I.
— Diciannove anni fa, amica mia, la brutta e cascante Adelaide che conoscete (non mi fate di no col capo) era una giovane piena di vanità, di petulanza, di alterigia, e, per quello che assicuravano, di ricchezza. Cento bocche mi dicevano bella, e, ve lo confesso, io ero persuasa che dicessero la verità. Questi capelli che si vanno inargentando rapidamente, erano d'un castagno scuro, e così folti, così lunghi, ch'io consumavo un'ora il giorno a pettinarli. Le mie guance, potete ben crederlo, non avevano rughe, ed erano tinte d'un lieve incarnato che dava maggior risalto alla bianchezza della mia carnagione. La costante irrequietezza del mio spirito, che in quei tempi traboccava di vita, riflettevasi ne' miei occhi mobili sempre e ridenti. E poi, per non tediarvi con questo sfoggio di vanità retrospettiva, mi basterà soggiungervi ch'io stavo per compiere i ventiquattr'anni, e a ventiquattr'anni, per parer brutte, via, bisogna essere molto.
Poche ragazze ebbero una libertà così grande come la mia. Avevo perduta la madre prima di compiere i tre lustri, in quell'età, cioè, nella quale la mano che ci guidò nei primi passi, che sviò dal nostro sentiero le spine, sarebbe più necessaria che mai per proteggerci da nuove insidie e nuovi pericoli. Mio padre mi amava teneramente, ciecamente forse, ma assorto nei suoi affari non poteva dare a me che una piccolissima parte della giornata. Egli mi aveva fornito di tutti i maestri possibili. Italiano, francese, inglese, tedesco, ricamo, musica, ballo, disegno, storia naturale, persino matematica, non v'era cosa ch'io non dovessi imparare. Io me ne vendicai col non imparar nulla. Quanto a governanti, non ne volli sapere. N'ebbi due, una francese ed una inglese. Licenziai la prima con la scusa che parlava troppo, e la seconda con quella che non parlava punto; ma in sostanza perchè entrambe mi davano ombra, ed erano un freno alla mia autocrazia. A sedici anni io facevo in casa alto e basso ch'era una meraviglia. Ordinavo a mio talento che si attaccassero i cavalli e che mi si conducesse da qualche amica, o sul Corso a fare spese, davo le disposizioni pel pranzo, preparavo gl'inviti per le nostre festine del Carnovale, e guai se non m'obbedivano! La sarta e la crestaia pendevano da' miei cenni, e il babbo pagava le polizze. O che mio padre era forse un uomo debole? Tutt'altro. Aveva in certe cose una volontà tenacissima; ma erasi fatta tacitamente fra noi una specie di divisione di poteri, onde io non era più una vassalla, ma una viceregina.
Molto persone venivano in casa nostra, specialmente forestieri, raccomandati a mio padre, ch'era uno de' banchieri più rispettabili di Milano e che spesso li tratteneva a pranzo con noi. In quelle occasioni io sfoggiavo tutta la mia abilità musicale, che non era molta, e tutta la mia civetteria, che non era poca, o cinguettavo con singolare compiacenza in inglese o in francese mendicando la lode dei nostri ospiti, e poi gonfiandomene, come un tacchino che fa la rota. Tra lo scendere frequente in banco, e il conversare con negozianti, io andavo acquistando dimestichezza col linguaggio degli affari, e non ancora ventenne seguiva con una tal quale curiosità le oscillazioni dei valori pubblici nei listini di borsa della Gazzetta, allora ufficiale, di Milano. Avrei potuto divenire una donna alla foggia americana, se non fossi stata immensamente frivola, e non avessi avuto un disdegno teorico pel danaro.
Con centinaia di conoscenti che salivano e scendevano le nostre scale, noi non avevamo che un solo amico di famiglia, il notaio Anastasi. Era un uomo celibe, attempatello, basso, calvo, con gli occhiali d'ottone, piuttosto grosso e tarchiato, che discorreva soltanto dei suoi codici e delle sue procedure, e mi faceva venir sonno ogni volta ch'io lo vedevo. Io sentivo per esso una profonda antipatia, ma era un argomento da non toccarsi con mio padre, che invece ne andava pazzo. E veramente la mia avversione era cieca. Quando se ne levi la noia della sua compagnia, il signor Anastasi non mi aveva usato che gentilezze. Ogni anno al 3 di marzo, cioè al mio anniversario, io mi vedevo arrivare una scatola di dolci e un mazzo di camelie legato da un nastro di raso bianco con le mie iniziali ricamate a oro. Era un omaggio del signor Anastasi che mi si protestava sempre umilissimo servitore, e mi rammentava almeno due volte alla settimana ch'io dovevo contrarre uno splendido matrimonio, poichè aveva una dote di dugento mila lire. La venerazione della ricchezza, che è la malattia del secolo, erasi appiccicata anche al dabben uomo, il quale sapeva far cadere a ogni tratto il discorso sul nome de' suoi clienti più doviziosi e dimenticavasi d'esser miope, quando s'imbatteva per via nella carrozza del conte Berengari suo patrono ed amico. Eppure, vedete, allorchè penso come, a malgrado delle sue debolezze, il notaio Anastasi avesse un'integrità senza macchia, un animo disposto agli affetti, e una lucidissima intelligenza, allorchè penso ciò che gli debbo, io arrossisco d'averlo trattato per sì lungo tempo con una specie di ripulsione. Che torto abbiamo, Lina mia, ad esser troppo esigenti con coloro che ci avvicinano durante la nostra giovinezza! Noi non tardiamo ad accorgerci che i difettucci, verso cui fummo tanto severi, erano una cosa ben lieve a confronto dell'indifferenza, dell'egoismo che ne circondano con l'avanzarsi degli anni.
Io crescevo intanto non solo con le abitudini dell'autocrazìa, ma anche con quelle dell'opulenza. Tavola squisitamente imbandita, scuderia con superbi cavalli, rimesse con carrozze di lusso, domestici in livrea, e perfino un ragazzino, una specie di paggio, a mia intiera disposizione. Ogni autunno mio padre lasciava per un mese gli affari, e mi conduceva a una sua bellissima villa sul Lago Maggiore fra Intra e Pallanza. Quello era il mio paradiso, e non potrò mai dimenticare il terrazzo odoroso di cedri e d'aranci, da cui io fissavo lo sguardo a vicenda sul limpido specchio del lago, sulle incantevoli isolette Borromee e sui calvi cocuzzoli de' monti più alti e lontani. Oh le belle cavalcate lungo la costiera, oh le romantiche gite in barchetta, mentre la brezza vespertina increspava la superficie delle acque e gonfiava la vela! Come mi parevano brevi i trenta giorni trascorsi in mezzo a quell'incanto di cielo!
Sennonchè, ritornata in Milano, altre distrazioni mi attendevano. E così, alternando la vita fra le feste della città e le delizie della campagna, io stentavo a credere che vi fossero al mondo privazioni e miserie: ero liberale per indole, non per simpatia, e la mia mano s'apriva più che il mio cuore.
Non saprei dirvi in quale età intesi susurrarmi le prime parole di galanterìa, ma fu certo prestissimo. Non me ne maravigliai, non me ne commossi; abbastanza accorta da non cadere, abbastanza fredda da non amare. Mio padre, la cui famiglia principiava e compivasi in me, non aveva fretta di darmi marito: io che nella casa paterna ero più assoluta d'una czarina, non mi sentivo punto disposta a mutar domicilio. Ma il notaio Anastasi ripeteva sovente ch'era oramai necessario ch'io mi maritassi, e che se la mia famiglia non aveva eredi maschi, conveniva almeno ch'io dessi a mio padre la consolazione di una nidiata di nipotini. Io lasciavo dire, e ridevo.
Così andarono le cose precisamente fino a pochi mesi prima ch'io compissi i ventiquattr'anni, fino al tempo, cioè, dal quale avrei dovuto cominciare il mio racconto, se non mi fosse sembrato necessario farvi un tantino di prefazione.
Io che sono una vecchia zittella ho il diritto di dirlo: una ragazza di ventiquattr'anni è molto facilmente una creatura antipatica, ed è tale soprattutto quando è ricca e leggiadra. Non vi paia un paradosso. Io ho conosciuto molte donzelle in quell'età critica: ne conobbi anche parecchie di ammirabili, ma erano povere, nobilitate dal lavoro, santificate da un grande scopo nell'esistenza: o una vecchia madre da mantenere, o fratellini da educare, o un affetto da custodire. Però, in generale, a mio parere, ventiquattr'anni son troppi per una ragazza. Quando all'infanzia che ignora, all'adolescenza che sogna, succede l'età che a poco a poco vuol saper tutto e sa tutto, io credo sia giunta per la donna l'ora di diventare sposa e madre. È biasimevole, è turpe il costume di gettar la fanciulla in braccio a un marito appena che ella esca d'un chiostro; ma ciò che lo fa biasimevole e turpe, si è l'aver costretto uno spirito ardente entro quattro mura, in un'atmosfera viziata, in un mondo di pettegolezzi, d'invidie, di gelosie, ove le passioni sviate dal loro alveo naturale si pervertono e guastano miseramente. È certo che una fanciulla cresciuta lì dentro è disadatta a prendere in una nuova famiglia il posto che le si compete, se non fa prima un tirocinio nel mondo reale. Ma chi, come voi, fu educata nelle pareti domestiche, in mezzo allo spettacolo di affetti miti e soavi, chi, come voi, conobbe della vita quel tanto che a vereconda donzella si convenga conoscerne, non ha bisogno, credetelo, di passare attraverso una fase dell'esistenza, in cui si sollevano ad uno ad uno i veli che nascondono il vero. Ora, non dico l'innocenza dei prim'anni, chè sarebbe stoltezza il pretenderlo, ma i pudichi silenzi del labbro, ma la castità incorrotta dell'animo, ma la compostezza dei desiderî e dei modi abbandonano inesorabilmente la fanciulla a una certa età. Senz'avvedersene ella prende parte a discorsi che non le si addicono, senz'avvedersene ella lascia i crocchi dell'altre ragazze per frammischiarsi a quelli delle giovani spose, e nessuno più s'impone al suo cospetto riserbi, che hanno un grande valore anche quando l'ometterli non apprenderebbe nulla di nuovo.
Sebbene io possa dire con legittimo orgoglio di non aver mai violato il decoro della donna, non so ripensare ai miei ventiquattr'anni senza essere scontenta di me. Ma un grande cambiamento doveva in brevissimo tempo operarsi nell'animo mio.
Nell'autunno del 1849 un giovane piemontese, che aveva preso parte alla guerra dell'indipendenza, mi fu presentato nella nostra villa sul Lago Maggiore. Il suo nome era Gustavo: il cognome a voi non importa conoscerlo, a me giova tacerlo. Egli parve a me, ed era infatti, diverso da tutti gli altri giovani ch'io avevo visti fino allora. Nei ritrovi eleganti io m'ero imbattuta, nella parte più frivola della società, in uomini superbi d'un censo, o d'un titolo, o del nodo di una cravatta, o di un paio di baffi bene arricciati, o della grazia con cui sapevano comandare una contraddanza. Gustavo non era bellissimo della persona, ma la sua fisonomia era animata ed espressiva, le sue abitudini serie e studiose, il suo ingegno pronto e versatile, il suo modo di porgere pieno di efficacia e di leggiadrìa. Sfuggiva i convegni clamorosi, e i suoi trattenimenti favoriti erano le lunghe passeggiate solitarie, e la tranquilla e piacevole discussione sui più svariati argomenti. Mio padre strinse amicizia col padre di lui ch'era un possidente piuttosto agiato, e così la dimestichezza fra Gustavo e me fu agevolata da quella che regnava fra i nostri genitori. Quanti giri su e giù nel giardino, che belle mezz'ore trascorse insieme sul terrazzo fiorito, col cielo immenso sul capo, col lago placido ai piedi! In uno all'arte del porgere. Gustavo possedeva quella gentilissima dell'ascoltare, che invoglia alle confidenze, che vince gli sgomenti, che dona l'eloquenza al labbro più impacciato e più timido. Quand'io ero seco, non so se maggiormente mi compiacessi nel seguire i suoi discorsi o nel vedermi prestare orecchio benevolo, mentre parlavo. Una corrente di simpatia si formava tra noi: mi sentivo migliore di animo e d'ingegno, acquistavo la coscienza di un mondo diverso da quello ov'ero vissuta, di un ordine d'idee più elevato di quello, entro i cui angusti confini io m'ero mossa fino a quel punto. E mi dolevo meco medesima della mia educazione frivola e tutta apparenza, e pensavo quanto migliore avrei potuto essere di quei ch'io fossi se mi avessero allevata in modo diverso. A poco a poco vagheggiavo ciò che avea prima spregiato, schernivo ciò che prima era stato l'oggetto di tutti i miei sogni.
Gustavo era per me un uomo così superiore, ch'io, orgogliosa per natura, non sapevo nemmeno concepire la speranza ch'egli potesse abbassarsi fino a me. Quand'egli mi disse d'amarmi, credei morirne di contentezza. Non sono morta, e invece corsi da mio padre, e mi gettai come pazza nello sue braccia. Egli mi accolse sorridendo, e mi disse:
— So tutto.
— Come?
— Sì, certo. Gustavo fa le cose per bene. Credi tu ch'egli ti avrebbe fatta una dichiarazione senza prima parlare con me? —
Io era sì strana, che questa rivelazione mi diede più noia che compiacenza. Un amore che era passato per la trafila dell'autorità paterna mi sembrava meno romantico. Potete immaginarvi che siffatte ubbìe non mi durarono che pochi secondi, e mi abbandonai quindi alla gioia più pura che avessi provato in mia vita.
Fummo fidanzati, e il notaio Anastasi venne a stender la scritta nella nostra villa sul Lago, dove mio padre prolungò di un mese il suo soggiorno. Eravamo allora nell'ottobre del 1849: il matrimonio doveva succedere nel marzo del 1850, e precisamente il 3 di quel mese, il giorno cioè che io compivo i ventiquattr'anni e diventavo maggiore, secondo le leggi austriache allora vigenti nelle provincie lombarde. Portavo in dote al mio sposo la sostanza di 200 mila lire ereditate da mia madre. Taluno fece le meraviglie che mio padre non contribuisse dal suo lato ad arrotondare la somma: quanto a me, la cosa riusciva affatto indifferente. Gustavo aveva fretta di ammogliarsi, non solo perchè mi amava, ma perchè il tempo voleva così. Non istupite. È indicibile il numero dei matrimoni successi nei primi tempi che seguirono le peripezie del 1848-49. Il grande dolore di tutta la nazione per le catene ribadite, pei disinganni sofferti, pareva additare come unico porto la famiglia. Il momento d'una riscossa appariva a' più speranzosi come cosa remota: bisognava cercar l'oblio dei dolori pubblici nelle gioie tranquille delle pareti domestiche.
Lina, non occorre ch'io vi dica quante commozioni, quante dolcezze provi una fidanzata che ami davvero il futuro compagno della sua vita. Io m'ero prefissa uno scopo, quello di divenir per ogni lato degna di Gustavo. Non era soltanto l'amore, era anche l'ambizione; però, non me lo negherete, un'ambizione nobile e pura. Mi accinsi allo studio coll'ardore di chi deve farsi uno stato. Nelle lingue avevo cercato fino a quel momento la vernice che vuolsi dalla società: allora invece procurai d'intenderne l'indole, di conoscerne la letteratura, e ogni sera io comunicavo le mie impressioni a Gustavo, pendendo con trepida riverenza da' suoi giudicî. Egli rivedeva i miei quaderni, raddrizzava le mie idee, mi confidava le lotte che s'erano agitate nel suo pensiero, e l'assiduo alternarsi di focosi entusiasmi e di gelidi scoramenti, m'intratteneva delle sue rimembranze scolastiche, de' suoi trascorsi infantili; tutto con una grazia, di cui non ricordo l'uguale. Poi si discorreva dell'avvenire, e il fantasticare non aveva confino. Però il presente era per me il tipo ideale della felicità, e dopo che l'immaginazione stanca e trafelata aveva raccolte le ali, io concludevo che noi non dovevamo fare altro che rimanere così. In questo punto non eravamo d'accordo. Gustavo era ambizioso: egli mi diceva che un uomo devo spingersi innanzi, e che la stima di cui si gode e l'autorità che si possiede sono elementi essenzialissimi di felicità. Sopra un'altra cosa v'era dissidio fra noi. Si discorreva un giorno di ricchezza. Io chiesi: — Che cosa importa esser ricchi? — Baie! — mi rispose Gustavo; — tuttociò che porge modo, sia di soddisfare i proprî desiderî legittimi, sia di aiutare gli altri, è da tenersi in gran conto. Ricchezza vuol dir potenza, e la potenza, quand'è bene usata, è cosa da non apprezzarsi mai abbastanza. — Gustavo aveva ragione: pure m'infastidiva che i suoi discorsi fossero sempre così assennati, e ch'egli fosse così positivo. È vero ch'egli aveva ventott'anni e non era un bambino; ma un po' di giovanile spensieratezza sarebbe stata sì bella!
In me era accaduta una trasformazione singolare. Nella mia adolescenza io avevo divorato centinaia di romanzi, nè per ciò aveva mai manifestato un'estrema sensività. Appena fidanzata, mi ero messa sul sodo, mi ero accinta a letture serie, e da un punto all'altro, quando meno si sarebbe aspettato, sentii destarsi in me l'amor del fantastico. Non so rendermene ragione se non supponendo che la mia intelligenza sonnecchiasse, per risvegliarsi soltanto quando l'amore fece nascere in me la passione dello studio. Pare che lo spirito, entrato tardi in possesso delle sue facoltà, si diriga per quella via che è più consentanea a' suoi gusti senza badare alla voce ed al freno che vorrebbero condurlo. Un grande ingegno guidato da una grande volontà è uno spettacolo degno d'ammirazione; è Bucefalo che obbedisce alla mano di Alessandro, ma, bisogna confessarlo, è uno spettacolo raro. Molti riescono a star bene in sella, ma gli è che invece di cavalcare un destriero cavalcano un asino.
Comunque sia, alla vigilia di diventar donna di famiglia, io ero diventata una ragazza romantica. Ne aveva le subite accensioni, e le languidezze improvvise, e la esagerata facilità delle impressioni, e la febbre di desiderî indefiniti, confusi, mal noti a sè stessi. Gustavo me ne faceva rimprovero, e avrebbe voluto ch'io tornassi gaia e festosa come per lo addietro. Soprattutto gli doleva la mia eccessiva misantropia. — Non potremo mica vivere come due amanti, — egli mi andava dicendo, — e la mia sposina dovrà fare gli onori della nuova casa come fece quelli della casa paterna. — Anche qui Gustavo aveva ragione, e a me spiaceva ch'egli avesse ragione. È una gran noia quella di non poter mai dar torto ai proprî interlocutori.
Il sole veduto col telescopio ha delle macchie, e Gustavo, esaminato da vicino, aveva a' miei stessi occhi qualche piccolo neo. Certo egli mi amava sinceramente, ma mi sapeva male che in mezzo a tanto amore egli serbasse intatto tutto il suo criterio: avrei voluto vedergli fare delle pazzie, ed egli non ne faceva nessuna. Era troppo poco. Un'altra lieve nuvoletta nel mio orizzonte era la scarsa simpatia ch'io nutriva pe' miei futuri suoceri. Ho avuto sempre un trasporto molto mediocre pei parenti, a proposito dei quali mi venne spesso un'idea singolare, lo pensai cioè che se ad Eva avessero ordinato di mangiare il pomo, anzichè proibirglielo, ella avrebbe perduto egualmente il Paradiso. Il pomo imposto le sarebbe stato altrettanto funesto del pomo proibito. Ebbene: i parenti erano per me il pomo imposto dell'esistenza. Ne amai alcuno di vivissimo amore, non ostante che fossero parenti, non perchè erano. Questi qui, sebbene usassero meco cortesissimamente, mi sembravano gretti, volgari, servili coi ricchi, spregiatori de' poveri, e vicino ad essi il mio cuore chiudevasi come le foglie della sensitiva. Mio suocero in ispecie mi destava una invincibile ripulsione. Era un uomo che aveva toccata la settantina, ma mostrava appena i sessanta; alto, vegeto, rubicondo, e sempre ridente, ma d'un riso in cui non era nè candore, nè benevolenza. E, strano a dirsi, mi pareva ch'egli esercitasse tacitamente un grande impero sopra Gustavo.
Vi sarà facile immaginare però che ciò non alterava che lievissimamente la mia felicità.
Alla fine di ottobre ci separammo. Io tornavo in Milano a sollecitare il mio corredo di sposa, egli recavasi in Torino a prepararmi il quartiere. In quel tempo non era agevol cosa l'andar su e giù dal Piemonte alla Lombardia, ma Gustavo era riuscito a ottenere un passaporto e veniva regolarmente a stare con noi ogni domenica. Tutti gli altri giorni ci scrivevamo. La lontananza, quantunque piccola, le assenze, quantunque brevi, crescevano la mia passione, e ogni giorno io mi sentivo infiammata d'un amore più vivo per Gustavo. Egli poi nelle sue lettere era più espansivo che mai, e in ogni sua gita a Milano mi si mostrava più sollecito, più tenero, più affettuoso. Io era veramente fortunata e tutti si congratulavano meco della mia buona ventura. I più rimessi dicevano: — Non è un partito principesco, non è un gran signore, ma un giovane così amabile, di così bei modi, di tanta cultura, d'un così splendido avvenire! — Io ne insuperbivo e ne scrivevo a Gustavo, il quale, convien confessarlo, non insuperbivane punto.
In quei giorni di suprema felicità un'unica cosa mi dava martello, ed era il pensiero di mio padre. Egli rimaneva solo nel mondo, affidato a gente mercenaria che gli sarebbe stata intorno per dissanguarne la borsa, ma non per recargli efficaci conforti. Egli aveva un numero infinito di conoscenti, ma di amici veri non credo potesse contare che il notaio Anastasi, galantuomo a tutta prova, ma poco amena persona. Mio padre aveva un carattere bizzarro. Facile alle prime confidenze che procurano gli aderenti, era alieno quanto mai da quelle che fanno gli amici. La sua tenerezza egli l'aveva concentrata in me. Io non ero soltanto la sovrana della sua casa, ma anche quella del suo cuore.
Ed io scorgevo per non dubbî segni ch'egli sentiva profondamente la perdita che stava per fare. Poveretto! Me partita, chi sarebbe andato ogni mattina a interrompergli con celie infantili le monotone occupazioni del banco? Chi dopo pranzo, quand'egli stanco degli affari della giornata s'adagiava sul canapè, avrebbe sollevato il suo spirito destando sul pianoforte le armonie ch'egli aveva sì care? Chi la sera gli avrebbe tenuto compagnia nel suo palchetto alla Scala, ove, s'io non c'ero, egli soleva assopirsi? Chi si sarebbe frapposto tra lui e la verbosa eloquenza dell'Anastasi, il quale ogni giorno aveva un caso pratico (come dicono i legali) da raccontare, un cliente ricco da magnificare, e un articolo del Codice da citare?
A mano a mano che s'avvicinava il tempo delle mie nozze, mio padre diveniva più tristo e pensoso, quantunque cercasse dissimularmi in ogni modo la sua preoccupazione. E quando io m'affaticavo a persuaderlo che Gustavo ed io saremmo stati spesso in Milano, egli sorrideva malinconicamente e mi baciava.
Nondimeno, per uno strano contrasto, egli pareva voler affrettare, anzichè indugiare, il mio matrimonio. E se molte cose da porre in assetto lo avessero conceduto, io sono di parere ch'egli avrebbe accorciato il termine prefisso. A pranzo stava in lungo ed insolito silenzio, ed alzatosi da tavola, anzichè invitarmi a sedere al pianoforte, mi pregava d'uscir seco per qualche passeggiata. Più che i siti solitarî cercava le vie affollate e chiassose, e quel frastuono di carrozze e quell'andirivieni di gente gli servivano di distrazione e rasserenavano il suo spirito. Se poi alcuni de' suoi conoscenti gli si facevano dappresso, egli riprendeva tutto il suo buon umore, e con una loquacità e un fare espansivo assai più dell'usato si metteva a discorrer loro delle mie nozze vicine, e gl'invitava a rammentarsi di lui quand'egli fosse rimasto solo, e ad andarlo a visitare nel suo nido deserto.
L'affezione figliale mi rendeva sospettosa, ma dall'altro canto una tendenza dell'animo, che è naturale ai felici, mi aiutava a cacciare via i sospetti. È così comodo il persuadersi che nulla verrà ad abbattere il bell'edifizio del vostro avvenire, che nessuna nuvola turberà l'azzurro del vostro cielo, che nessun inciampo si frapporrà al vostro cammino! Possibile, io mi dicevo, che mio padre abbia un dolore segreto! Possibile ch'io, che conosco tutte le vie del suo cuore, non riesca a strapparglielo! E poi egli mi rispondeva in modo da acquetare i miei dubbî. L'idea d'essere per separarsi da me non era essa sufficiente cagione al suo turbamento? E nel contrasto tra questa idea e quella che pur gli si doveva affacciare della mia felicità, non era una giustificazione bastevole alla frequente mutabilità del suo umore? V'era poi un altro sintomo rassicurante. Dopo alcune parole ch'io gli avevo rivolte, la sua malinconia s'era, al meno a' miei occhi, di molto attenuata: egli aveva ancora momenti tetri, ma si ricomponeva prestissimo, ed anzi una domenica Gustavo, ch'era a pranzo con noi, mi confessò che da lungo tempo egli non aveva veduto mio padre così sereno.
Chi diveniva serio e lugubre come un epitaffio era il notaio Anastasi. Io avevo seco una grande dimestichezza che trascendeva di leggieri sino all'impertinenza, e mi ricordo d'avergli detto un giorno: — Per carità, notaio, vi par egli d'esser così ameno, quando siete del vostro umore naturale, per aggiungervi anche un granellino di patetico? Sareste innamorato? — M'accorsi d'aver soverchiato la misura ed era per chiedergliene perdono e stendergli la mano, quando incontrai un suo sguardo, nel quale non v'era risentimento, ma compassione. La mia alterezza ne fu punta, le parole mi morirono tra le labbra, e, come avviene quasi sempre in chi ha torto, stetti imbronciata tutta la sera. Però il dì appresso tornammo amici, e la frequenza delle visite che l'Anastasi faceva a mio padre m'inspirava a poco a poco una reale affezione per lui. E io arrossivo di non aver avuto bastanti riguardi per quest'uomo, che non era stato estraneo ad alcun nostro evento domestico, malinconico o lieto, e che per la lunga consuetudine poteva oggimai dirsi di famiglia. Ve lo confesserò io? Vista sotto una nuova luce, la sua onesta fisonomia mi pareva meno volgare; udite con una prevenzione più benevola, le sue citazioni del Codice mi riuscivano meno uggiose: chi sa che alla lunga, per una singolare contraddizione del cuore umano, io non finissi col giudicarlo bello e romantico?
Così il giorno delle nozze s'avvicinava a gran passi, senza che alcun incidente venisse a turbare la lieta aspettazione dell'animo mio. Non ch'io avessi potuto estirpare ogni dubbio, non che io non mi angustiassi talora pei mutamenti operatisi nel carattere di mio padre altra volta così riservato, e tranquillo, ed eguale, ed ora facile a passare dalla più scapigliata allegria alla tristezza più profonda, dall'abbandono più espansivo alla irritabilità più nervosa; ma in fine le mie ombre non prendevano corpo, e nulla mi dava ragione di credere che fossero altra cosa che ombre.
Una settimana prima delle nozze Gustavo condusse in Milano i suoi genitori, che presero alloggio da noi. Egli ritornò a Torino, dove aveva in quei giorni una importante causa da discutere (obliai dirvi che Gustavo era avvocato, e, tra' giovani, uno de' più promettenti della capitale); e sarebbe tornato a Milano soltanto il mattino del 3 marzo, cioè poche ore prima del nostro sposalizio che doveva celebrarsi alle 6 della sera.
Le accoglienze di mio padre a' miei suoceri furono, più che cortesi, festevoli. Ma io m'accorsi ben presto che la sua ilarità non era tutta spontanea e che, quand'egli restava solo, la nube di tristezza, che per tanto tempo gli aveva oscurata la fronte, si addensava più fitta che mai, e le mie inquietudini riacquistarono l'antico vigore. Mio suocero invece era d'una serenità olimpica, e a vederlo in così buon essere si sarebbe detto ch'egli stava per andare a nozze. Cantava, rideva, e si abbandonava di tratto in tratto a lazzi di gusto molto equivoco che lo divertivano assai, ma che indispettivano me. E in mezzo a queste apparenze di bonarietà v'era negli atti suoi, nei gesti, negli sguardi qualche cosa di freddamente imperioso, di calcolatore, di maligno che mi metteva i brividi addosso. Sua moglie era un monumento parlante del suo dispotismo. Quantunque di tre lustri almeno più giovane di lui, ella pareva aver gli anni di Matusalemme; quantunque affermassero ch'ella era stata avvenente, era divenuta così smilza e macilenta da incuter paura. Si sarebbe detto che ella avesse perduto a brandelli le proprie carni, conservando soltanto la pelle e l'ossa. È naturale ch'io non avessi mai avuto agio di osservarla attentamente come in quei giorni, nei quali ella era mia ospite, e v'assicuro che le impressioni ch'io ne ricevevo erano un misto di pietà e di disistima. Io non sapevo intendere quella docilità pecorina che non si risentiva, nè degli scherni, nè dei modi acri e brutali, e che provava anzi una certa voluttà nel far palese la sua condizione umiliante. Certo Gustavo aveva della dignità della donna un'idea affatto diversa.... ma se non fosse così, ma s'egli avesse a rivelarmisi sotto la stessa luce del padre suo!... A questo solo pensiero tutti gl'istinti della ribellione si destavano in me.
Il giorno destinato al mio matrimonio era il sabato. Il giovedì mattina io m'ero alzata di pessimo umore: però l'aspetto sorridente di mio padre aveva contribuito molto a rasserenarmi; la sua giovialità mi sembrava più schietta, meno forzata del consueto. Ricevetti una lunga lettera da Gustavo che mi narrava i particolari del suo dibattimento, e mi esponeva la tela della difesa ch'egli aveva preparata pel giorno dopo, per la vigilia cioè, com'egli scriveva, del più bel giorno della mia vita. Io ero altera de' suoi trionfi: mi pareva di vederlo dominare col gesto l'assemblea, di sentirlo tuonare generosamente in patrocinio della infelice ch'egli doveva difendere innanzi ai giurati. Trattavasi d'una povera giovane che in un istante d'oblìo aveva tentato d'uccidere l'uomo, da cui era stata sedotta, resa madre, e poi vilmente tradita.
Stavamo desinando, quando il domestico consegnò un biglietto a mio padre. Lo vidi aprirlo con mano convulsa, leggerlo rapidamente e impallidire. Ma fu il pallore d'un attimo; in men che non si dice egli aveva ripreso la compostezza di prima. Però la cosa non doveva essere sfuggita nemmeno a mio suocero, poichè i suoi occhi manifestavano un'inquieta curiosità. Io giurai a me stessa di trovar la chiave di questo enigma. Dopo pranzo dovetti uscire con mia suocera, e per giustificare la mia preoccupazione accusai un improvviso dolore di capo. Avevo toccato un cattivo tasto, poichè la buona donna vi andava soggetta, e me ne discorse con grande diffusione, suggerendomi tutti i farmachi immaginabili, e dicendo almeno due volte al minuto: — Speriamo che passerà. — E in fatto, per non sentirne altro parlare, feci sì che passasse, e nel rientrare in casa mi dichiarai bella e guarita.
Il salotto era illuminato e v'era già qualcheduno. Altri molti si aspettavano. Mio padre stava addossato alla stufa in festevole colloquio con due persone. Era tranquillo; tutt'al più si sarebbe potuto dire ch'egli fosse un po' sofferente di salute. Mio suocero giocava al domino con un suo compatriota ch'era venuto a visitarlo. Amici del babbo ed amiche mie, figli degli amici del babbo, e madri delle mie amiche capitarono in frotta a passar con noi la serata: mancava però la cravatta bianca, il vestito nero ed il faccione rotondo dell'Anastasi. A me toccò simulare allegria e disinvoltura; pregata andai al cembalo; poi dispensai il tè, ricevendo complimenti, congratulazioni, baci e strette di mano. Il meno ch'io poteva fare in ricambio era di sorridere.... sorridere con l'angoscia che mi dilaniava.
Quando piacque al cielo, gli ospiti se ne andarono e ciascuno si ricondusse alla propria stanza. Io aveva maturato il mio progetto: attendere pochi minuti, e volar poscia nella camera del babbo. La sua sorpresa, le mie lagrime, le mie carezze lo avrebbero indotto senza dubbio ad aprirmi l'animo suo.
Avvezza a percorrere la mia casa con passo sicuro, con fronte alta e serena, non so dirvi quel ch'io provassi nel traversarne gli anditi in punta di piedi a guisa del delinquente che ha violato l'altrui dimora. Uno strano senso di terrore mi dominava tutta, le fantasie più lugubri mi si affacciavano allo spirito, la mia immagine riflessa in uno specchio, la mia ombra fuggente sulla parete mi mettevano un tremito addosso, il fruscìo delle mie vesti mi suonava sinistramente all'orecchio: io ero diventata superstiziosa come la contadina che, transitando la sera pel suo campicello, pensa ai racconti dell'ava e vede intorno a sè spettri e fantasmi. Nell'aprire una porta mi si spense il lume; ciocchè accrebbe in sulle prime il mio sgomento, ma produsse tosto una salutare reazione. Vergognai della mia pusillanimità e proseguii a tentoni. L'uscio della camera di mio padre era sbarrato: vi regnava un perfetto silenzio. Entrai trattenendo il respiro.... mi provai a chiamare: la voce mi morì soffocata nella strozza.... pure mi feci forza e gridai replicatamente: — Babbo, babbo. — Nessuna risposta. Io mi sentivo venir meno, ma guidata da quel po' di virtù visiva che resta all'occhio anche nell'oscurità appena vi si sia avvezzato, mi approssimai al letto, palpandone le coltri. Non v'era nessuno e la intatta rimboccatura delle lenzuola rendeva evidente che non v'era neppure stato nessuno. La mia ragione smarrivasi: nondimeno ebbi ancora bastante lucidezza di spirito da pensare che mio padre poteva essere nel suo studio, e, raccolte le poche forze che mi restavano, ripresi al buio il mio affannoso pellegrinaggio. Per arrivare allo studio conveniva scendere una scaletta interna: la scesi, sempre nell'oscurità, e giunta sul pianerottolo mi persuasi ch'io non avevo errato nel mio giudizio. Udii un bisbiglio, e mi parve distinguer le voci di mio padre e del notaio Anastasi. Tranquillata dalle più lugubri apprensioni, io mi sentivo però il cuore batter sì forte, che per reggermi mi convenne appoggiarmi alla parete. Temetti che fosse chiuso a chiave anche l'uscio dell'antistudio, ma non era; e potei entrare, ed accovacciarmi dietro un paravento e porger l'orecchio a ciò che si diceva nella stanza attigua. Introdurmivi io pure, ammesso che la porta non ne fosse assicurata di dentro, sarebbe stata cosa inopportunissima: avrei prodotto uno scompiglio e perduto il destro di sapere il mistero che mi stava sì a cuore; il mistero, pel quale io non rifuggivo dall'indelicatezza di origliare ad un uscio.
Ebbi subito agio di convincermi che due soli erano gl'interlocutori, Anastasi e mio padre. In sulle prime il dialogo mi sfuggiva; ma poi, sia che dentro si alzasse la voce, sia che uno sforzo della volontà aguzzasse in me il senso dell'udito, riuscii ad afferrare una buona parte del colloquio, e, quantunque si trattasse d'affari, l'ho qui scolpita in mente come se uno stile l'avesse incisa nel marmo.
— Dunque, — diceva mio padre, — voi credete che col Miragli non sia sperabile di venir a un componimento.
— Pur troppo ne son sicuro, — rispose l'Anastasi; — egli mi dichiarò stasera che non accetterà altro che l'integrale rimborso in contanti.
— Trovar danari è impossibile.
— Impossibile, — riprese il notaio. — Inoltre, signor Giorgio, a un vecchio amico voi permetterete il dirvelo francamente, ciò che voi fareste pel Miragli andrebbe a danno degli altri vostri creditori. Quando voi abbiate liquidato tutta la vostra sostanza, vi resterà sempre un deficit di 200 mila lire. Se per avventura voi trovaste oggi a prestito questa somma per rimborsare il Miragli, non avreste evitato ciò che disgraziatamente è inevitabile, ma sareste colpevole di una ingiusta preferenza, di cui non so se i tribunali potrebbero chiedervi conto, ma di cui vi chiederebbe conto per certo l'opinione pubblica e la vostra coscienza. —
Io credevo di sognare: però lo stupore e l'angoscia non facevano che accrescere l'intensità della mia attenzione.
Udii di nuovo la voce di mio padre che diceva: — Avete ragione. — Poi successe un silenzio o piuttosto un bisbiglio confuso, nel quale io non potevo distinguere parola. Indi mi giunsero di nuovo all'orecchio queste frasi proferite in tuono concitato, confuso: — Che orrore! Che orrore!... Il fallimento! Alla mia età.... Dopo tanti anni di oneste fatiche, dopo tanti anni di riputazione intemerata!... — Una sedia si mosse: credei che il colloquio fosse finito, e mi rannicchiai paurosa, ansante nel mio nascondiglio. Ma l'uscio non ancora si aperse, e intesi soltanto il passo di mio padre che andava su e giù per la stanza. — Sentite, Anastasi, — egli soggiunse con qualche solennità, — le cambiali scadono domani. Avete almeno ottenuto da quell'uomo ch'egli non le protesti sino a lunedì dopo che mia figlia sarà partita col suo sposo? La legge glielo consente.
— Egli mi diede la sua parola d'onore, — rispose l'Anastasi.
— Adelaide esce di minorità sabato, o per meglio dire alla mezzanotte di venerdì, ch'ella nacque appunto in quell'ora. Sarà vostra cura di farla entrare in possesso della sostanza che le ha lasciato sua madre e che formerà la sua dote.... Oh! io avrei dovuto accrescere il suo patrimonio, e invece è un gran che se le rendo intatto ciò che mi lasciò per lei la mia povera Maria. —
Il nome della madre mia proferito in quel momento, il pensiero che in tanta rovina mi mancavano le supreme consolazioni del bacio materno, ruppero il freno alle lagrime ch'io aveva rattenute fino a quel punto. Io mi sentii le guance inondate di pianto: nondimeno una forza maggiore di me mi teneva incatenata al mio posto.
— Signor Giorgio, — rispose l'Anastasi dopo brevissima pausa, e con la voce perplessa ed incerta di chi si perita ad esprimere un proprio concetto, — signor Giorgio, non vi venne mai il pensiero di confidarvi a vostra figlia ed a vostro genero?..; Le dugento mila lire della signora Adelaide.... —
Mio padre diè fortemente col pugno sul tavolo, e proruppe con accento pieno d'ira e di fuoco, — Voi delirate, Anastasi. Turbare a mia figlia i giorni più cari della sua vita? Mettere a repentaglio la sua felicità? Espormi al caso ch'ella, offrendomi ogni suo avere, dovesse perdere il matrimonio che forma lo scopo de' suoi pensieri....
— Perdere il matrimonio! Voi credete il signor Gustavo tante venale.... Oh no! egli è giovane....
— Se tal non fosse lui, sarebbero i suoi. O che vi pare che suo padre sia un modello di abnegazione e di disinteresse? Via, Anastasi, non mi fate il poeta, voi lo sapete meglio di me che conto bisogni fare degli uomini, quando si tratti di siffatte questioni. Basti, e per sempre, di ciò... Almeno, quando Adelaide saprà l'accaduto, ella sarà lungi di qui, fra le braccia dell'uomo che adora, e le cure del nuovo stato e le impressioni di luoghi non mai veduti le renderanno meno penoso l'annuncio. Del resto io saprò attenuarle il vero per modo ch'ella supponga soltanto un momentaneo sconcerto. E prima ch'ella ritorni dal suo viaggio, lo spero, le mie faccende saranno sulla via di accomodarsi.... Per ora io non chiedo altro, se non che il cielo mi dia tanta forza da non tradirmi al cospetto della mia figliuola. Ella già presente qualche guaio: conviene che il mio contegno ed anche il vostro, Anastasi, siano tali da dissipare ogni dubbio. Non vi fu mai simulazione più santa di questa. —
Le voci ricaddero nuovamente in un indistinto ronzìo; poi intesi mio padre dire: — Andiamo.
— Sì, — rispose il notaio. — Domattina passerò da voi dalle sette alle nove. Più tardi ho qualche occupazione e non potrò muovermi dallo scrittoio. —
L'uscio dello studio si aperse. Precedeva mio padre tenendo il lume in mano. La sua faccia illuminata dai raggi della candela sembrava ancora più pallida: nondimeno egli mi parve meno turbato che non fosse nella mattina; il suo passo era lento, ma sicuro, il suo sguardo aveva qualche cosa di risoluto e virile che metteva riverenza ed ammirazione. O egli si era rassegnato da stoico, o egli lottava da eroe. Il notaio Anastasi lo seguiva a capo chino, e divorando in silenzio una lagrima che gli scendeva giù per la guancia. Quest'uomo, al quale io non avevo portato altra affezione che quella inspirata dalla lunga consuetudine, quest'uomo ch'io avevo creduto onesto sì, ma volgare e incapace d'intendere nulla al di là de' suoi codici, mi si mostrava sotto una luce affatto nuova. Oserei dirlo? Vi fu un punto, nel quale il mio animo si sentì attratto verso di lui più che verso mio padre. Mio padre aveva dubitato di Gustavo; egli lo aveva difeso.
Accovacciata nel mio cantuccio li vidi passare per l'antistudio ed uscire. Dovevo io scoprirmi? Dovevo gettarmi ai piedi di mio padre per dirgli ch'io non avrei mai permesso il suo disonore, finchè restava un centesimo nella mia borsa, una stilla di sangue nelle mie vene? Fui in forse un istante, ma mi ricredetti subitamente: io non potevo salvare mio padre che contro sua voglia; perchè, adunque, metterlo in guardia?
Mi ricondussi faticosamente alla mia stanza; con quali impressioni, con quali pensieri lascio a voi immaginarlo. Ho io bisogno di notomizzare innanzi a voi il mio cuore? Innanzi a voi, così intelligente, così buona? Vi dirò: figuratevi d'essere ne' miei panni: ecco tutto. Figuratevi, vicina alle nozze come voi siete, d'essere, com'io fui, colpita da una di quelle notizie che mutano a un tratto le condizioni dell'animo, e possono mutare del pari il corso agli eventi. Avete un pensiero in cima a tutti gli altri; l'uomo che sta per essere vostro marito: ebbene, questo pensiero deve andare in seconda linea; a vostro padre dovete pensare: a vostro padre che voi credevate opulento, rispettato da tutti, serbato a una vecchiezza tranquilla, e che invece è povero e dovrà sostenere le contumelie degli avversari e degl'indifferenti, e la inerte commiserazione dei tepidi amici, e perdere il frutto d'una vita intemeratamente operosa. Non è un sogno. Eravate alla soglia della vostra casa per uscirne lasciandovi un tesoro d'affetti, e portandone con voi un desiderio pacato, una reminiscenza soave, ed ecco a un punto un imperioso dovere vi ci trattiene e vi dice: — Il vostro posto è qui, e sarà forse qui anche domani, e fosse pure per tutta la vita, voi non potreste lasciarlo senza commettere una viltà pari a quella del soldato che viola la sua consegna. —
Occorre ch'io vi dica che quella notte non chiusi occhio?... Occorre ch'io vi dica che non mi spogliai? Che non mi gettai nemmeno sul letto, ma che, sebbene il clima fosse rigidissimo, mi parve a più riprese di soffocare e spalancai la finestra? Quante volte chiamai mia madre!... ella era morta da undici anni!... Quante volte invocai la presenza di Gustavo, e poi contraddicendomi da me stessa augurai ch'egli non venisse, sinchè tutto non fosse finito. Allorchè l'alba, una gelida e triste alba di marzo, cominciò ad imbiancar l'orizzonte, io avevo già fisso in mente il mio disegno. Concedetemi di raccogliere le mie idee, e proseguirò il racconto. —
Lina accostò la sua sedia a quella della signora Adelaide, pose la sua nella mano di lei, e susurrò con voce commossa:
— Povera amica; quanto avete dovuto soffrire! —