IX.
Eppure Vittorio non era un libertino volgare che si compiace del male che fa intorno a sè: era un poco leggiero, un po' spensierato, e non altro. Egli andava lieto di destare la simpatia delle due cugine, e forse anco di suscitare un senso di rivalità fra di loro; ma non supponeva nemmeno che quella simpatia dovesse mutarsi in amore, ma credeva, ed era questo il suo inganno, che due cuori inesperti di giovinette potessero arrestarsi a tempo sullo sdrucciolevole terreno, sul quale egli medesimo le aveva poste. Era però tanto accorto da avvedersi ormai dell'errore commesso, e l'avvenuto di quegli ultimi giorni gli era stato una rivelazione. Bisognava assolutamente ch'egli, pur rimanendo cortese, si ristesse dalle soverchie assiduità verso la Matilde per non dar pascolo a funeste illusioni. O forse non sarebbe stato conveniente di venire a dirittura a una spiegazione franca e sincera, e chiarire alla giovinetta com'egli intendeva di essere buon amico e nulla di più? Gli balenò alla mente anche l'idea di incaricare del delicato messaggio l'Angelina, ch'era d'indole così buona e discreta: poi se ne ricredette, e giudicò miglior consiglio di non appigliarsi a un troppo precipitoso partito, e di stornare invece adagino adagino il pericolo. Finalmente si soffermò a indagare un poco i segreti del suo cuore. In quell'arrisicato gioco d'equilibrio, a cui s'era messo per solo istinto di giovanile galanterìa, era egli ben certo di non avere piegato nè da una parte, nè dall'altra? Era certo di essere così scevro d'ogni occupazione seria dell'animo, com'era per lo addietro? In verità non faceva d'uopo d'un lungo esame per accertarsi che nessuna passione violenta s'era impadronita di lui. Non c'è pericolo che chi domanda a sè stesso: — Sono innamorato? — sia sul punto d'impazzir per amore. Ma che cosa volete? Quelle due immagini di donne, di così diversa bellezza, eppur entrambe sì belle, non gli volevano uscir dallo spirito. E mezzo assopito com'era, cedendo alla vanità naturale del suo carattere, gli sembrava di essere il pastore dell'Ida in mezzo alle Dee: e quando gli passava innanzi la Matilde gaia, espansiva, con le pupille nere e i neri capelli che spiccavano sulla sua carnagione bianchissima, egli stava lì per darle la palma; ma poi più contegnosa nella gioia, più composta nella malinconia e gli occhi pieni di pensiero e d'affetto gli si affacciava l'Angelina, ed era un fascino irresistibile che lo attraeva verso di lei. Qual fosse la catena che vincolava la libertà de' suoi movimenti, non avrebbe saputo dirlo egli stesso: pur libero affatto non era, pur non era uscito della mischia senza ferita. E quanto più mulinava il modo di rompere quei fili invisibili, tanto più il suo pensiero vi si smarriva e le contraddizioni del suo carattere gli suscitavano mille difficoltà imprevedute. Così nulla concludendo, finì coll'addormentarsi e col rimandare al mattino la soluzione dell'arduo problema.
Neppur la Matilde passò la più placida notte del mondo. La repentina violenza della sua passione le avea messo la febbre addosso, ed ella si rivoltolava tra le coltri senza poter chiudere occhio. A' dubbî suscitati dall'Angelina non voleva badare affatto, ma contro sua voglia essi ritornavano a molestarla come la mosca importuna che par si compiaccia nell'infastidirvi. Non era forse vero ch'ella aveva troppo rapidamente aperto il cuore alla speranza, e che supponeva in Vittorio un affetto, di cui egli non le aveva dato nessuna valida prova? E bisognava pur venirne a capo e sapere a che cosa attenersi. Ma qui il timore di una verità incresciosa la disanimava dal far più profonde indagini; ed ella preferiva lasciar parlare la voce del cuore, che le diceva: — Non è possibile ch'egli non ti ami. — Strano a pensarsi: in mezzo a' suoi dubbî non le venne mai quello che l'Angelina potesse amar ella Vittorio; è la più semplice ipotesi che ultima s'affaccia allo spirito. Ma v'era anche un altro motivo che sviava la sua fantasia da questa supposizione. L'Angelina aveva tanto avvezza la famiglia al sacrifizio di sè, da non lasciar nemmen campo all'idea ch'ella potesse opporsi come un ostacolo alla felicità altrui. Il mondo è fatto così. A chi opera il bene una volta tanto piovono le lodi e le testimonianze di riconoscenza; ma quando il praticare il benefizio diventa una consuetudine della vita, diventa del pari una consuetudine pel beneficato il riceverlo: non si tien conto all'uomo delle buone azioni che ha fatto, ma si biasima acremente di quelle ch'egli non volle o non seppe compiere: l'annegazione, che per gli altri è una virtù, per lui è un dovere. In questa maniera, se la Matilde avesse supposto che il povero cuore dell'Angelina osava battere degli stessi battiti suoi, e che a lei, derelitta nel vasto universo, balenava il desiderio d'un nuovo affetto, d'una nuova esistenza, ella non avrebbe lasciato certo di chiamarla ingrata e cattiva. Ma non vi pensava, e del modo col quale l'Angelina avea accolto le sue rivelazioni, accagionava la maraviglia e null'altro, e non metteva in dubbio che in lei avrebbe trovato una discreta confidente, un efficace strumento dell'amor suo.
Sfortunata Angelina! Ella era rimasta lungamente nella posizione, in cui l'abbiamo lasciata, dinanzi al suo tavolino, dinanzi alla sua tazza infranta, alla sua dalia appassita; aveva intesa, e l'era parsa una crudele ironìa, la voce di Vittorio che canticchiava mentr'ella piangeva, e sentiva pesarle tremenda sull'anima l'inesorabilità del destino. Qual'era stata la sua vita da due anni in qua? Un sacrifizio continuo d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni minuto. Ella aveva diviso il suo pane con gli altri; aveva con l'opera sua servito ad alimentare la vanità di due donne sciocche e bisbetiche, quali erano la signora Clara e la Nella; aveva forzato il labbro al sorriso per rasserenare la fronte annuvolata del suo povero zio; erasi acconciata con lieto animo alle privazioni, e mai non l'era sfuggita una parola di rimprovero, e mai un lamento. E che ne aveva ella avuto in ricambio? Da alcuni la indifferenza superba, dagli altri quell'amore egoista ch'è largo soltanto di carezze e di smorfie, ch'è sempre pronto a chiedere e restìo sempre ad offrire. Ed ora, a suggellare tanti suoi sacrifizî, le si domandava di rinunziare alla speranza onde la vita è bella a vent'anni, alla speranza d'essere amata! Ed era la Matilde, l'amica sua prediletta che glielo chiedeva, come a renderle più arduo il rifiuto, era essa che distruggeva il primo sogno di felicità ch'ella aveva formato in due anni! Era dunque scritto lassù ch'ella, povera sfortunata, non dovesse aspirare a cosa alcuna nel mondo, e immolarsi sempre, e morire! Sì; un vago presentimento di morte andavasi insinuando a poco a poco nell'animo dell'Angelina. Con l'ultimo olocausto ch'ella si apprestava ad offrire, sentiva che le sarebbero venute meno le forze, che la spossatezza si sarebbe resa signora di lei. Ebbene! questo pensiero della morte, questa idea di sottrarsi per sempre ai disinganni ed alle lusinghe, le metteva una calma infinita nell'anima e la persuadeva, quasi senza ch'ella se ne avvedesse, alla novella prova d'annegazione ch'era domandata al suo cuore. No; la Matilde non avrebbe avuto a dolersi di lei: ella avrebbe soffocati i suoi sentimenti, e quanto possedea d'eloquenza e d'affetto lo avrebbe speso a commovere Vittorio in favore della cugina. Una risoluzione presa, col deliberato proposito di mantenerla, ridona, almeno per qualche istante, la calma allo spirito. Così l'Angelina, poichè si fu acquetata in questo partito, riebbe un poco dell'antico vigore. Benchè fosse innanzi nella notte e la luna accennasse al tramonto, e qua e là nella campagna cominciasse a ridestarsi la vita che precede i primissimi albori; ella chiuse le imposte, e si gettò sul letto cercandovi il sonno. L'ospite invocato non venne, ma venne invece quell'assopimento, che, se anche non ristora le forze, calma, attutisce l'agitazione morale, quell'assopimento che non sospende la volontà, ma ne diminuisce gli effetti. L'Angelina vide la luce del giorno entrare nella sua stanza attraverso le imposte, intese come in un confuso ronzìo l'orologio della torre vicina battere successivamente le sette, le otto, le nove; ma la spossatezza delle membra le fece richiudere le palpebre e voltarsi da un altro lato. Una vocina squillante la scosse da quella specie d'incubo che la teneva inchiodata sulla coltrice. Era la piccola Amalia che aveva messo pian piano la testa per lo spiraglio dell'uscio, e battendo le mani con aria di infantile importanza, proruppe:
— Ah! bellissima. Stamane mi tocca far lo svegliarino della famiglia. La Matilde dorme, Vittorio non s'è ancora visto fuori di stanza, e tu, che sei sempre in piedi innanzi degli altri, nemmeno ti sogni d'alzarti.
— Sii buona, — rispose l'Angelina, che fin dalle prime parole aveva dato segno d'esser desta; — aprimi le imposte e fa un po' da donnina. —
L'Amalia eseguì prontissima l'ordine avuto; ma, quando l'aria e la luce ebbero inondata la stanza, si avvide del disordine insolito che v'era, ed esclamò ridendo:
— O che hai fatto baruffa col gatto stanotte? Guarda un po'.... un bicchiere in pezzi.... una dalia per terra che pare un pollo spennacchiato, e tutto sans dessus dessous, come direbbe la mia maestra di francese. —
L'Angelina si sforzò di far il viso ridente, e soggiunse:
— Orsù, poichè stamane sei una persona tanto assestata, metti un po' di regola in questo caos. —
La fanciulla seria seria s'accinse al suo ufficio.... Rimise al posto il tavolino e le sedie, prese fra la punta del pollice e dell'indice i pezzi del bicchiere infranto, e li raccolse sul davanzale della finestra; poi si pose a esaminare gravemente la dalia, e volgendosi all'An- gelina disse:
— E questa? —
L'Angelina fece uno sforzo, poi rispose:
— Buttala via.
— Guarda, guarda, l'è quella stessa che ti regalò Vittorio tante sere fa.... Glielo dirò io che bel fine ha fatto il suo fiore, — soggiunse poi tra lo scherzevole e il malizioso, chè la loro malizia l'hanno anche le bambine di nove anni. — In verità che mi par peccato.
— Oh, ma insomma — interruppe l'Angelina che in quel frattempo erasi alzata — non vuoi più finirla? — E senza celare un po' di dispetto, prese il fiore di mano all'Amalia e lo gettò dalla finestra.
— Ih! che furie! — sclamò la fanciulla fisando attentamente il volto della cugina, che nella pallida tinta e nelle occhiaie infossate serbava le tracce dell'agitazione di quella notte.
— Ma che cosa t'è accaduto? Se vedessi come sei scomposta in viso! Parrebbe che tu avessi pianto. —
L'Angelina s'affacciò allo specchio e non potè nascondere la sua commozione vedendosi tanto mutata: in poche ore le parve d'aver vissuto dieci anni.
— Sono stata alla finestra sino a molto innanzi nella notte, — diss'ella per giustificarsi in faccia all'Amalia; — l'aria era umida, avrò preso del freddo.... Ma non perdiamo tempo in chiacchiere, aiutami a fare un po' di toilette. — E sforzandosi di pigliare un tuono ilare e disinvolto, si gettò sopra una sedia, sciogliendo le lunghe e folte trecce de' suoi capelli che scesero giù fino a terra, e soggiunse:
— Vediamo se le tue manine son buone a dipanare questa matassa. —
Nell'età dell'Amalia ogni cosa serve di spasso, e l'impresa a cui ella si era posta tra il comico e il serio, le diede argomento alle più grasse risate, e lo fece lasciar da banda le sue domande sulle cagioni del turbamento dell'Angelina.
Frattanto, nel piano inferiore della casa, la signora Clara aveva chiamato a grave colloquio il marito. Le simpatie che s'erano manifestate tra la Matilde e Vittorio rendevano necessario un sollecito provvedimento. Se Vittorio fosse stato un ragazzo a modo, egli non si sarebbe certo lasciato sfuggire un partito come la Nella, i cui pregî di tanto avanzavano quelli della Matilde, e soprattutto avrebbe chiesto consiglio a lei, alla madre, alla padrona di casa, verso la quale ostentava invece così villana indifferenza. Ma Vittorio non era che un uomo volgare: ella erasene accorta da un pezzo. Nondimeno, poichè era ricco, e di ciò dovevasi pur tener conto, se vuole assolutamente sposar la Matilde, che se la sposi; ma lo dica schietto e non si prenda giuoco della famiglia che, se non per parte del signor Bernardo, almeno per parte di lei, Clara Mauri nata Morelli, doveva essere rispettata.... E sul termine di questa filastrocca la signora Clara si lasciò cadere maestosamente sopra una sedia a bracciuoli, facendosi fresco col fazzoletto. Dopo pochi secondi di pausa e come a guisa di conclusione soggiunse: — Ora tocca a voi. Dicono che siete il capo della famiglia; dunque parlate col signor Vittorio, chè già io con quello sventato non ci trovo gusto a discorrere, e poi venitemi a riferire il successo del vostro colloquio. —
Il povero signor Bernardo, che nemmeno ne' suoi bei tempi era stato un uomo di spirito, era molto meno adesso, dopo i suoi disastri commerciali. Nondimeno il cuore gli teneva luogo qualche volta dell'ingegno; aveva a tratti a tratti quella intelligenza del sentimento, che è il privilegio dei buoni, e loro dà modo di non parere ottusi del tutto. Solo nella famiglia, egli aveva un vago presentimento della simpatia dell'Angelina per Vittorio. Quando però la signora Clara ebbe da lui la timida rivelazione di questo dubbio, ella non rattenne più la sua collera. E gestendo furiosamente: — Vorrei un po' vedere — proruppe — che quella sfacciata pettegola si permettesse di far all'amore in casa mia e di rubare i partiti alle mie figliuole. Oh! sta a vedere che quel damerino del signor Vittorio avrà negletta una giovane come la Nella, ed ora metterà in un canto anche la Matilde, per far piacere a lei, alla signora maestra di musica! Non son chi sono se non li mando fuori della porta tutti e due, ove sia vera una cosa tale....
— Eh! per carità, — interruppe il signor Bernardo, che per quieto che fosse non poteva a meno di essere indispettito della burbanza della moglie, — non la prendiamo in tuono sì alto. Voi sapete meglio di me che senza l'Angelina saremmo stati bene imbrogliati a campare: toglieteci ora per soprassello anche la pensione che ci paga Vittorio, e poi vi farete i vostri cappellini con la sporta del pesce.
— Che cappellini! che sporta! — sclamò fiammante di sdegno la signora Clara, alzandosi in piedi in tutta la maestà della sua poderosa persona. — Io che ho sacrificato la mia dote, e, ciò che più monta, la mia gioventù, il mio spirito, il mio brio, le mie relazioni, tutto per causa della vostra dabbenaggine. Ah! vi sta bene di prendere il tratto innanzi e accusar me.... Avete trovato un pane per i vostri denti.... imbecille.... babbeo!... —
E senza nemmen terminare la sua perorazione uscì furibonda della stanza, chiudendo con violenza dietro a sè tutti gli usci, siccome era suo costume, e si recò a consolare la sua primogenita, alla quale toccava la sorte della biblica Lia, senza speranza alcuna di trovare un Giacobbe che la prendesse in iscambio.