III.
Era destino però ch’io non potessi, neppur volendo, tenermi estraneo alle faccende intime di casa Prosperi. Il giovedì mattina il principale non venne in banco che tardi e mi chiamò subito nel suo gabinetto. Era pallido, stravolto. — Ha fatto male ad andarsene iersera, — egli mi disse. — Forse la sua presenza avrebbe evitato una scena penosa.
Mi raccontò poi che sua moglie lo aveva investito fieramente perchè con le sue parole aveva incoraggiato la risposta sfavorevole del capitano Atkinson, il quale non poteva tener un altro linguaggio dal momento che le prime difficoltà venivano da una delle persone che avrebbero dovuto ospitar la sua figliuola.
— In verità, — soggiunse il signor Roberto, — a me sembrava di avere il diritto di far ben maggiori lagnanze dell’Agnese. Ell’aveva tirato in campo, senza essersi intesa meco, un argomento gravissimo, aveva tentato di forzarmi la mano, di vincere per sorpresa. Pur non le mossi rimprovero di sorta. Mi limitai a spiegarle le ragioni per le quali io giudicavo assolutamente inopportuna la sua proposta. È sempre un’immensa responsabilità l’incaricarsi dei fanciulli che non ci appartengono, ma la cosa può passare quando se ne conoscono a fondo l’indole, le abitudini, le disposizioni fisiche; e sopratutto quando se ne conosce a fondo la famiglia. Ora l’Ofelia si conosceva da pochi giorni, suo padre si conosceva ancora meno di lei, e in quanto ad altri parenti, fuori della madre ch’era morta, s’ignorava perfino s’esistessero. E se la bimba s’ammalava in questi cinque mesi che, nella più favorevole ipotesi, sarebbe durato il viaggio del capitano Atkinson? Se, con la volubilità dell’età sua, domandava di tornar col suo babbo mentr’egli era lontano migliaia di miglia?... Ma supposto invece che tutto andasse pel meglio, come mai l’Agnese non aveva considerato che il separarsi dall’Ofelia dopo cinque mesi di convivenza le sarebbe riuscito più grave che il separarsene adesso? Poichè non si poteva supporre che il capitano rinunziasse addirittura a sua figlia; e quand’egli vi avesse rinunziato si sarebbe dovuto pensarci su molto da parte nostra prima di risolverci a tenerla per un tempo indefinito....
Devo aver fatto un movimento inconsciente che il signor Roberto prese per l’atto di chi si accinge a sollevare un’obbiezione. E s’interruppe per dirmi: — Parli pure liberamente, Ceriani. Se ha un’opinione diversa dalla mia, non abbia riguardo a manifestarmela.... Le assicuro; quasi quasi vorrei aver torto.
Lo disingannai. I suoi argomenti mi parevano inappuntabili. — E la signora? — chiesi.
— Ah, giovinotto mio, — egli rispose — le donne non discutono con le ragioni, ma con le lacrime, ma con gli attacchi di nervi.... E questa è la loro forza.... le ragioni di mia moglie erano deboli, ma il suo pianto mi spezzava il cuore.... E al sentirla, in mezzo ai singhiozzi, chiamar Dio in testimonio ch’ella non desiderava, nè aveva mai desiderato nulla che non fosse onesto, a sentirla invidiar la sorte della donnicciuola del popolo che tornando dal lavoro trova un bimbo che le sorride e le stende le braccia e balbetta l’ineffabile parola mamma, io provavo una gran tentazione di gettarmele ai piedi e di domandarle perdono o di prometterle tutto quello che ella voleva. Non lo feci per orgoglio, per puntiglio.... Ella stette male tutta la notte cosicchè stamattina feci venire Gandolfi, il nostro dottore, e prima e dopo la visita medica parlai con lui delle cause che avevano provocato questa crisi, la quale, del rimanente, non ha nessuna gravità. Ebbene, caro Ceriani, Gandolfi non è alieno dal credere che la vicematernità, com’egli la chiama col suo frasario originale, sarebbe forse il rimedio più efficace allo squilibrio nervoso della mia Agnese. Anzi, nello stato presente delle cose, egli la ritiene preferibile alla maternità vera che in un organismo già scosso porta sempre gravi pericoli. Insomma, secondo lui, sarebbe stato miglior consiglio non contraddire ai desideri di mia moglie e veder di persuadere il capitano Atkinson a lasciar qui la bambina o durante questo, o durante un suo prossimo viaggio.... Eccomi in un bell’impiccio, perchè, lo confesso, le parole del dottore non mi hanno convertito che a mezzo e i miei dubbi restano intatti.... Ma d’altra parte se c’è un modo di ridar all’Agnese la serenità, la pace dell’animo, mi è lecito ostinarmi nella mia negativa?... Chi sa?... La soluzione intermedia accennata da Gandolfi, quella cioè di aver qui l’Ofelia durante un prossimo viaggio, potrebb’esser la buona. Se l’Agnese si acquetasse a una promessa formale del capitano in questo senso?... Perchè già è chiaro che, subito, egli non ci confiderebbe l’Ofelia quando pur gliela ridomandassimo.... Ah, Ceriani, — conchiuse il signor Roberto con un sorriso triste — prevedo che avrò bisogno dell’opera sua.
— Disponga — risposi. — Ma come?
— Per tasteggiare il capitano meglio che non possa farlo io col mio sciagurato inglese.... e anche per dir qualche parolina all’Agnese ove se ne presenti l’opportunità.... L’Agnese ha molta stima di lei.... E tutti e due, sa, mia moglie ed io, la consideriamo ormai come uno di famiglia....
Chinai il capo ringraziando.
Alle corte, non seppi esimermi da quest’ufficio di negoziatore che mi piombava sulle spalle. E riuscii oltre all’aspettativa. Così parve allora agli altri, così pareva a me stesso.... Più tardi, di fronte ad avvenimenti imprevisti, si levarono in me degli scrupoli, dei rimorsi.... Usando una maggiore insistenza con Master Atkinson avrei forse potuto ottenere.... quest’idea non mi vuole uscir dalla mente.... ch’egli aderisse alla primitiva richiesta della signora Agnese, nel qual caso si sarebbero evitati dei grossi guai.... Basta; si rimase d’accordo col capitano che se al suo ritorno dal Giappone i signori Prosperi fossero stati ancora disposti a tenersi per qualche tempo l’Ofelia egli l’avrebbe affidata a loro durante il nuovo viaggio da Venezia a Singapore e da Singapore a Liverpool che secondo l’ultima lettera de’ suoi armatori era definitivamente stabilito. I signori Prosperi s’impegnavano poi, a viaggio compiuto, di riaccompagnare o far riaccompagnare la bimba a Liverpool.
Quella clausola dubitativa se i signori Prosperi fossero stati ancora disposti, destò l’ammirazione del signor Roberto. — È un tratto di diplomazia sopraffina — egli esclamò. — In cinque mesi possono succedere tante cose.... e va bene non aver legate le mani.
Non era presumibile che la signora Agnese facesse un’accoglienza ugualmente festosa a questa specie di compromesso. Ciò ch’ella desiderava era di non separarsi dall’Ofelia, le cui grazie ingenue avevano conquistato il suo cuore. Invece le toccava separarsene tosto per non riaverla che di lì ad alcuni mesi, e per alcuni mesi soltanto, col patto espresso di restituirla al padre in un termine non breve ma certo non lunghissimo. A ogni modo, sia ch’ella si fosse convinta dell’impossibilità di ottener maggiori concessioni, sia che sperasse di convertir l’atto della restituzione in una semplice visita della figliuola al babbo, ella fu più ragionevole ch’io non avrei creduto. Mi ringraziò della parte presa in questa faccenda e si mostrò riconoscente anche al marito di ciò ch’egli aveva fatto per compiacerla.
Giunse così il sabato, giorno della partenza. S’era convenuto di recarci a bordo, i coniugi Prosperi ed io, la mattina per tempo, e di trattenerci non solo finchè il King Arthur avesse levato le áncore, ma finch’esso fosse arrivato a Malamocco. Là si sarebbe scesi per tornare a Venezia col vapore che viene da Chioggia.
Il programma fu eseguito appuntino. Eravamo sul bastimento poco dopo le otto antimeridiane, e mi par sempre di veder l’Ofelia correrci incontro sul ponte co’ suoi bei capelli biondi che le ondeggiavano sulle spalle e con Tom che le galoppava a fianco. Ell’aveva un vestito di mussola bianca stretta alla vita da una cintura di seta nera e con due nastri pur neri svolazzanti sugli omeri. Erano nere anche le scarpine e le calze. Ella saltò al collo della signora Agnese baciandola e ribaciandola, ma non perdendo d’occhio un grossissimo involto che uno dei marinai aveva ricevuto da Beppi, il gondoliere, e portava su per la scaletta. Quando poi l’involto fu aperto e ne uscirono sei o sette scatole e scatolini, e quando il prezioso contenuto delle scatole fu messo in mostra sulla coperta, l’entusiasmo della bimba non ebbe confine. Erano balocchi d’ogni specie che la signora Agnese regalava alla sua piccola amica, e fra questi primeggiavano una magnifica bambola che chiamava mamma e papà, e un can barbone che moveva la testa, apriva la bocca e alzava le zampe anteriori, con grande ira di Tom, non ben sicuro se avesse dinanzi a sè un fantoccio o un rivale in carne ed ossa.
Si fece colazione prima che il King Arthur si movesse dal Canale della Giudecca, perchè il capitano voleva essere sul ponte del comando al momento della partenza. Alle frutta Master Atkinson bevette alla salute del signor Roberto e della signora Agnese ringraziandoli dell’infinite cortesie usate a lui e all’Ofelia e pregandoli di accettare un esemplare, uno dei due che gli restavano (l’altro era quello che avevamo visto appeso nell’anticamera della sua cabina), della fotografia del King Arthur fatta fare a Liverpool alla vigilia del suo ultimo viaggio. Per lui quella fotografia aveva un pregio singolarissimo. In un gruppo di figurine appena percettibili che si vedevano raccolte sul castello di poppa c’era anche sua moglie. Naturalmente egli solo sarebbe riuscito a distinguerla, ma forse appunto per questo la fotografia gli era più cara. Pregava i signori Prosperi di serbarla per ricordo suo. Rispose il signor Roberto nel miglior inglese che gli fu possibile, accettando il dono con animo riconoscente e augurando prosperi l’andata e il ritorno al King Arthur. — Siamo al 5 di aprile, — egli disse. — Speriamo di trovarci qui uniti di nuovo il 5 di settembre.
Durante questo scambio di brindisi la signora Agnese s’era presa sulle ginocchia l’Ofelia e tenendosela stretta al cuore le susurrava dolci parole e le discorreva di ciò che avrebbero fatto insieme nell’autunno, a viaggio finito.
Risalimmo sopra coperta, e di lì a pochi minuti il King Arthur lasciò la banchina e si diresse alla volta di Malamocco. Dietro di noi Venezia s’impiccoliva e sfumava come un quadro dissolvente.
In vicinanza del porto il vapore rallentò la sua corsa, e una barca s’avvicinò alla scaletta. Bisognava separarsi.
Ancora una volta l’Ofelia si aggrappò al collo della signora Agnese. — Vieni con noi — le diceva — vieni con noi.... Noi dobbiamo tornare.... Tornerai anche tu.
E poichè il signor Roberto si era accostato alla moglie per sollecitarla — Va via tu solo — gridò la fanciulla. — Cattivo, che vorresti la zia Agnese tutta per te.
Vi furono di nuovo baci, lacrime e strette di mano in quantità. Alla fine noi prendemmo posto nella barca che ci attendeva, il vapore ripigliò la sua rotta.
S’agitarono i fazzoletti; l’Ofelia, sollevata sulle braccia dal padre, mandava baci alla zia; Tom girava su e giù pel ponte abbaiando. Il King Arthur oltrepassò presto la diga e scomparve; per qualche minuto si vide ancora una striscia di fumo nel cielo azzurro; si udì, o si credette udire, il vocione di Tom; poi non si udì e non si vide più nulla.
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