I. Sulla china del monte
Erano trascorsi dieci mesi.
La campagna, palpitante sotto le prime carezze della primavera, si era tutta ricoperta di fiori, quasi sposa feconda che sorrida all’amante.
Era l’ora dello sconforto, del silenzio, della solitudine. La natura, stanca, parea cercasse il riposo.
I monti prendevano colori foschi, fantastici; il mare lontano, sbiadito, pareva confondersi col cielo, nell’ampia distesa che divide l’isola Rossa da Castelsardo. Il sole era da poco calato dietro all’isolotto dell’Asinara, e lunghe nuvole infuocate listavano ad occidente l’orizzonte. Quella luce sanguigna tingeva di rosso tutte le vette dei monti, e fusa coll’azzurro purissimo del cielo produceva quella nebbia violacea e vaporosa che dà al crepuscolo della sera un’intonazione calda, melanconica.
La solitudine era profonda. Non si vedeva alcuna foglia muoversi poichè nessun vento spirava. Solamente il timo e le altre erbe aromatiche, recavano in giro i loro profumi, destati dalle ombre che calavano lente. Le selve degli elci sembravano grandi macchie nere, compatte; i graniti mandavano l’ultimo scintillìo sotto i raggi infuocati, che andavano impallidendo. Le nuvole sottili che listavano l’orizzonte, da rosse si erano fatte violacee — da violacee turchine. E la natura diventava sempre più triste, più fosca, più misteriosa.
Le forme dei monti, dei graniti, e dei folti lentischi apparivano sotto profili incerti, indefiniti; e i colori si confondevano insieme, perdendosi in isfumature leggere, o cariche.
La canzone di qualche pastore gallurese, il quale guidava le mandrie all’ovile, si era perduta in lontananza, insieme al tintinnìo monotono delle campanelle.
Un uomo, tutto solo in quel deserto silenzioso, attraversava lo spazio che separa le colline di Petra Màina dal monte di Cucurenza.
Camminava lento lento, con passo incerto — col passo stanco del proscritto che si dà in braccio ad un cieco destino, senza lotta e senza tema d’insidie.
La notte lentamente calava, ed egli camminava sempre col proposito di fermarsi dove avrebbe trovato un giaciglio che lo riparasse dall’umido della sera. Non aveva casa, non aveva famiglia, motivo per cui nessuno poteva aspettarlo.
La campana della parrocchia d’Aggius suonava l’ave Maria, e quei rintocchi lontani, portati dalla brezza serale su quelle alture, si perdevano in un fievole lamento.
Quell’uomo, forse, avrebbe pregato all’annunzio dell’Ave Maria — ma egli era sordo, e non udiva la campana; era muto e non sapeva pregare.
Bastiano — poichè era lui — levava di tanto in tanto gli occhi, quasi misurando la distanza che lo separava dal monte di Cucurenza, a cui pareva diretto.
Il monte aveva preso una tinta nera, e la sua vetta spiccava nettamente nel limpido cielo infuocato che le serviva di sfondo.
Tratto tratto il muto si voltava per gettare un’occhiata al colle di Petra Màina o alla catena dei monti d’Aggius, di cui vedeva appena le punte di tramontana.
Una forza misteriosa pareva spingerlo verso la vetta del monte, sul quale saliva; ma un pio desiderio, un ricordo lontano, un sentimento doloroso gli faceva volgere la testa per salutare quelle due montagne da cui si allontanava la crocetta e Petra Màina. Tutta la sua vita si era svolta là, fra quelle due punte che gli parlavano d’Aggius e dell’Avru, della patria e dell’amore — della madre e dell’amante, le sole donne che lo avevano amato sulla terra.
Bastiano pareva chiedere ai monti d’Aggius la benedizione di sua madre — e ai monti dell’Avru il perdono della sua Gavina.
Sogni! sogni! — La madre in quell’ora riposava nel silenzio del sepolcro — e la Gavina forse posava il capo sul petto del suo Giuseppe!
Ormai lo sapeva: Gavina non poteva esser più sua. Egli stesso aveva spezzato l’ultimo filo di speranza. Fra lui e la cara fanciulla sorgeva minacciosa l’ombra d’un vecchio canuto che gli rinfacciava l’ospitalità tradita. E Gavina non poteva più stendere la mano ad un assassino — a colui che le aveva ucciso il padre!
Bastiano era già arrivato alla metà del monte. Saliva lentamente, svogliato, senza fretta, come se poco gli premesse arrivarci presto o tardi. Poteva andare incontro a un agguato — o poteva anche sfuggirlo: poco gli premeva. Non aveva premura, tutto il tempo era suo, e nessuno poteva chiedergliene conto.
Quell’essere umano come un punto nero, si era confuso nelle ombre vaporose del monte.
Saliva, saliva sempre, volgendosi ad ogni istante per salutare le punte di Petra Màina, che spiccavano ancora in tinte rosee su cielo nero. Quelle di Aggius non le vedeva più perchè si erano nascoste dietro il Monte Spina. Prima dell’amore, era sparita dai suoi occhi la patria!
Strano contrasto! A ponente un cielo limpido, sereno; a levante le nuvole si addensavano minacciando un uragano.
Il muto giunse finalmente al culmine di Cucurenza. Uscito appena dal seno tenebroso del monte, il suo cappuccio accuminato si disegnò sul fondo rosso del cielo. Dalle falde del cappotto usciva la canna del suo fucile, ch’egli portava sotto il braccio. — Veduta da lontano, quella figura pareva il mezzo busto di un nero cappuccio, disegnato nel fondo trasparente di un cielo luminoso.
Quando raggiunse il culmine, stette alcuni minuti immobile, colla testa rivolta verso le punte d’Aggius e dell’Avru, ch’egli salutava per l’ultima volta poi parve sprofondarsi a poco a poco finchè non si vide il solo cappuccio accuminato. Poco dopo anch’esso si abbassò... e scomparve.
La bruna vetta del monte tornò a distinguersi nettamente sul limpido sfondo del cielo.
Dov’era andato Bastiano? era forse disceso nell’altro versante del monte, oppure si era fermato sulla spianata dove sorge la chiesetta di San Giuseppe? — Era forse un’ambascia senza nome che lo spingeva lassù, a chiedere il perdono dei suoi peccati? Oppure aveva proseguito il suo cammino fino a Paduledda, o a quella Cala falsa, dove nel 1671 furono tratti in inganno il marchese di Cea e i suoi compagni, dal traditore Don Giacomo Alivesi?
Le nuvole salivano sempre, e l’azzurro del cielo spariva a grado a grado sotto le loro spire.
La notte aveva tutto cancellato — tutto avvolto nelle sue ombre: l’uomo ed il monte!
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Il terribile, il feroce bandito che dovunque aveva seminato lo scompiglio e il terrore era finalmente scomparso al di là di Cucurenza.
Gli abitanti tutti della Gallura, con grido unanime, avevano sempre imprecato al mostro, al dannato, al maledetto.
Ma chi mai era penetrato nel buio sepolcrale di quella coscienza che non s’era rivelata che a Dio? Chi mai aveva saputo leggere in quell’anima tribolata, per incidere una condanna infamante sul libro della storia? Gli uomini non certo. Il loro Codice, forse? No: il muto era fuori della legge, com’era fuori dal mondo; perchè le leggi sono fatte per gli uomini e Bastiano non era un uomo!
Colui che giudica questi disgraziati alla stregua della propria educazione, forte dei sani principi appresi dall’esempio della famiglia e dell’insegnamento della scuola, non può farsi un giusto concetto del loro valore — e ben di rado sa trovar una parola di compatimento pietoso, in favore di una creatura che, per avversità di fortuna o di destino, ha sempre vissuto nelle tenebre di una feroce ignoranza.
La società ha creato il maestro ed il giudice; il primo perchè insegni le buone regole del vivere civile — il secondo perchè applichi gli articoli del codice ai trasgressori delle leggi sociali. Ma il muto, a cui il giudice applicava le pene, aveva egli fruito, o poteva fruire degli insegnamenti del maestro? — A qual coscienza doveva attingere Bastiano i sentimenti nobili — egli nato sordo e muto, cresciuto nella miseria e nell’ozio, gettato in mezzo ai boschi, e condannato a vivere ramingo con l’odio nel cuore e l’urlo della fiera sulle labbra? Qual concetto poteva egli formarsi dei diritti e dei doveri sociali?
I diritti ed i doveri li aveva ben esercitati con lui la giustizia umana, quando per punirlo lo aveva perseguitato di balza in balza, di monte in monte. Ma, non so se il miglior vanto della legge consista proprio, come si crede, nella superba scritta incisa sopra il banco dei giudici! Se è vero che la legge è uguale per tutti, è vero altresì che non tutti sono uguali davanti alla legge; e la ragione potrebbe esser questa; che il Codice è uno e gli uomini sono molti!
D’altra parte bisogna pur convenire, che il Codice penale è clemente coi sordo-muti, e infatti coll’art. 92 li assimila ai giovani maggiori di 14 e minori di 18 anni, e commuta generalmente la pena di morte in quella della reclusione per anni quindici! E vi ha di più: risparmia loro la proibizione dell’uso della parola, che forma il principale supplizio dei reclusi!
Bastiano era come il granito dei suoi monti. Al silenzio che lo circondava non aveva risposto che col silenzio. Nessuno più lo comprendeva, ed egli non se ne dolse. Dopochè si era dileguata la speranza dell’amore, non sentì più il bisogno d’essere compreso.
Nel suo cuore senza speranze, come quella notte senza stelle, era sceso un silenzio sepolcrale.
Bastiano ubbidiva ciecamente al destino.
Ed era scomparso nell’ombra al di là del monte nero.
*
Appena scomparso il muto tre uomini uscirono da uno dei crepaci di granito che sono alle falde di Cucurenza. Erano tutti armati di fucile, e col cappuccio tirato sugli occhi.
Ciascuno di essi — il giorno prima — era partito da un punto diverso: da Bortigiadas, da Aggius e dalla Trinità di Agultu. Si erano trovati insieme la mattina seguente: verso sera avevano attraversato le vallate di Conchedda e di Chiligheddu, tra Muntlju di li Culzi, e il rio Pirastro, e la vista di Bastiano li aveva colpiti in un modo singolare, tanto che, istintivamente sentirono il bisogno di celarsi, per non essere veduti. Si sarebbe detto che l’improvvisa comparsa del muto, rispondesse, a completare un piano da lungo tempo meditato.
Fra quei tre uomini furono scambiate a voce bassa le seguenti parole, che io riporto fedelmente, lasciando al lettore, la cura di decifrarne il misterioso significato, a me ignoto:
— Pare proprio il destino — disse l’uno.
— Oppure il diavolo — soggiunse l’altro.
— Dunque?... esclamò il terzo con l’impazienza di chi vuol troncare ogni chiacchera per venire ad una conclusione.
— Dunque è intesa.
— A quando?
— A domani, se non avrò intoppi.
— Dove?
— Non lo so. Forse alla Trinità — forse allo Stagnone — forse a Littu di Zòccaru!
— Come?
— Ciò mi riguarda.
— È giusto. Dove hai attinto le informazioni necessarie?
— A Tempio.
— Perchè non ad Aggius?
— Perchè in Aggius le nevi si sciolgono molto prima che a Tempio.
— E vuol dire?...
— Che ad Aggius fa più caldo di Tempio.
— Ho capito. Io per tanto ritornerò in paese.
— Ad Aggius?
— Sì. Ditemi però: nel caso... chi di voi mi avviserà?
— Io no, perchè sono incaricato di recarmi sotto Castel Doria per riferire sul mio operato.
— Allora sarò io — disse il secondo. — Domani dovrò trovarmi sul monte della Crocetta, dove ho un appuntamento con un aggese.
— Ti aspetterò in paese.
— Dimenticate ch’io sono un fuoruscito?
— Come farai dunque?
— Aggius è alle falde della Crocetta.
— Ebbene?
Quest’uomo allora abbassando la voce, come se temesse che i graniti di Cucurenza gli facessero la spia, spiegò il suo disegno.
— Ben trovata!
— Siamo dunque d’accordo.
— Una pietra nel pozzo.
E i tre uomini si separarono. Due di essi fecero il giro del monte da parti opposte; il terzo tornò indietro, e a passi frettolosi prese la direzione d’Aggius.