II.
Era già levato il sole — continuò la signora Adelaide — allorchè, per non insospettire la cameriera che sarebbe entrata di lì a poco, mi misi a letto. Quand'ella venne, le ordinai di far approntare la mia carrozza. Io esercitavo in casa una così assoluta padronanza, che quella gita ad ora strana non poteva dar ombra a nessuno. Non era la prima volta ch'io uscivo di buon mattino per qualche spesuccia.
Abbigliatami in fretta, salii nella carrozza, dicendo al cocchiere che mi conducesse sul Corso. Mentre io comperavo non so qual bagattella in un negozio, una mia antica conoscente, ch'erasi da alcuni anni stabilita in provincia, mi si gettò al collo baciandomi con effusione, e dicendo: — Ho inteso che sei prossima a nozze. Accetta di volo le mie congratulazioni. — Poi con un fare tra il serio e il gioviale soggiunse: — Sono diventata madama anch'io, sai? Eccoti mio marito. — E mi presentò un bel giovane, alto della persona, che s'era tenuto modestamente in disparte. Ribaciai la mia amica, rivolsi un complimento dozzinale al suo compagno, e risalita in carrozza gridai: — Dal banchiere Miragli, — nominando la via da me conosciutissima ove questi abitava. La mia amica e il suo sposo parevano ammirar la bellezza del mio equipaggio, e nel saluto ch'essi mi fecero, allorchè i miei cavalli si misero al trotto, credetti scorgere quella deferenza quasi involontaria, con cui la gente di mediocre fortuna guarda coloro che sono, o ch'ella stima opulenti. Temei d'essere stata un po' aristocratica, un po' fredda, e spinsi la testa fuori della portiera per far un nuovo cenno del capo alla giovane coppia, ma essi non mi abbadavano più. — Camminavano a braccio l'uno dell'altro, discorrendo e sorridendosi amorosamente. I loro occhi non s'incontrarono coi miei, il mio movimento passò inosservato. Essi erano felici! Ed io?...
Quando la carrozza si arrestò dinanzi alla dimora del Miragli, io sentii un gran tremito per tutta la persona. Io non avevo nè ponderato, nè discusso meco medesima la condotta da tenere; una sola cosa mi stava chiara e distinta nel cervello, ed era la mèta, a cui dovevo arrivare.
Mi feci precedere dal mio biglietto di visita, su cui avevo scritto che si trattava di cosa urgentissima. Un servo gallonato venne a farmi discendere assai cerimoniosamente dalla carrozza, mi accompagnò lungo un andito senza finestre che riceveva luce da una parete a cristalli appannati e m'introdusse in un gabinetto elegantissimo, ove mi disse che il signor Cavaliere non mi avrebbe fatto attendere che pochi secondi. Oggi il banchiere Miragli è cavaliere de' Ss. Maurizio e Lazzaro, allora era cavaliere di Francesco Giuseppe, e se ne teneva.
Non era la prima volta ch'io vedevo questo signore. Egli veniva qualche sera a trovar mio padre nel suo palchetto alla Scala, e le nostre carrozze s'incrociavano ogni giorno sul Corso. Sua moglie e le sue figliuole mi erano antipatiche al sommo, e la nostra conoscenza non era arrivata più in là di un compassato cenno del capo. Figuratevi poi che cosa io pensassi in quel momento del signor Miragli. Egli era per me un mostro d'infamia, un rifiuto dell'umanità, un essere così sozzo e perverso che il peggiore non avrebbe potuto immaginarsi. Indi, procedendo cogli anni e con la triste esperienza della vita, si attutirono in me gli entusiasmi e gli sdegni, ed anche del signor Miragli feci più equo giudizio. Egli era soltanto un uomo inteso a tutelare gelosamente il proprio interesse. E, invero, perchè avrebbe dovuto sacrificarsi alla felicità mia, alla felicità di mio padre? Quali obblighi aveva egli verso di noi?
Egli non tardò a comparire. Teneva in mano il mio biglietto di visita, guardandolo sotto gli occhiali con un certo atto sospettoso, come volesse dire: — Che diavolo viene a fare costei? —
Io ero troppo sollecita della dignità mia, della dignità di mio padre per ismarrire un solo istante il mio contegno tranquillo e severo.
Il banchiere che, quantunque toccasse la cinquantina, pretendeva ancora di far l'elegante, mi sciorinò alcuni complimenti; ma io, che non era in vena di cerimonie, entrai diritta nel cuore dell'argomento.
— Io sono venuta qui — dissi — per sottoporle francamente una domanda e farle francamente una mia proposta. Posso sperare nel signor cavaliere Miragli un'uguale franchezza? —
Egli, spintosi innanzi sulla sedia con mezza la persona a guisa di chi si accinge ad ascoltare attentamente, fece col capo e con la mano un cenno affermativo, ed io continuai.
— È vero ch'Ella è creditore di mio padre per la somma di 200 mila lire?
— Scusi, — rispose il banchiere, — non intendo come ciò che si riferisce alle relazioni di due uomini d'affari tra loro, possa formare oggetto del nostro colloquio.
— Non saprei — interruppi — di che cos'altro dovrebbe occuparsi il nostro colloquio, se non di ciò che riguarda gli affari di lei con mio padre. Del resto poco vale lo schermirsi. Io so che la faccenda è così.
— In tal caso, è vero, — riprese il Miragli, giuocherellando coi gingilli dell'orologio.
— È vero che questo credito è rappresentato da alcune cambiali, le quali scadono oggi?
— Ma.... Signorina!...
— È inutile il voler nasconderlo, perchè lo so.
— Allora non mi resta che dire: è vero.
— È vero — continuai senza scompormi — ch'Ella rifiuta ogni proroga ed esige di esser pagato immediatamente e interamente?
— Le confesso, o Signora, ch'io persisto nel credere inutili queste spiegazioni. È penoso ad un uomo di onore, come io credo di essere, il dover mettere in discussione proponimenti che ormai non possono più esser mutati.
— Nè io intendo ch'Ella li muti, — risposi, sollevando il capo con alterezza. — Io non vengo qui a implorar grazia, ma a trattare d'affari. —
Il banchiere prese un occhialetto che gli pendeva al collo, e poichè n'ebbe sovrapposte le lenti a quelle degli occhiali si mise a guardarmi più attentamente che mai. V'era nella sua fisonomia qualche cosa che esprimeva o una immensa commiserazione o una immensa maraviglia. Se taluno fosse in quel momento disceso nel cuore del signor cavaliere Miragli, scommetto che vi avrebbe trovata la convinzione ch'io presto o tardi diverrei pazza. Siccome però poteva accadere ch'io parlassi del miglior senno, non gli conveniva render troppo patente la sua incredulità. E soltanto, come esponendo un suo dubbio, egli riprese:
— Io temo, Signorina, che la sua ben naturale inesperienza d'affari non Le permetta di considerare l'importanza della somma che quelle cambiali rappresentano, nè la difficoltà di trovarla così su due piedi.
— Ebbene, signor Cavaliere, — ripresi, — io non sono certo in grado di pagare oggi per intero la somma, di cui Ella è creditore; ma sono venuta a chiederle se Ella accetterebbe la mia firma in sostituzione a quella di mio padre. —
Il cavaliere Miragli tornò a fissarmi nell'atto di chi sta dinanzi ad un visionario. E riprendendo a poco a poco il tuono dell'uomo d'affari:
— Scusi, — mi disse, — Ella oggi è minorenne e non può assumere impegni: domani, s'io non erro, va sposa al signor avvocato, — e proferì il nome del mio fidanzato, — onde non saprei davvero....
— Ah! — interruppi con fredda ironia, quantunque l'allusione al mio matrimonio mi avesse fatta impallidire. — Ella mi tratta come una fanciulla, e suppone ch'io non fossi preparata alle sue obbiezioni. Le dirò ch'io nacqui, e veda un po' se sono precisa, appena scoccata la mezzanotte del 2 marzo 1826. Adunque poche ore mi mancano a compire i ventiquattr'anni e ad esser padrona di me. Le mie nozze sono stabilite pel dopopranzo di domani, per cui v'è un breve periodo di tempo, nel quale io ho la potestà piena delle mie sostanze, e la piena responsabilità dei miei atti. —
Nel mentre che io parlavo, il banchiere aveva avvicinato la sua sedia, e il suo volto non esprimeva più la curiosità ironica di chi ascolta le chiacchiere d'uno sconclusionato, ma l'attenzione vigile e intensa dell'uomo che sente proporsi un affare serio.
Io continuai: — Approfittando di questo intervallo, nel quale non dipendo che da me medesima, io Le offro (perchè non m'è dato svincolare da un momento all'altro ogni mio avere) di sottoscrivere quelle obbligazioni ch'Ella stimerà necessarie a coprire il suo credito. Il nome di mio padre deve restare senza macchia.
— Ma, e questa sua sostanza? — bisbigliò perplesso il banchiere.
— Signore, — diss'io alzandomi in piedi, — io non soglio offrire che quello che possiedo, nè ora scenderò a inutili particolari. Ha Ella piena fiducia nel notaio Anastasi?
— Pienissima, — egli rispose inchinando il capo.
— Ebbene, egli potrà chiarirle i fatti miei più ch'io non voglia o non debba. A mezzanotte io sarò nel suo studio. Vi si rechi e porti con sè le cambiali. Se le parole dell'Anastasi non la convinceranno, s'Ella non avrà la certezza che un impegno assunto da me sia una piena guarentigia per Lei, Ella conserverà i suoi diritti, e sarà come se il nostro colloquio non fosse succeduto. —
Il Miragli promise che non mancherebbe al convegno, e si confuse in proteste di ammirazione.
Nell'accompagnarmi all'uscio soggiunse a mezza voce, quasi vergognandosi di sè stesso: — Spero che i documenti.... compresa la sua fede di nascita.... —
Non lo lasciai finire, ma lo fulminai con uno sguardo così pieno di disprezzo e di orgoglio, che le parole gli morirono sulle labbra.
Egli mi porse la mano: io ritirai la mia e feci atto d'uscire. Però mi rivolsi un momento indietro, e dissi con voce ferma: — Silenzio con tutti, s'intende.
— Si figuri! — rispose; poi mi precesse nell'andito e richiamò il servo in livrea che m'aveva fatto discendere dalla carrozza. Ci accomiatammo con un semplice cenno del capo.
Dopo il banchiere, il notaio. In pochi minuti il cocchio mi mise alla porta dell'Anastasi: in pochi secondi fui nel suo studio.
Quand'io, senza punto farmi annunciare, me gli presentai dinanzi, egli era tutto assorto nell'esame di alcune carte che stavano sul suo tavolino. Al fruscìo della mia veste alzò il capo, e sul suo volto si dipinse una sorpresa che confinava con lo sgomento.
— Voi qui?
— Io stessa, — risposi; — e mettendo il chiavistello all'uscio, soggiunsi: — Ho bisogno d'un abboccamento da sola a solo con voi. —
La fisonomia del notaio si scomponeva sempre più: egli si levò gli occhiali, mi piantò in viso uno sguardo indagatore, e accostando una scranna alla sua poltrona m'invitò a sedere.
Non vi ripeterò il nostro colloquio ne' suoi particolari. Io, donna e inesperta, io, la cui sorte pendeva da un filo, ero tranquilla e serena; egli, uomo d'affari, era invece agitato come se avesse avuto la febbre. Fu più volte sul punto d'interrompermi; ma io lo trattenni d'un gesto, e narrai tutto, tutto ciò ch'io avevo inteso la sera precedente, tutto ciò che avevo detto allora allora al banchiere Miragli, tutti gl'impegni ch'io aveva presi con l'incrollabile determinazione di mantenerli ad ogni costo.
Quand'ebbi finito, il buon uomo si portò ambe le mani al capo in atto di profonda disperazione.
— Adelaide, — egli proruppe, chiamandomi confidenzialmente per nome, come gliene dava diritto la lunga dimestichezza, — ciò che avete fatto è una pazzia, sublime forse, ma sempre pazzia, e io non posso e non debbo esserne complice. Via, calmatevi, — soggiunse, prendendo nelle sue le mie mani agitate da un tremito nervoso; — state a sentire anche me, come io stetti a sentir voi. — Egli allora, riacquistata tutta la lucidezza della sua mente, fredda e ordinata come le carte del suo archivio, mi svolse una serie di considerazioni, in cui era innegabilmente un lato di giusto, ma che m'irritavano appunto per quello di giusto che contenevano. — Io volevo immolarmi per salvare l'onor di mio padre, — egli diceva; — ma quest'onore non era punto in questione. Checchè avvenisse, tutti avrebbero saputo che mio padre soccombeva a un rovescio di fortuna, e il suo passato n'era la miglior guarentigia. Col mio sacrificio io mettevo a repentaglio la sua pace, la sua vita forse. Ma io ignoravo adunque che, più ancora della sventura imminente, lo turbava il pensiero ch'io di questa sventura potessi esser partecipe prima di aver assicurato il mio avvenire? Inoltre, era egli in mia potestà il disporre così delle mie sostanze? Legalmente non v'era dubbio: io non rimanevo padrona assoluta di me che nelle poche ore, le quali scorrevano tra il momento in cui io compivo i ventiquattr'anni, e quello in cui andavo a marito, e di quelle poche ore io potevo dispor da sovrana. Ma, alla fine dei conti, libera al cospetto del Codice, era io tale moralmente? Non appartenevo io già all'uomo che doveva viver meco, meco formare una famiglia? Non dovevo io per lo meno consultarlo prima di prendere una deliberazione di tanto rilievo? Era in facoltà mia di consumare, lui assente ed ignaro, un patrimonio destinato a' nostri figliuoli? E poichè prima delle nozze era per me un debito sacrosanto di dirgli ogni cosa, non avevo io considerato quanto fosse più delicato, più nobile il far precedere la confessione al fatto, che farla seguire? —
I suoi argomenti non mi commossero. Io non sapevo che una cosa: che mio padre era sull'orlo del fallimento, e che io avevo i mezzi di salvarlo. Ogni irresolutezza era per me, più che una colpa, un delitto. Pure io non potevo a meno di chiedere a me stessa, perchè mi ripugnasse in modo così strano e invincibile l'idea di confidare tutto a Gustavo. Io non ne avevo il tempo per lettera, è verissimo; ma Gustavo sarebbe stato in Milano il mattino del dì successivo, e poichè il banchiere Miragli era deciso a non protestar le cambiali sino al lunedì, nella giornata di sabato, prima dell'ora delle nozze, v'era agio di accomodare ogni cosa. In tal modo io mi sarei risparmiata la giusta accusa di mancare di fiducia verso l'uomo ch'io amavo più sulla terra, ed avrei associato quest'uomo all'adempimento del mio dovere. Tutto ciò era evidente: nondimeno io mi sentivo incrollabile nel mio proposito. Era forse il dubbio che Gustavo mi distogliesse dall'adempiere un obbligo sacro? Era la vanità di serbarmi intera la lode di una nobile azione, e di farmene una specie di manto, entro cui presentarmi teatralmente atteggiata innanzi al mio sposo? Non vi maravigli, Lina, il mio dire. Voi siete una natura schietta ed ingenua, io ero invece un carattere pieno di bizzarrie e di contraddizioni, uno di quei caratteri che amano la virtù, ma la vogliono cinta d'un apparato scenico.
Ad ogni modo, gli è certo che tutte queste ragioni cospiravano per mantenermi irremovibile nel mio proponimento. — O siatemi complice, — dissi all'Anastasi, — o mi avrete nemica. Che cosa io farò, l'ignoro io medesima; ma voi mi avrete ferita, provocata per modo da spingermi ad ogni pazzia. E, invero, se per poche ore io son libera da ogni potestà, se sono padrona assoluta di me, dovrò forse cadere sotto la sovranità vostra? Quali sono i vostri titoli? Voi vi rifiutate di assistermi? Ebbene, io cercherò chi tenga le vostre veci. Mancano forse altri uomini di legge in Milano? E mi credete così spoglia d'ogni energia da non saper far valere i miei diritti? io mi ero rivolta a voi come ad un amico, a cui si confida ciò che si è fatto, non come a un consigliere, a cui si chiede ciò che deve farsi. Voi mi conoscete, sapete la tenacità de' miei propositi. Ve lo chiedo per l'ultima volta, volete assistermi? —
L'Anastasi giunse fino alle lagrime. Egli mi disse, piangendo, che il secondarmi gli costerebbe l'amicizia di mio padre, mi scongiurò di attendere almeno sino alla venuta di Gustavo; ma tutto invano. Quando mi vide così risoluta si alzò, e con una spontaneità di movimento, e una delicatezza di parola, di cui non l'avrei creduto capace, mi stese ambe le mani e mi disse:
— Ebbene, poichè lo esigete, sia pure così. Io vi ho veduta nascere, vi tenni fra le braccia bambina, e non posso lasciarvi in questo istante della vostra vita. Voi siete una ragazza ammirabile di virtù e di sacrificio, ma avete giocato sopra una carta il vostro avvenire. Voglia il cielo che abbiate a vincere la partita. —
Suggellammo la pace, convenendo sul modo d'incontrarci la sera. Era cosa facilissima. L'Anastasi doveva farmi conoscere il mio stato economico; bastava quindi fissare il nostro abboccamento per la mezzanotte.
Giunsi in casa a tempo della colazione e trovai mio padre un po' maravigliato, ma non inquieto della mia assenza. Io ero in quel primo momento ancora più ansiosa di veder riuscito il mio disegno che trepidante per l'avvenire. Intanto i preparativi per le nozze procedevano con affannosa alacrità. Servi ed operai erano tutti intesi a dar l'ultima mano al salotto da pranzo e a quello di ricevimento: per le scale e pegli anditi si disponevano acconciamente vasi di sempreverdi; nella cucina s'udiva il brulichìo d'un laboratorio chimico, e il cuoco di casa in berretto e giubba bianca andava su e giù trafelato, impartendo ordini concisi e assoluti a' suoi quattro aiutanti. Ad ogni istante un servo in livrea capitava da parte dell'una o dell'altra delle nostre conoscenze a portare o un biglietto di visita, o un mazzo di fiori, o un astuccio con qualche regalo per me. Ed io ero la regina della festa, e dovunque io passavo era un inchinarsi rispettoso, un sospendere momentaneamente il lavoro per farmi ossequio. Io ero la gran tormentata, ed ora la crestaia mi provava l'acconciatura, ora la sarta mi accomodava in dosso il vestito da nozze, un vestito di seta bianco, accollato, con uno strascico lungo due braccia. Tutti avevano una parola di congratulazione, una parola d'augurio per me: io dovevo avere un sorriso per tutti. E quando la cameriera mi fece passare in rassegna il mio corredo, un corredo de' più ricchi e assortiti che mai una sposa avesse recato seco, e quand'ella mi chiese quali oggetti dovesse riporre nella valigia pel mio viaggio di nozze, mi toccò risponderle con fronte serena, e dissimulare la tremenda agitazione dell'animo. Oh Lina, vi sono battaglie che non si vedono, eppur sono più difficili a vincersi di quelle che decidono le sorti degl'Imperi! Soffocare un gemito che sta per irrompervi dal petto, frenare una lagrima che sta per discendervi dal ciglio, supplire con l'energia della volontà alla forza delle membra che vi abbandona, ecco una serie d'imprese che non danno gloria, ma costano sudori di sangue. Io quel giorno di martirio senza confine potete credere, se la petulanza di mio suocero mi producesse un effetto gradevole. Egli mi era sempre attorno canticchiando e saltellando, nonostante i suoi settant'anni, e dicendo sempre: — Gran bella cosa il matrimonio per una ragazza, non è vero? Più bella per loro che per noi, poveri uomini, che ci lasciamo prendere al laccio. — E rideva sgangheratamente. Sua moglie poi non sapeva staccarsi dall'esame del mio corredo e mi faceva di tratto in tratto le sue critiche. I fazzoletti di battista non erano abbastanza fini, i collarini non erano tutti di buon gusto. Se avessi veduto il corredo di lei, trent'anni addietro! Bisogna dir proprio che allora si lavorasse meglio!...
Ma non ci perdiamo in minuzie. Dopo pranzo, secondo il nostro accordo, venne il notaio Anastasi. Bisbigliò alcune parole all'orecchio di mio padre, che parve annoiato, e sclamò a voce alta: — Che ora siete andato a scegliere! — L'altro insistette con qualche calore, onde mio padre si rimosse dalle sue obbiezioni. Venne verso di me, mi trasse in disparte e mi disse: — Lo sai? stasera compi ventiquattr'anni. Ho piacere che tu riveda da te stessa i tuoi conti. Quell'originale dell'Anastasi afferma di non esser libero che alle undici e mezzo, onde convien fare il comodo suo. Per quell'ora ho già ordinato la carrozza. Vuoi essere accompagnata?... —
Ci sarebbe mancato altro! Risposi subito che sarei andata sola, e il pericolo fu sventato.
Di lì a qualche minuto l'Anastasi si mosse facendomi un cenno. Io l'accompagnai all'uscio della scala e seppi che il banchiere Miragli era stato nello studio di lui, e che ogni difficoltà era rimossa. Non restava che firmare. Nel lasciarmi, il notaio mi disse con amarezza: — È la prima volta in vita mia ch'io inganno un uomo; e quest'uomo è un amico, è vostro padre, e siete voi che mi avete indotto a ingannarlo.... —
Io esultavo all'idea che tutto era appianato: ogni altra cosa scompariva pel momento a' miei sguardi. Rientrai nel salotto col passo più elastico, con la fisonomia più serena, onde mio suocero mi piantò in viso gli occhi e mi chiese: — Ehi, sposina, che vuol dire quell'aria di trionfo? —
Mi schermii alla meglio, e andai a sedere proprio dirimpetto all'orologio a pendolo ch'era collocato sulla mensola. La sfera dei minuti procedeva abbastanza sollecita, ma come mi pareva tarda quella delle ore! Alla fine scoccarono le undici. Mi dileguai in silenzio dal salotto, mi acconciai in fretta uno scialle e un cappello, e scesi nel cortile, ove la carrozza era pronta ad aspettarmi. Non erano ancora le undici e mezzo quando io fui nello studio del notaio. I suoi due commessi sonnecchiavano nell'anticamera; egli era solo dinanzi allo scrittoio col capo appoggiato ai gomiti e nascosto fra le mani. Una lampada, la cui campana era rivestita di un paralume di color verde, concentrava tutta la sua luce sulle carte del tavolino lasciando in ombra la stanza, che così buia, così silenziosa, aveva qualche cosa di lugubre che vi stringeva l'animo. Il tic-tac uniforme di un orologio infisso alla parete contribuiva a quell'insieme di tristezza, inesplicabile, eppur gagliarda e profonda.
Quand'io entrai, l'Anastasi si scosse, guardò l'orologio e disse: — Avete anticipato. Però il banchiere non tarderà a giungere. Intanto vostro padre m'incaricò di farvi vedere il conto della sua amministrazione. —
E mi squadernò dinanzi una pagina irta di cifre. Io la rispinsi senza nemmeno gittarvi l'occhio. — Ciò che fu fatto da mio padre e da voi — risposi — non ha bisogno della mia approvazione. Solo permettetemi di chiedervi ancora una volta: la mia sostanza basta a salvarlo? —
— Basta. Ora ecco la vostra fede di nascita, — soggiunse il notaio. — Era necessario levarne una copia per dare al cavalier Miragli una guarentigia della validità de' vostri atti. Le pratiche occorrenti per liberare il vostro avere, che è depositato presso il Tribunale, non esigeranno che un mese tutto al più, per cui abbiamo convenuto col signor cavaliere che voi sottoscriverete delle obbligazioni pel 15 aprile; ma che, ove mi riesca d'aver prima il danaro, io gliene anticiperò il pagamento. Questa poi — continuò il notaio, mostrandomi un'altra carta — è una istanza di vostro padre, con cui si dichiara che siete divenuta maggiore, e si domanda che sia messa a vostra piena disposizione l'eredità materna.... —
Un rumore di passi annunziò l'arrivo del banchiere Miragli. Era umile come un agnello e dolce come uno zuccherino; nè rifiniva mai di scusarsi pel breve ritardo, e di attestarmi la sua ammirazione pel mio affetto filiale. Contemporaneamente egli scorreva con lo sguardo le carte che il notaio andava passandogli, leggendone in fretta alcuni tratti. Udii una frase della fede di nascita, che suonava così.... Nei primi istanti del giorno 3 marzo 1826, e precisamente pochi secondi dopo scoccata la mezzanotte del 2 nell'orologio di Piazza dei Mercanti, la signora Maria Dossi, moglie del signor Giorgio Nerli, banchiere di questa città, diede alla luce una creatura di sesso femminile, a cui venne imposto il nome di Adelaide. Il cavaliere Miragli trasse di tasca il suo cilindro, dicendo: — Non sono che le undici e tre quarti, — e ripose il documento sul tavolo. Indi soggiunse: — Vediamo il resto. —
Di mano in mano ch'egli aveva esaminato una carta, la riconsegnava al notaio che alla sua volta me la metteva sotto agli occhi, affinchè io ne prendessi cognizione. Vidi così le quattro obbligazioni ch'io dovevo sottoscrivere e che importavano 50 mila lire per ciascheduna, più gl'interessi, e vidi pure una minuta di procura, con la quale io abilitavo l'Anastasi a ritirare per conto mio la sostanza depositata presso il Tribunale.
Scoccò la mezzanotte all'orologio dello studio. A quel suono tanto naturale e tanto aspettato parve che tutti e tre fossimo sotto l'influsso di una scossa elettrica, e invero tutti e tre ad un punto ci alzammo dalla sedia. Il notaio si approssimò alla finestra e l'aperse, quantunque soffiasse un vento umido e freddo. Gli orologi della città ripetevano ad uno ad uno i dodici rintocchi, che segnano il termine di un giorno e il principio del dì vegnente, e il suono dell'orologio di Piazza dei Mercanti, ch'era fra i più vicini, spiccava distinto dagli altri. Nessuno di noi proferiva parola. Quando furono trascorsi oltre dieci minuti dopo l'ultimo squillo, il notaio Anastasi richiuse l'imposta, e rompendo pel primo il silenzio, disse laconicamente: — È tempo. —
Si fece all'uscio della stanza, e chiamò più volte i suoi due commessi che entrarono barcollando e stropicciandosi gli occhi, e s'addossarono alla stufa in aspettazione di nuovi ordini. Quindi mi pregò di sedere al suo tavolino e di apporre la mia firma alle quattro obbligazioni, ciocchè io feci senza esitare. Allora, ad un cenno, si avanzarono i due così detti giovani di studio, due veri automi, e sottoscrissero una dichiarazione con cui si certificava che, alla presenza di loro, testimoni validi e idonei, io avevo firmato le obbligazioni il giorno 3 marzo 1850, venti minuti dopo lo scoccare della mezzanotte del 2. In questo intervallo, il banchiere Miragli estraeva dal portafoglio alcune cambiali e le stendeva spiegate dinanzi al notaio. Questi si alzò, e inforcati gli occhiali che aveva deposti alcuni minuti addietro, prese a considerarle accuratamente e a confrontarle con un polizzino ch'egli teneva nella mano sinistra. Parve che l'esame riuscisse soddisfacente, perchè l'Anastasi disse: — Va bene. — Allora il banchiere, tuffata la penna nel calamaio, scrisse con la massima rapidità una o due parole sul dorso di ciascuna di quelle cambiali e le passò al notaio, che gli consegnò alla sua volta le mie quattro obbligazioni. Il più era fatto: non mi rimase che a sottoscrivere la procura all'Anastasi, alla presenza dei due soliti testimonî sonnacchiosi ed idonei. Dopo di ciò, il banchiere prese commiato dichiarandosi lietissimo che la faccenda si fosse composta senza scandalo, e attestando la sua alta stima per mio padre e per me. Rimasi sola col notaio. La sua fisonomia era pallidissima e stravolta.
— Che avete, per amore del cielo? — gli chiesi.
— Adelaide, voi siete contenta, non io. Abbiamo salvato il negoziante, ma abbiamo tradito il padre. E di voi, povera giovane, che cosa avverrà?
— Oh amico mio, — risposi, — la notte scorsa a quest'ora voi avete difeso Gustavo: e oggi, innanzi a me, dubitereste di lui? —
Eppure un dubbio tremendo mi si era insinuato nell'animo, e il domani mi appariva pieno di funesti presagi.
Il notaio mi consegnò le cambiali di mio padre e mi accompagnò sino alla carrozza. Allorchè fui per salirvi, nulla più mi rattenne; compresi di quanto io andava debitrice a quest'uomo, e gli porsi la mano sclamando: — Grazie, di quanto avete fatto per me. —
Egli mi baciò in fronte commosso; indi, simulando un sorriso, mi disse: — Addio, addio; a rivederci domani. —
A casa mia tutti erano coricati da mio padre in fuori. Io seppi infingermi ancora e rispondere adeguatamente alle sue inchieste. Egli mi ricondusse nella mia stanza dicendomi: — È l'ultima sera che tu dormi nella tua cameretta: che tu possa esser felice nella nuova dimora quanto fosti qui. — La sua voce tremava, i suoi occhi erano pieni di lagrime; io mi sentivo scoppiare il cuore, pensando ai diversi affetti che dovevano combattersi in lui, allo sforzo titanico col quale egli mi nascondeva le sue angosce, e fui a un punto per rivelargli ogni cosa. Ma io avevo giurato a me stessa che il primo che avrei posto a parte del mio segreto sarebbe stato Gustavo, e non mi lasciai sfuggir parola dal labbro. Però s'egli si fosse confidato meco, se in quell'istante supremo mi avesse resa manifesta l'intima cagione delle sue pene, avrei potuto dal canto mio nascondergli il vero? Questo io temevo grandemente, poichè ormai il dado era gettato e io volevo condurre ad effetto il mio proposito. Sennonchè le idee di mio padre presero subitamente un altro indirizzo.
— Vedi, Adelaide mia, — egli mi disse, facendomi sedere accanto a sè, dinanzi a un mio tavolino da lavoro, — io penso adesso a trentanni fa, allorchè quella, che fu poi la tua povera mamma, venne confidente e serena nelle mie braccia. Ell'era bella, sai? la tua mamma, e ti somigliava non già in tutte le linee del viso, ma negli occhi e qui specialmente, nell'arco delle sopracciglia. Del resto devi ben rammentartela, ch'eri ormai grandicella quando l'è morta, sebbene da lungo tempo la sua avvenenza fosse andata a male. Oh! bisognava vederla da fidanzata.... — Si passò il fazzoletto sugli occhi, e poi trasse di tasca un astuccio che conteneva un ritratto in miniatura. — Questo ritratto — soggiunse, sorridendo in mezzo alle lagrime — mi ricorda un curioso incidente. Prima ancora che tra la povera Maria e me ci fossimo spiegati, io frequentavo la casa di lei insieme con un mio amico pittore, il quale, essendo la giovane bellissima, la corteggiava anch'egli alcun po', quantunque senza frutto e senza speranza. Una sera, più per celia che per altro, mentre eravamo seduti attorno ad un tavolino, si mise a gettar giù alcuni segni, come volesse ritrarla; ma parendogli di non riuscirvi, slanciò lunge da sè la matita con impeto subitaneo, e ripiegato il pezzo di carta che conteneva quegli abbozzi stava per metterlo in tasca. Io invece avevo calcolato che quelle quattro linee resterebbero a me, e con la rapidità del lampo posi la mano a impedire ch'egli mandasse ad effetto il suo divisamento, onde ne nacque una piccola lotta fra noi. Tira di qua e tira di là, la carta si lacerò, ma la vittoria fu mia, perchè a lui non rimase che una scantonatura del foglio. La ragazza battè le mani e si lasciò scappare un bravo che mi fece diventar rosso come una bragia. Usciti che fummo, il pittore mi disse: — Lo sai ch'io sono un poco superstizioso. Quanto è accaduto stasera è per me un avvertimento di lasciarti il campo libero affatto con la Maria. Però, siccome la mia riputazione d'artista mi preme e due fiaschi son troppi, m'impegno, ove tu operi da senno e la giovane diventi tua fidanzata, a fartene un ritratto coi fiocchi, dovessi pur metterci un mese di lavoro. — Allora ne risi e diedi del visionario al mio interlocutore; ma la faccenda andò proprio così. Dopo gli sponsali, l'amico mio volle ad ogni costo mantenere la sua promessa, e in pochi giorni condusse a termine questa miniatura, veramente ammirabile e somigliante per modo che più non si potrebbe desiderare. — In mezzo a queste parole, egli aveva sollevato la sua cara reliquia sino all'altezza della fiamma della candela, e la contemplava in soavissimo rapimento. Ed io pure ero assorta in quella visione così inaspettatamente evocata, in quella stupenda figura di donna dalle labbra vermiglie su cui scherzava il sorriso, dagli occhi azzurri, profondi, espressivi, dai capelli che parevano oro filato. Era ben la mia mamma, però molto più fresca e più lieta e più bella di quando io l'avea conosciuta. Dunque mio padre l'aveva amata molto, abbenchè ne parlasse di rado, e io non mi rammentassi mai una eguale espansione. Oh! con che leggerezza si accusa alcuno di aver obliato le persone più caramente dilette! Non è vero: esse riposano intatte nel santuario delle memorie, e sdegnano mescersi al tumulto quotidiano dell'esistenza, alle cose che vengono e passano; ma negl'istanti solenni, ma nei raccoglimenti profondi, o noi andiamo a svegliarle, o di per sè stesse si svegliano, e sono là più giovani, più vive degli affetti vivi e recenti, e ci conducono in quel mondo di sogni che (chi lo sa?) è forse la patria dell'anima. Potete credere che nell'emozione di quei ricordi noi piangemmo lungamente insieme, mio padre ed io. Egli sorse pel primo, svincolandosi dall'amplesso. A un tratto si percosse la fronte con la mano, e sclamò: — Smemorato ch'io sono: ho in tasca una lettera del tuo sposo e dimenticavo di consegnartela: la portò un forestiero or ora arrivato da Torino: eccola. —
E, come se non volesse disturbare il colloquio di due amanti, uscì frettoloso.
— Domattina alle otto sarò in Milano, sarò da te, la mia diletta Adelaide — così cominciava la lettera di Gustavo. Indi seguiva un racconto vivace, animato, del suo dibattimento ch'era finito con un vero trionfo per lui. La Corte aveva dichiarata innocente la donna da lui difesa, i giudici si erano congratulati seco della sua eloquenza, il pubblico, nonostante le ingiunzioni del Presidente, si era lasciato andare all'entusiasmo più clamoroso. Ma non degli applausi ricevuti, — egli concludeva, — ma non della popolarità di un giorno: ciò di cui mi compiaccio si è l'idea di aver fatto il mio dovere.
Oh! s'egli aveva un concetto tanto elevato del proprio dovere, poteva egli fallirmi il domani? Se mi amava ricca e felice, poteva abbandonarmi povera e sventurata?
I pensieri che sogliono turbare il sonno alla fanciulla che sta per mutare destino non angustiarono i miei riposi. Io invece pensavo che il giorno dopo a quell'ora sarei sommamente lieta, o sommamente misera e derelitta. Se Gustavo apprezzava il mio sacrifizio, se pur di farmi sua egli consentiva a mantenermi col suo lavoro, a rinunciare agli agî che dà l'opulenza, qual ventura era da paragonarsi alla mia? La coscienza di aver salvato mio padre, la certezza di possedere un uomo di cuore uguale all'ingegno, sarebbero bastati a riempirmi l'animo di dolcezza ineffabile. Ma se il contrario accadeva? Oh povera me, povera la mia fede nel bene, la mia fede nella virtù!
La temperatura erasi nella notte fatta più rigida, e nella mattina cadeva a fiocchi la neve. Che brutto giorno di nozze! Prima delle otto io ero in piedi, aveva indossato uno de' più eleganti vestiti del mio corredo, m'ero acconciata i capelli con insolita cura, e lo specchio lusinghiero mi diceva: — Sei bella. — Oh! io volevo esser bella davvero, volevo esser seducente, incantevole. Io non avevo ormai altre armi che la grazia della parola, che il fascino dell'avvenenza: mi sarebbero esse bastate? Sopra il divano della mia stanza da letto stava il mio bianco vestito di sposa, stava la mia candida ghirlanda di fiori di cedro: chi avrebbe saputo dirmi s'essi erano là come una promessa, o come un'ironìa?
Avevo appena terminata la mia toilette, quando una carrozza s'arrestò nel cortile. Era desso: era Gustavo. Tutte le porte si aprivano dinanzi allo sposo, dinanzi al re della giornata. Mi mossi ad incontrarlo; ma le forze che mi avevano sorretto fino a quel punto, che mi avevano aiutato a superare le commozioni angosciose delle ultime quarantott'ore, mi vennero meno ad un tratto, e allorchè Gustavo entrò nella stanza io caddi, più che non mi gettassi, nelle sue braccia.
Sgomento, sorpreso, egli mi adagiò sopra una scranna e fu per chiamare soccorso. Almeno mi parve, poichè questo pensiero mi restituì il vigore perduto, compresi la necessità di rimaner sola con Gustavo, e ricomponendomi tosto, e provandomi a sorridere, dissi: — Sto bene, sai? fu un capogiro. —
Egli mi guardava con inquietudine, e mi prendeva la mano, e mi carezzava i capelli, e a poco a poco quasi senz'avvedersene era in ginocchio a' miei piedi, coi suoi begli occhi fissi nei miei, con l'anima non distratta da altri pensieri, ma conversa in me tutta quanta.
Oh come io mi sentivo felice! Oh perchè quei momenti dovevano passar così rapidi?
Io stessa ruppi l'incanto. — Gustavo, debbo parlarti.
— Ah! dunque tu hai qualche segreto, — egli rispose impallidendo — Per amor del cielo, Adelaide, levami da questa incertezza. —
Egli era sempre inginocchiato dinanzi a me; io gli posi una mano sull'omero, e con voce più ferma ch'io non avrei creduto, gli rivelai ogni cosa, soffermandomi anche sulla subitaneità dell'accaduto che m'aveva impedito di attenderlo a concertarmi seco. Mentre io parlavo, il suo volto esprimeva un misto d'ammirazione, d'ansietà, di dolore. — Gustavo, — conclusi, — io non sono più la fidanzata di ieri: sono una nuova Adelaide povera, derelitta, infelice, che non può costringerti a farla tua sposa. Ecco, essa ti rende la tua libertà.... —
— La mia libertà? — egli interruppe. — Oggi che mi ti mostri più grande che mai, oggi che la sventura ti ha colpito, presumi ch'io t'abbandoni? —
Oh! queste parole erano dolci, soavi, ineffabili; ma la fisonomia di Gustavo svelava un pensiero affannoso, profondo che ne scemava il valore.... Infatti egli tosto soggiunse: — Mio padre sa nulla, gli hai detto nulla? — E si alzò, girando intorno uno sguardo perplesso come chi vede crescersi in mano le difficoltà....
— A tuo padre? — risposi; — ma se non ho nemmeno parlato al mio? Ma non dovevo io a te la mia prima confidenza? —
Gustavo camminava su e giù per la stanza. Di tratto in tratto la sua fisonomia prendeva un'espressione singolare, come di chi si vergogna di qualche proprio pensiero, e vuol far prevalere in sè stesso più generosi consigli. Dopo alcuni secondi mi si arrestò dinanzi e mi disse:
— Adelaide, tu hai salvato tuo padre, posso io tradire il mio? —
Io tremai. Che significava questo preambolo?
Egli continuò. — Posso io tacergli il vero? —
Non l'affetto, non l'angoscia, non lo sgomento dell'avvenire, che già mi si pingeva coi più tetri colori, valsero a frenare in me un senso d'ira e di dispetto. — E chi ti chiede questa viltà? — interruppi con amara alterezza, sorgendo io pur dalla sedia. — O sono io forse tale che accetterei d'esser tua a prezzo d'un inganno? Gustavo, così mi conosci? —
Egli mi si accostò e mi susurrò nell'orecchio: — Adelaide, quanto sei migliore di me! — Poi ricadde nella sua incertezza, e soggiunse in tuono di domanda: — Non è meglio discorrergli subito?...
— Ma sì, ma sì, — risposi mal dissimulando la mia impazienza. — Usciamo per carità da queste angustie. —
Si avviò con passo deciso, ma prima di richiuder l'uscio dietro a sè, mi rivolse ancora la parola: — Non ti sgomenterai se mio padre fa un po' di strepito. Ha un carattere tanto bisbetico!... —
E senz'attendere altra risposta s'incamminò rapidamente verso il quartierino ch'era assegnato alla sua famiglia.
Quando fui sola mi gettai sul canapè nascondendo la faccia tra i guanciali. Sino da quel punto tutto era finito per me. Nel turbamento, nelle incertezze di Gustavo io vedevo scritta la mia sentenza. Io ero giovane, non avevo quell'abitudine dell'abnegazione onde uno s'immola quasi senza avvertirlo: io sentivo la grandezza del sacrificio compiuto, e mi pareva che l'uomo destinato ad esser mio sposo dovesse pagarmi largo tributo di entusiasmo e di ammirazione. Nel caso suo, io sarei caduta ai piedi di chi mi si fosse rivelato capace di tanto; avrei detto: Questa donna non mi reca più una fortuna, ma essa mi scopre il tesoro del suo cuore; nel caso suo avrei provato un senso d'orgoglio nel farla mia a malgrado di mio padre, di tutti. L'affetto vero non teme la lotta: esso forse la cerca e giganteggia in mezzo agli ostacoli. Ma Gustavo aveva paura; bisogna ben dirla questa parola, per quanto aspra ella sia, egli aveva paura della rampogna paterna. E nell'ora che io m'aspettavo di vederlo deliberato a combattere col proponimento di vincere, lo scorgevo invece timido, incerto, oscillante, chiedente a me inspirazioni e consigli. Oh Lina! e ci dicono il sesso debole?
Non so quanto io rimanessi così. So che alla fine l'impazienza mi vinse, e provai il bisogno di scacciare con commozioni forse più tristi e violente i pensieri che mi tormentavano. Uscii della stanza, dopo aver preso meco le funeste cambiali ch'io dovevo restituire a mio padre. Tant'era ch'io mi aprissi pienamente seco. Io avevo appena messo piede in un salottino, sul quale riuscivano le camere dei miei suoceri quando una porta si spalancò e ne uscì Gustavo con gli occhi stravolti, con la chioma disordinata, con un pallore di morte sul viso. Quando avvertì la mia presenza, mi si gettò incontro esclamando: — Che hai tu fatto, Adelaide?
— Il mio dovere, — risposi risoluta.
Io non avevo ancora terminate queste parole, quando comparve il padre di Gustavo, altrettanto infiammato nel volto quanto suo figlio era pallido.
— Ah! siete qui, signorina, — egli gridò in tuono brutale; — voi che avete aspettato d'aver preso il merlo alla rete prima di rivelargli che appartenete ad una famiglia rovinata. —
V'era tanta sfrontatezza in quest'affermazione, ch'io sollevai il capo sdegnosamente senza rispondere.
Però anche Gustavo sentì che suo padre aveva soverchiato la misura, e disse vivamente: — Questa è una menzogna.
— Sì, sì, — riprese l'altro senza scomporsi; — ma intanto si vorrebbe ch'io dessi il mio consenso al matrimonio di Gustavo con la figliuola d'uno spiantato....
— Non ve ne date pensiero, — interruppi; — è Adelaide che ritira il suo.
— Che dici mai? — esclamò Gustavo avvicinandomisi.
— O Gustavo, — gli risposi con amarezza, — la vostra facondia l'avete lasciata ieri al Tribunale di Torino: per difendere una donna colpevole avete trovato accenti che non sapete più trovare per difendere la vostra fidanzata. Siete sempre così, voi avvocati: avete l'eloquenza del sofisma, non quella dell'affetto. Andatevene, andatevene, o Gustavo, Adelaide vi ha reso la vostra parola....
— No, Adelaide, tu deliri, — egli proruppe; — io solo sono padrone della mia volontà, e saprò farla trionfare. —
Vi confesso la mia debolezza. Ho fin da bambina tanto usato e abusato del verbo volere, che mi accostumai a crederlo la parola più nobile del dizionario. Un uomo che dice voglio si è sempre rialzato al mio cospetto, e perciò questo lampo inaspettato d'energia nel linguaggio di Gustavo mi aveva racceso un fioco lume di speranza nell'anima.
— Ah! si pretende fare la volontà propria, — gridò il vecchio con piglio ironico, — si pretende ribellarsi. Va benone; ma allora il signorino penserà anche a trovarsi una casa propria, a mantenersi da sè.... La dev'esser bella davvero con le sue abitudini da sibarita, con la sua delicatezza; oh! la dev'esser bella a vederlo misurare le spese con la sua signora consorte e abituarsi alle privazioni... Alle privazioni, lui! Povero grullo. Via, datti pace, le non son virtù per te, cresciuto fra due guanciali. Oh! recitare un discorsone da far piangere i sassi, scrivere un paio di colonne su quei fogli di carta sporca che si chiaman giornali, questo sì lo saprai fare; ma lavorare per vivere come ho fatto io nella mia gioventù, ma patire.... via, levatela dal capo.... Se non ti mancassero che le frutta a tavola, sarebbe anche troppo per te.... —
Guardai in viso Gustavo. Io temevo che insulti sì bassi e triviali gli facessero smarrire la ragione e dimenticare che l'insultatore era suo padre. Io temevo di vederlo slanciarsi contro l'uomo che lo feriva nella sua dignità, e che aggiungeva il sarcasmo all'offesa. Ma Gustavo era impassibile. Le sue membra tremavano, le sue labbra si erano contratte; però egli non si lasciò sfuggire nè un accento, nè un gesto.... In verità io non capisco gli uomini, talora audaci fino alla temerità, talora timidi fino alla vigliaccherìa.
Nondimeno ignoro se Gustavo si sarebbe scosso, quando apparve mio padre attratto dal suono di quell'alterco. Io sentii, più che non vedessi, i suoi occhi fissi in me per interrogarmi, e corsi a lui dicendogli: — Babbo, usciamo di qui, la dignità di entrambi lo vuole.
— No, — egli rispose con fermezza, quantunque una tremenda ansietà gli fosse dipinta nel volto, — no; a me occorre sapere prima di tutto la cagione di questo diverbio nel mattino d'un giorno di nozze. E se s'insulta mia figlia, nè altri sorge a difenderla, — e calcò su queste parole ch'erano rivolte a Gustavo, — non voglio mancare io al mio dovere. —
Ciò ch'io paventavo sopra tutto, accadde. Il vecchio sordido ed egoista, che avrebbe dovuto diventare mio suocero, si svincolò da Gustavo che voleva trattenerlo e avanzandosi di qualche passo, e gestendo furiosamente, urlò a piena gola:
— Ve lo dirò io di che si tratta, o signore. Gli è ch'io non voglio esser vittima d'una truffa; gli è ch'io non voglio consentire al matrimonio di Gustavo con la figlia d'un fallito.
Rinuncio a descrivervi la scena che successe. Mio padre cadde fulminato sopra una seggiola. Gustavo accorse in suo aiuto, ed egli lo respinse, non volendo vicino altri che me. I servi, quali col pretesto di portar soccorso, quali senz'altra scusa che la curiosità, si affollarono nella stanza. Era comparsa allo spiraglio dell'uscio anche la madre di Gustavo in gran cuffia coi nastri color di rosa e abito di seta verde, senza decidersi nè a venire innanzi nè a ritirarsi, combattuta com'era tra l'istinto femminile e la paura del marito che le faceva segno di rientrare. Nel mentre che io spruzzavo d'acqua la fronte di mio padre, andavo susurrandogli con rotti accenti: — No, babbo, sai? non sei fallito.... È una vile menzogna.... Fui informata di tutto e ho salvato tutto.... —
Egli si scosse, e sollevandosi con mezza la persona sulla sedia, e afferrandomi per le braccia: — Hai salvato tutto!... tu?... Ma come?... Spiegati.... —
Io mi liberai a fatica da quella stretta e trassi di tasca le cambiali, aggiungendo: — Il Miragli è pagato.
— Pagato? — egli riprese — ma da chi? — Ebbe una subitanea intelligenza della cosa, e presami per mano con un movimento convulso, nervoso: — Saresti tu forse? — egli gridò con voce tremante per la commozione.... E perchè io non facevo motto, soggiunse: — Tu che ti saresti rovinata per me? Adelaide, dimmi che non è vero, che non può esser vero....
— Ne parleremo più tardi, — risposi. — Ora ripiglia l'usata tranquillità.... —
Ma mio padre non mi lasciò finire, e fattosi innanzi per modo che io sentivo l'ardor della sua fronte.... — Tu non lo neghi, — proruppe, — dunque è così, dunque io ho spezzato il tuo avvenire, dunque tu sei povera?... Ora, ora intendo ogni cosa. — Ma io non lo permetterò giammai,... io ricorrerò al Tribunale contro siffatta mostruosità. Chi abusò della tua buona fede dovrà pagarne il fio....
— No, padre mio, — dissi con accento tranquillo e sicuro, — no; nessuno abusò di me, io non fui ingannata da nessuno. Il Tribunale non potrebbe trovar la menoma irregolarità in ciò ch'io feci, perchè operai sempre d'accordo col notaio Anastasi.
— Col notaio! — gridò mio padre fuori di sè. — Ah sciagurato! —
Questa rivelazione parve produrre sull'animo suo un effetto ancora maggior della prima, ed egli si abbandonò ad una collera, di cui io non sapevo intendere la ragione. Si alzò per rientrare nella sua stanza, ma le gambe non fecero l'ufficio loro, e convenne sostenerlo. Non volle però, cosa incredibile, nemmeno esser sorretto da me, e si appoggiò al braccio di un vecchio servo di famiglia. A un tratto si volse indietro, e: — Che cosa fate qui? — chiese a Gustavo e a suo padre. — Questa non è casa per voi, è la casa di un uomo rovinato. —
Gustavo gli si avvicinò con piglio sommesso, dicendo: — Voi mi giudicate male, signor Giorgio. —
Un amaro sorriso sfiorò le labbra di mio padre, che non si degnò nemmeno rispondere; ma soggiunse: — E dire che mia figlia lo amava tanto! —
Io seguivo macchinalmente mio padre lungo gli anditi che conducevano alla sua stanza, lo seguivo oppressa, sbalordita dalle commozioni accumulate sull'animo mio, simile a chi dopo una grave caduta sente un dolore per tutta la persona, ma non sa ancora discernere che membro abbia contuso o ferito.
Prima ch'io giungessi alla soglia della stanza paterna, sentii una mano toccarmi leggermente la spalla. Era Gustavo.
— Adelaide, — egli mi disse, — puoi tu credere ch'io ti lasci così? Puoi credere che il nostro bel sogno sia svanito per sempre? Io partirò, ma per poco; io partirò per farmi uno stato libero, indipendente, per poter offrirti una casa mia, ove nessuno osi insultare alla santità del tuo sacrificio, alla grandezza della tua povertà. Adelaide, mi aspetterai, mi ridonerai la tua stima?... —
Io sentivo scorrermi per le vene una insperata dolcezza; ma fui forte, e risposi:
— Gustavo, voi lo sapete, io vi ho reso la vostra libertà.... —
Egli mi pose vivamente una mano sulle labbra, è interruppe: — No, Adelaide, non parlarmi così. Dammi ancora del tu, come quando mi amavi, come un'ora fa. Oh! non volgere gli occhi altrove. Non sono poi tanto colpevole. Dio buono! È egli possibile che un'ora sola abbia distrutto un amore come il nostro? —
Non dissi parola, ma le lagrime che mi scendevano giù per le gote attestavano la mia debolezza. Egli era là presso di me, l'alito del suo respiro si confondeva col mio, la mia mano aveva tentato invano di sottrarsi alla sua, un bacio ardente sfiorò la mia bocca.... Mi scossi svincolandomi dalle sue braccia, e accennando a Gustavo che partisse, sclamai: — A rivederci. —
Egli si portò alle labbra la mia mano che teneva stretta, e col volto raggiante mi disse: — Grazie, Adelaide, a rivederci. —
Si dileguò. Immobile dietro i cristalli della finestra vidi la carrozza che lo conduceva lontano.... Intorno a me era un silenzio di morte; solo la neve a piccoli fiocchi gelati flagellando i vetri dava un suono simile al battito di un orologio.... Uno strato candidissimo copriva il davanzale della finestra e i tetti delle case circostanti.... le guglie acuminate del Duomo tutte vestite di bianco spiccavano fantasticamente sul cielo grigio e uniforme.... Nella via sottoposta la gente affaccendata passava e ripassava senza strepito alcuno.... pareva come un muoversi d'ombre in un mondo di sogni.... Oh! certo io sognavo.... Era quello il mio giorno di nozze, il mio giorno di festa e di trionfo?... Avevo io inteso veramente echeggiare le stanze d'insulti e di minacce brutali?... Il mio sposo era egli veramente partito?... Eppure io sentivo ancora sulle labbra il suo bacio, e mi suonava nell'orecchio la sua voce amorosa....
Io andavo vaneggiando così, quando intesi chiamarmi a nome: — Adelaide, povera Adelaide! —
Mi volsi in sussulto, staccandomi dalla finestra. Era il notaio Anastasi. Le lagrime che mi si erano cristallizzate negli occhi irruppero a un punto e m'abbandonai a un pianto sfrenato. Caddi nelle braccia dell'amico fedele, e obbedendo al mio pensiero dominante, esclamai in mezzo ai singhiozzi: — Oh! tornerà, sapete, tornerà.
— Sì certo, Adelaide, — egli mi rispose con dolcezza; — ma vostro padre? —
Mio padre! Io l'avevo dimenticato. Ed egli febbricitava nella stanza vicina.