenersi ritta, a camminare.... No, no, la metterò a letto io stessa.
E nel dir questo se la prese in collo delicatamente senza svegliarla.
Il capitano era titubante. Gli dispiaceva recare un così gran disturbo; inoltre non sapeva che impressione potesse fare all’Ofelia, nell’aprir gli occhi, il trovarsi fuori della sua cabina, il non vedere il suo babbo....
— Forse Master Atkinson ha ragione, — notò il signor Roberto che fino allora non aveva pronunziato una parola sull’argomento. — I fanciulli sono nervosi....
— E gli uomini non intendono nulla di certe cose, — replicò la signora Agnese con una vivacità un po’ acre. — M’impegno io a calmar l’Ofelia allorchè si desti.... Tutt’al più, per maggior precauzione, potrebbe restare anche Tom.
A forza d’insistenza la signora Agnese ebbe causa vinta, e uscì trionfante portandosi in camera sua la bambina che dormiva d’un sonno tranquillo e profondo. Tom era rimasto alquanto perplesso, malcontento di queste novità, desideroso di tornare sul suo bastimento, ma poco disposto a tornarvi senza la sua inseparabile compagna. Alla fine ubbidì agli ordini perentori del capitano, e col muso basso e la coda fra le gambe seguì la sua padroncina.
Tutta questa scena aveva visibilmente conturbato il signor Roberto, ed egli non me ne fece mistero. Non avrebbe condotta sua moglie a visitare il King Arthur, mi disse, se avesse supposto di trovare a bordo l’interessante orfanella. In fatto di bimbi, l’Agnese, che aveva pure un sano criterio, andava soggetta a degl’impeti irriflessivi. Ora li sfuggiva con affettazione, ora se ne appassionava fuor di misura. E il peggio era appunto quando se ne appassionava. Se si fosse limitata ad accoglierli con piacere, a voler averne spesso qualcheduno intorno a sè, poichè il ciclo, fino allora almeno, gliene aveva negati de’ suoi, sarebbe stata una vera fortuna. Ed egli l’avrebbe assecondata di tutto cuore. Era tanto lieto di vederla lieta. Ma le esagerazioni lo sgomentavano. È sempre fatale il dimenticare la realtà delle cose. È inutile; dei figli altrui non si poteva disporre come se fossero propri; poteva accadere che dovessero allontanarsi temporaneamente, che dovessero cambiar domicilio, ed egli sapeva per esperienza quante lacrime e quanti singhiozzi costasse a sua moglie il rinunziare a ognuno di questi sogni di maternità. Adesso quell’infatuazione per l’inglesina sarebbe finita con una delle solite crisi. Di lì a un paio di settimane, alla partenza del King Arthur, l’Agnese avrebbe sentito più che mai il vuoto della casa, sarebbe ripiombata nella tristezza e nello scoraggiamento.
In mezzo a queste savie riflessioni si capiva però che al signor Roberto non bastava l’animo di opporsi in modo risoluto alle fantasie della donna ch’egli adorava. E io che in principio lo tacciavo di debolezza non tardai a spiegarmi la sua condotta. Ho anzi un rimorso; di non aver contribuito a renderlo più pieghevole in un momento decisivo e solenne.
Senza volerlo e senz’avvedermene io entravo nell’intimità della famiglia. Nei dì successivi a quello in cui il principale m’aveva rivelato le sue apprensioni, ebbi a trovarmi parecchie volte con la signora Agnese che aveva persuaso il capitano Atkinson a lasciarle ogni giorno per qualche ora l’Ofelia e che affidava a me l’incarico di ricondurla a bordo quando non poteva accompagnarla lei stessa o quando il padre non poteva venirla a prendere.
Qual cambiamento nella signora Agnese! Non serbava la minima traccia di quell’alterigia che i miei colleghi le rimproveravano ad una voce; non aveva più quell’aria tra uggita e sprezzante che io pure avevo notata in lei; era affabile, espansiva, sempre dolce di modi, spesso col sorriso sul labbro. Ed ella era la prima a riconoscere questa sua trasformazione, e ne dava il merito all’Ofelia. — È così buona, — diceva, — che si diventa buoni a starle insieme. Già i bambini sono una gran benedizione del cielo.... È incomprensibile che ci sia della gente che non li può soffrire, o che tutt’al più li tollera come una molestia necessaria.... Ah se non ci fossero, sarebbe pur triste il mondo!
Non duravo fatica a darle ragione.
Ed ella seguitava: — Anche a lei, Ceriani, piacciono i bambini.... Si vede subito.... E non è mai sprecato l’affetto che si ha per loro.... Li dicono interessati, egoisti.... Non è vero.... Son meglio di noi grandi.... Noi altri invece ripaghiamo spesso l’amore con l’indifferenza, l’indifferenza con l’amore.... A loro ciò non accade.... Essi amano chi li ama.... L’Ofelia le vuol bene, sa?
Di tratto in tratto la signora Agnese sospirava: — Se avessi avuto figliuoli...!
Un giorno mi arrischiai a dirle! — Ne avrà.... È tanto giovine.
Ella tentennò tristamente il capo e i suoi occhi s’inumidirono.
Io assistevo a un dramma domestico, a un dramma semplice e toccante, quantunque non vi fosse in gioco nessuna di quelle che si ha l’abitudine di chiamar forti passioni. Non l’adulterio con le sue febbri, non la gelosia co’ suoi furori, non l’ambizione con le sue inquietudini. Due persone nel fiore degli anni, certo con diversità notevoli d’aspetto e di carattere, ma tutte e due sane di corpo, e con un gran fondo di rettitudine morale, due persone che s’erano unite sotto gli auspici più lieti a cui un capriccio della sorte avvelenava resistenza! Nella moglie un istinto esagerato della maternità che le rendeva incomportabile il non aver prole; nel marito, che pur si sarebbe rassegnato a questa sventura, un cruccio, un rodimento continuo di saper infelice una sposa per la quale egli avrebbe versato fin l’ultima goccia del proprio sangue, un’acuta mortificazione di sentirla sempre più fredda, più riluttante fra le sue braccia di mano in mano che s’affievoliva la speranza di ciò che agli occhi di lei nobilitava l’amore.
Altri particolari non ricercati, non chiesti, ma sorpresi facilmente sulle labbra di questo o di quello contribuivano a illuminarmi sullo stato delle cose. Si alludeva a consulti medici fatti sino dal secondo anno di matrimonio e ripetuti poi, a cure contradditorie qua e là, ora certi bagni, ora certe acque, ora la doccia, o il ferro, o l’arsenico. E io mi figuravo la signora Agnese, lei così poetica, così riservata nei modi, me la figuravo sottoposta a interrogatorî delicatissimi, offesa ne’ suoi pudori più intimi senza che il sacrifizio approdasse a nulla. Qual maraviglia che l’amore non fosse sopravvissuto a queste prove dolorose, o che almeno esso ne fosse uscito col germe di qualche male organico ed insanabile?
— Sicuro, — mi diceva il dottor Gandolfi, medico dei Prosperi, — sicuro, quella che i moralisti chiamano psicologia ha sempre una base fisiologica. — Ed egli soggiungeva che quest’era veramente un caso singolare. A nessuno dei due coniugi si poteva imputare la sterilità del matrimonio. C’erano novanta probabilità su cento che il marito avesse avuto figliuoli da un’altra moglie e la moglie ne avesse avuti da un altro marito. A questo punto il dottore ch’era un uomo di manica larga si divertiva a sciorinar delle teorie molto ardite e a citar dei versi d’un poeta latino sugli effetti benefici di certi strappi alla fede coniugale. — Guai però a chi osasse tener questi discorsi alla signora Agnese! — egli si affrettava a concludere.
Fatto si è che comprendendo le pene, le delusioni della signora Agnese, vedevo anch’io che era una crudeltà l’insidiarle i suoi pochi momenti di gioia.
Adesso ell’era beata nella compagnia della gentile Ofelia. A poco a poco era riuscita a tenersela seco dalla mattina alla sera, la colmava di regali, la conduceva in gondola, a passeggio, tirandosi dietro, che già s’intende, l’inseparabile cane di Terranuova. Se il capitano Atkinson faceva qualche osservazione, ella gli dava sulla voce. — Non sia cattivo, si tratta di pochi giorni. — E intanto lo invitava spessissimo a colazione e a pranzo.
— Curioso tipo quella Prosperi, — dicevano i pettegoli di caffè. — Sempre con quella bambina cascata dalle nuvole! E co’ suoi gusti aristocratici, col suo fare schizzinoso, ha per unici commensali un capitano mercantile e un semplice commesso.
Il commesso ero io. Quando c’era l’Ofelia, la signora Agnese mi tratteneva sovente a desinare.
Una mattina ella mi pregò di fissarle un’ora dal fotografo. Voleva far fare un gruppo dell’Ofelia e di Tom. Ma badassi di non parlare della cosa nè con suo marito, nè con Master Atkinson, nè con altri. Doveva essere un’improvvisata.
Poche sere dopo, a tavola, il capitano trovò sotto il tovagliuolo una copia della bellissima fotografia, e fu una gradita sorpresa. La signora Agnese magnificò la discrezione dell’Ofelia. Una bimba di quell’età, non essersi lasciata scappare una parola! Era un prodigio.
E in un impeto di tenerezza si alzò dalla seggiola e andò ad abbracciar la fanciulla. Nel tornar al suo posto aveva le lacrime agli occhi; Prosperi, inquieto, non sapeva staccar lo sguardo da lei.
Gli è che l’idillio s’avvicinava alla fine. Eravamo al mercoledì e la partenza del King Arthur era stabilita per sabato.
Ora la sera di quello stesso mercoledì, mentre il capitano Atkinson stava per accommiatarsi, la signora Agnese, stringendogli forte la mano, gli disse con una certa esaltazione: — Quanto durerà il suo viaggio, fra andata e ritorno?
— Non più di cinque mesi, spero.
— Ebbene, vuol fare una bella cosa?... Affidi a noi l’Ofelia per questi cinque mesi....
— Ma, Agnese.... — interruppe il signor Roberto. — come puoi domandare a Master George di privarsi della sua figliuola?
— Oh lo sa anche lui che non potrà condurla sempre in giro pel mondo....
— Appunto per questo la vorrà seco adesso, — replicò Prosperi, — evidentemente infastidito dal ghiribizzo saltato in capo a sua moglie.
La signora Agnese insistette. — Non lo si sforza mica. Sentiamo quel che ne pensa lui.... lui e l’Ofelia.
S’era chinata sulla bimba per agganciarle i bottoni del soprabitino e le susurrava in tono carezzevole: — Non è vero, Ofelia, che resteresti volentieri con la zia Agnese?
Per l’Ofelia il restar con la zia Agnese significava andar a spasso ogni giorno, far baldoria con Tom in giardino, aver sempre nuovi balocchi da ammirare e da rompere, tutte cose piene di attrattive per lei. Ma l’idea di separarsi per un pezzo dal padre non entrava nella sua testolina, ed ella espresse ingenuamente il suo pensiero: — Con la zia Agnese, col babbo e con Tom.
Il capitano Atkinson frattanto ringraziava la signora Prosperi dell’ospitalità ch’ella offriva all’Ofelia.... L’avrebbe affidata a lei come a una seconda mamma.... e avrebbe viaggiato sicuro, tranquillo, anche per qualche anno di seguito.... In quel momento però temeva che quella compagnia gli fosse necessaria.... Non s’era rimesso ancora dal dolore per la perdita della moglie, e la sua unica consolazione era quella di aver presso di sè la soave creaturina che nella voce, nei lineamenti gli ricordava la sua povera morta.
Parlava commosso, agitato, cercando con gli occhi l’Ofelia di cui la signora Agnese era sempre occupata ad agganciare i bottoni con mano incerta e febbrile.
Forse la bimba sentì quello sguardo appassionato che l’avvolgeva; fatto si è ch’ella si staccò dolcemente dalla zia, dicendo: — Lascia finire al babbo: ha più pratica....
La signora Agnese vedeva svanire il suo sogno.
— Capisco, — ella balbettò in risposta a Master Atkinson, — capisco.... Ma non mi dia subito una negativa assoluta.... Rifletta fino a domani.... La notte porta consiglio.
Ella diceva così, ma in fondo non sperava più nulla.
E quando il capitano e l’Ofelia furono usciti ella si abbandonò sulla poltrona, con la faccia rivolta verso la spalliera e si mise a piangere dirottamente.
A me parve delicato di lasciar soli marito e moglie e mi dileguai in silenzio.