IV.

Se il signor Roberto sperava che con la partenza del King Arthur sbollissero gli ardori di sua moglie per la figliuola del capitano Atkinson, la sua era proprio una speranza campata in aria. L’Ofelia non c’era, ma la signora Agnese ne parlava come d’un’assente che non si sarebbe fatta aspettare troppo e a cui bisognava apparecchiare gli alloggi. Ne aveva sempre sotto gli occhi la fotografia, divisava seco medesima mille cose da effettuarsi al ritorno della fanciulla, le modificazioni che avrebbe introdotte nella distribuzione della giornata, la cameretta che le avrebbe assegnata, la bambinaia che le avrebbe presa, le lezioni d’italiano che le avrebbe date lei stessa. Non voleva più dubitare di nulla; nè dell’assenso del capitano a rinunciare per sempre all’Ofelia, nè di quello di suo marito a tenerla definitivamente presso di sè, nè della buona riuscita ch’ella avrebbe fatto nelle sue mani. L’antico sogno, il sogno dolcissimo di diventar madre davvero cedeva il posto alla singolare fantasia di questa maternità fittizia.

Il signor Roberto tentennava il capo e si rimproverava la sua debolezza. Quest’è il modo di disfar la famiglia — lo intesi dire un giorno al dottor Gandolfi. — È già male che una donna trascuri il marito per non pensare che ai propri figliuoli: peggio ancora che lo trascuri pei figliuoli degli altri.

— In massima avete ragione — replicò quello scettico del dottore; — ma in casa l’essenziale è di aver la pace.... Se vostra moglie ve la dà a queste condizioni, accettatela con gratitudine; e tutt’al più.... cercatevi qualche svago.... Gli svaghi sono le valvole di sicurezza del matrimonio....

Dal suo punto di vista medico, Gandolfi era contentissimo che la sua cliente si fosse scossa dal torpore doloroso in cui era immersa da un pezzo. Ed egli levava a cielo la combinazione da lui suggerita e in virtù della quale la signora Agnese aveva cinque mesi da pregustar la sua gioia. — E i beni che si sperano — notava il dottore filosofo — ci danno sempre maggior voluttà dei beni che si hanno. Se quella bimba fosse qui adesso, la signora Agnese comincierebbe già a crucciarsi pensando al momento di perderla; invece ella è felice pensando a quello di trovarla.

È innegabile che la signora Agnese, appunto facendo assegnamento sul non lontano ritorno dell’Ofelia, s’era rimessa prestissimo dalla commozione provata alla partenza del King Arthur. Era sempre in moto, sempre vispa e gioviale. Cosa insolita, la vedevamo spessissimo in banco. Ci veniva con mille pretesti, ma in fondo non le stava a cuore che una cosa sola; saper s’erano giunte notizie del capitano Atkinson, il quale aveva promesso di scrivere anche prima del suo arrivo a Hiogo.

E scrisse in fatti da Suez parlando a lungo dell’Ofelia che aveva continuamente in bocca la zia Agnese e dichiarava con grande solennità di voler mandarle una lettera. A tal fine prendeva un pezzo di carta, vi tracciava col lapis alcuni geroglifici, lo piegava in due e lo consegnava al padre con l’incarico di spedirlo a Venezia. L’Ofelia, seguitava il capitano, era buona e savia e consacrava ogni giorno un’oretta a combinar le parole coi caratteri mobili, sperando di ricevere e decifrare da sè qualche riga della zia Agnese. Alla quale la bimba faceva sapere che Tom era in castigo perchè in un impeto di gelosia aveva spezzato in due il cane barbone, credendolo vivo. Infine, sempre per incarico della figliuola, il capitano assicurava la signora che la puppatola era benissimo conservata; solo che la sua voce cominciava a indebolirsi e diceva mamma e papà con meno enfasi di prima.... forse, osservava l’Ofelia, per effetto del mal di mare.

Si diede immediatamente comunicazione alla signora Agnese di questa lettera che interessava più lei che la ditta Prosperi e si può immaginarsi s’ella le facesse festosa accoglienza. Il giorno stesso ella mi chiamò per consegnarmi un biglietto in nitido stampatello destinato a

Miss Ophelia Atkinson
to the care of Master George Atkinson
of the english Steamer King Arthur.

Il biglietto venne inchiuso in una lettera nostra al capitano, impostata la sera stessa per Hiogo.

Ora bisognava rassegnarsi a un lungo silenzio, perchè il King Arthur proseguiva direttamente pel Giappone senza poggiare a nessun punto intermedio.

Noi intanto avevamo sollecitato il nostro banchiere di Londra ad assumere qualche informazione precisa sul conto del capitano Atkinson, sul suo carattere, sulla sua famiglia, sulla malattia da cui era morta sua moglie, eccetera, eccetera. La risposta non si fece attender molto e le informazioni furono, nel complesso, assai favorevoli. Il capitano Atkinson, nativo di Glasgow, era da otto anni al servizio degli armatori del King Arthur, i quali non avevano che da lodarsene. Era uomo probo, intelligente, marinaio arditissimo, più colto di quello che non sogliono essere le persone della sua classe. Non aveva parenti prossimi; la moglie gli era morta pochi mesi addietro di tubercolosi acuta lasciandogli un’unica figliuola in tenera età che adesso viaggiava con lui.

Il punto nero era questo: la moglie morta di tubercolosi. La possibilità che la figliuola avesse ereditato i germi della malattia che aveva ucciso la madre impensieriva il signor Roberto e lo raffermava nella risoluzione di non permettere che l’Ofelia prendesse stabile dimora nella sua casa.

Ma di tutto ciò alla signora Agnese non fu tenuta parola. Era inutile affliggerla fuori di tempo.

In mezzo alle preoccupazioni di vario genere che l’amabile bambina del capitano Atkinson destava nei coniugi Prosperi era sfumata via la grande curiosità di saper eseguita dai signori Holiday la commissione del salottino giapponese. Però, in attesa dei gingilli che dovevano adornarlo, il salotto d’angolo aveva, per la servitù e pei padroni, preso già questo nome. Si era ormai avvezzi, domandando ove fosse la signora, a sentirsi rispondere: — Nel salottino giapponese. — Ella aveva sempre avuto una predilezione per questa stanza; adesso vi passava anche più ore del solito, perchè il resto del palazzo era sossopra a cagione dei ristauri. Invece il salotto d’angolo pel momento non si toccava, e l’unica novità che vi fosse era quella delle due fotografie dell’Ofelia e del King Arthur che la signora Agnese aveva provvisoriamente collocate sopra un tavolino.

Povera signora Agnese! Me la ricordo seduta presso la finestra, intenta a ricamare od a leggere. M’aveva incaricato di comperarle qualche libro che trattasse del Giappone, e le avevo portato tre o quattro volumi ch’ella sfogliava con avidità.

— Capisco che questo non diventerà mai un salottino giapponese autentico — ella mi disse un giorno. — Prima di tutto è troppo grande, e poi vedo qui che veri e propri mobili i giapponesi non ne usano. Hanno un’infinità di gingilli e ninnoli graziosissimi e stuoie, e paraventi, e carte colorate, e specchi dipinti, e vasi, e tappeti, ma non hanno nè sedie, nè tavole, nè armadi, nè letti.... Basta; oggi le do il tè alla nostra maniera — ella soggiunse sorridendo; — nell’inverno prossimo le metterò davanti le tazzine e quel fornelletto di bronzo che i Giapponesi chiamano tribacì e che serve per tenervi in caldo l’acqua, e lei, accoccolato per terra che ben s’intende, si leverà d’impiccio come potrà.

Di lì a poco cambiò argomento e mi chiese: — Dove sarà la nostra piccola viaggiatrice?

— Ma! — risposi. — Non saprei.... A due terzi di cammino.... Nei mari della China....

— Non vedo l’ora di ricevere l’annunzio telegrafico dell’arrivo a Hiogo. Perchè il capitano telegraferà subito, non c’è dubbio.... L’ho tanto pregato....

Io notai che in ogni caso avrebbero telegrafato i signori Holiday.

— Lo so, lo so — ella disse. — Ma non è la stessa cosa. I signori Holiday non inseriranno nel dispaccio neanche una parola che si riferisca all’Ofelia.... Questo non c’entra col vostro carico di riso.

Infatti, non c’entrava.

Dopo una breve pausa, la signora Agnese confessò che il suo trasporto per quella fanciulla meravigliava lei stessa e che suo marito aveva mille ragioni di rimproverarla di mancar di misura; ma certe cose non si discutono.... L’Ofelia l’aveva ammaliata.

— E forse — ella continuava — anche Roberto finirà col subirne il fascino, col desiderare ch’ella non vada più via. Si ha un bel dire: “L’Ofelia è un’incognita.„ Ma tutti i bambini sono altrettante incognite, persino i nostri quando ne abbiamo.... E se ci si decide a dare ospitalità a quelli che non son nostri, il meglio si è che i genitori o non ci siano, o siano lontani.... L’ho fatto l’esperimento dei figliuoli dei parenti, degli amici; l’ho fatto nel terzo e quart’anno del mio matrimonio.... C’era specialmente una bimbetta d’una mia cugina che si lasciava da noi per due, tre mesi di fila.... Però la madre veniva ogni tanto a vedersela e allora erano osservazioni su questo, su quello.... La mia cugina andò a stabilirsi in Francia col marito e con la figlia, e in quell’occasione io avevo giurato di non voler più saperne nè di quella bimba, nè di nessun’altra.... Giuramenti da marinaio.... Son nata mamma!

La signora Agnese si alzò e tendendomi la mano mi disse: — Sarà mio alleato, non è vero? Patrocinerà la mia causa con mio marito e col capitano Atkinson?

Balbettai qualche parola ch’ella interpretò nel senso più favorevole, e m’allontanai col presentimento di essermi messo per una via irta di triboli.

Questo colloquio era stato tenuto il lunedì o il martedì; la domenica, almeno una settimana prima di quello che si sarebbe creduto, giunsero due telegrammi da Hiogo, uno del capitano Atkinson che avvisava del suo felice arrivo, l’altro dei signori James Holiday e C., in cifra, che davano anch’essi la stessa notizia, assicuravano che si sarebbe posto mano al più presto alla caricazione del riso, e confermavano una lettera spedita per la posta circa al salottino giapponese. Non occorre dire che il capitano aveva introdotta nel dispaccio la frase voluta dalla signora Agnese.

Era il 20 di maggio. Il King Arthur aveva compiuto il suo tragitto in quarantacinque giorni. Se il ritorno si compiva con una celerità uguale, accordato anche un mese per la caricazione, il bastimento si sarebbe rivisto a Venezia ai primi di agosto.

Queste notizie e queste previsioni empirono d’allegria il banco e la casa. Per la ditta Prosperi l’operazione non poteva presentarsi sotto migliori auspici e c’era ormai la certezza di vendere tutta la partita con un larghissimo margine sul prezzo di costo. Era inoltre una vera compiacenza d’amor proprio l’aver iniziato un nuovo commercio con quei lontani paesi. Gl’imitatori non sarebbero mancati, e già si sapeva che i nostri rivali, i fratelli Gelardi, stavano trattando l’acquisto d’un carico simile al nostro. Poco importava. Per presto ch’essi facessero non avrebbero ricevuto la merce che un paio di mesi dopo di noi, e a noi sarebbe sempre rimasto il merito di averli preceduti.

La signora Agnese si curava mediocremente di tutto ciò; quello che la colmava di gioia era l’avvicinarsi del momento che la piccola Ofelia sarebbe stata a Venezia, sua certo per qualche mese, sua forse per sempre. Per creanza, ella mostrava talvolta di prendere interesse anche all’affare in sè e indirizzava al signor Roberto mille domande a cui egli rispondeva evasivamente, con un sorrisetto scettico. — Via via, — egli le diceva — vorresti negarmi che se il King Arthur, invece di contenere nella capace sua stiva una sessantina di mille sacchi di riso, contenesse soltanto una bionda fanciulla di cinque anni chiamata Ofelia, per te sarebbe precisamente lo stesso?

Ella protestava. — No, no, lo stesso, no....

— Quasi lo stesso allora — replicava il marito. — Sei contenta così?

Tre settimane dopo i dispacci annunzianti l’arrivo del bastimento ne giunse un altro importantissimo dei signori Holiday. La caricazione del riso era terminata; il salottino giapponese era stato incassato e non mancava che di portarlo a bordo; il capitano si proponeva di partire al più presto.

Quello fu un giorno di gran lavoro pel banco Prosperi. Si fece una colossale rimessa di cambiali su Londra ai nostri banchieri Eliot Green e C., per coprirli delle tratte che i signori Holiday avevano certo spiccato sopra di loro, e si provvide senza ulteriori indugi alla sicurtà che fu assunta da più Compagnie per la somma cumulativa d’un milione di lire in cui era compreso anche l’utile probabile. Il salottino giapponese venne assicurato a parte per 25 mila lire.

Infine il lunedì 18 giugno 1878 alle cinque pomeridiane (ricordo il giorno e l’ora) capitò un nuovo e ultimo telegramma, brevissimo, dei signori Holiday, avvisandoci che il King Arthur era uscito quella mattina dal porto di Hiogo.

— Non sarebbe da stupirsi — disse qualcuno — se il carico fosse qui prima delle polizze.

Intanto la posta, ora per la via di Hong-Kong, Singapore e il Mar Rosso, ora per quella di San Francisco, Nuova York e l’Atlantico, recò una serie di lettere che i fulminei telegrammi avevano preceduto. Lettere dei signori Holiday, lettere del capitano Atkinson, e persino un foglietto per la signora Agnese con tre parole dell’Ofelia, della quale evidentemente s’era condotta la mano: Many kisses-Ophelia. E il capitano Atkinson nell’inviar questo prezioso autografo dava minuti ragguagli sulla sua figliuoletta che non aveva sofferto nemmeno un’ora di mal di mare e non aveva avuto nemmeno un capriccio; o a meglio dire ne aveva avuto uno solo, quello di tener qualche volta il broncio al suo babbo perchè non faceva venir la zia Agnese. Del resto la zia l’avrebbe trovata cresciuta di statura e florida d’aspetto. Anche Tom, dopo quella sua birichinata in principio del viaggio, s’era condotto benissimo. Non solo aveva adempiuto scrupolosamente ai suoi due uffici di custodir l’Ofelia e di dar la caccia ai topi, ma s’era altresì reso meritevole di una decorazione salvando, con lo slanciarsi spontaneamente nell’acqua, un mozzo che stava per affogare. Figuriamoci, scriveva il capitano, ciò che farebbe quella buona bestia se, Dio guardi, l’Ofelia avesse a correre un pericolo analogo!

Una delle lettere dei nostri corrispondenti di Hiogo conteneva un lungo poscritto relativo al salottino giapponese, poscritto vergato tutto quanto dalla mano di M. James Holiday in persona, il quale si dichiarava lietissimo di rendere un piccolo servigio all’egregio signor Prosperi e alla sua most gracious lady, da lui rammentata con rispettosa ammirazione. Il detto signore confidava di poter raccogliere in brevissimi giorni tutti gli oggetti necessari per l’arredo del salottino, pagandone una somma inferiore a quello che i suoi amici eran disposti a spendere. Egli si riprometteva eziandio, in un suo futuro viaggio in Europa, di visitare questo salotto alla cui formazione egli avrebbe contribuito e di prendervi una tazza di tè, preparata dalle mani della più gentile signora ch’egli avesse avuto la fortuna di conoscere ne’ suoi viaggi.

Queste galanterie dettele in faccia sarebbero parse alla signora Agnese sciocche e dozzinali; avrebbero provocato sulle sue labbra uno di quei motti freddi ed alteri con cui ella scoraggiava i corteggiatori, e riusciva, lei, bella, ricca, elegante, a tenerne lontano lo sciame importuno. Venute invece dal Giappone attraverso migliaia e migliaia di miglia, esse lusingavano il suo amor proprio, la empivano di gratitudine, la facevano arrossire di compiacenza.

Seguirono altre lettere di minor conto, finchè nella prima settimana d’agosto ne capitò una portante la data dell’ultimo telegramma, 18 giugno. Essa confermava la partenza del King Arthur, conteneva le polizze di carico, le fatture del riso, e la nota delle tratte emesse da Hiogo sui banchieri Eliot, Collins e C. Nell’importo di queste tratte era compreso anche il valore del salottino giapponese che ammontava, se non mi falla la memoria, a qualcosa meno di 800 lire sterline. I signori Holiday avvertivano di aver consegnato al capitano la distinta particolare degli oggetti e dei prezzi.

Inchiuso nel foglio dei signori Holiday c’era pure un bigliettino di Master Atkinson coi saluti e i baci dell’Ofelia per la zia Agnese.

La previsione che il bastimento arrivasse prima delle polizze di carico, non s’era avverata. Ma in ciò non v’era nulla di straordinario, tanto più che l’ultima posta aveva preso la via di San Francisco, la quale, se si trovano le coincidenze esatte, porta sempre qualche risparmio di tempo. Bisognava aspettare. E aspettammo.