II. Il Gran Tamburo
All’indomani l’alba fu più tarda ad affacciarsi ai colli di Calangianus. Neri nuvoloni correvano il cielo, sospinti da un vento furioso di tramontana.
Era uno degli ultimi giorni di marzo. Le punte del Giugantino, ricoperte di neve, spiccavano nettamente nel cielo nerissimo, il quale somigliava ad un manto funereo steso sulla Gallura.
Lontan lontano udivasi un urlo cupo, prolungato, lamentoso. Pareva l’urlo d’una lupa che chiamasse al covo i lupicini, per metterli al sicuro dalla tempesta imminente, annunziata da un improvviso acquazzone.
Le aguzze creste dei monti d’Aggius — che prima parevano sfidare l’ira degli elementi — erano ad un tratto scomparse sotto una nuvola nera. Avresti detto che sulle punte maledette si covasse un delitto che si voleva nascondere all’occhio degli uomini. Il diavolo si compiace di lavorare nel mistero degli uragani.
Il sole, durante la giornata, non era riuscito a fare uno strappo al denso velo che ricopriva la volta celeste — ma l’orizzonte, a ponente, era solcato da spessissimi lampi. Gli uomini della campagna assicuravano che la sera sarebbe stata uguale al mattino, e la notte assai più tempestosa della sera. Ond’è che ognuno avea curato di mettere in salvo i propri armenti, ritirandoli negli ovili.
Gli aggesi erano rientrati nelle loro case, e si erano rinchiusi per mettersi al sicuro dalla collera di Dio — e da quella degli uomini, più temibile ancora. I bambini si erano rintanati in fondo alle stanze; le vecchie mormoravano una preghiera per gli assenti invocando tutti i santi del paradiso ad ogni lampo che faceva capolino dalle fessure delle porte e delle finestre.
*
Attorno a pochi tizzi che fumavano crepitanti sul focolare d’una casetta, posta all’estremità superiore del villaggio, stavano raccolte parecchie persone, componenti una famiglia.
La padrona di casa, piuttosto giovine e alquanto malaticcia, era già a letto, insieme coi suoi due bambini; la vecchia nonna, settantenne, si riscaldava dinanzi al fuoco; ed il capo della famiglia — un uomo sui trent’anni, dalla barba nera e dai capelli lunghi — era in piedi vicino a un cassettone antico, intento a ripulire le canne del suo fucile; perchè la ruggine non le danneggiasse. — I buoni aggesi non potevano dimenticare il loro fucile: era l’arma favorita, e sapevano che bisognava accarezzarla ogni tanto, per rendersela amica. Erano tali gli odi d’allora, che quasi si diffidava del proprio fucile!
Il tuono brontolava lontano; e la vecchia, ch’era seduta in un canto, co’ piedi sopra la cenere e col corpo chino sulle brace, non faceva che recar la scarna mano alla fronte, per farvi replicatamante il segno della croce, invocando ad ogni istante santa Barbara.
In quella famiglia notavasi come un’inquietezza paurosa. Non si osava parlare per timore di provocare il temporale.
Il capo della famiglia cercava infondere coraggio agli altri; egli si provava a sgridare le donne ed i bambini: ma in fondo era più impressionato di tutti. I suoi movimenti nervosi tradivano l’interna inquietudine, da cui pareva dominato.
I tuoni si facevano sempre più forti, e brontolavano sempre, come impazienti, ringhiosi. Il temporale si avvicinava. I lampi fendevano di tanto in tanto le nubi che si addensavano sul villaggio, e mettevano in mostra le punte aguzze della Crocetta, del Fraìle e di Tumeusoza, le quali apparivano improvvisamente sul nero fondo del cielo, tinti dal colore del sangue.
E la vecchia fremeva, rosariando, accoccolata sulla cenere. Si faceva piccina piccina — quasi sperando di sottrarsi all’ira celeste, col raggomitolarsi.
L’uomo dalla barba nera e dai capelli lunghi continuava a sfregare le canne del suo fucile con uno straccio intinto d’olio, e chiudeva gli occhi quando i lampi listavano di fuoco le fessure della porta e delle due finestre. La moglie con voce tremante rassicurava i bambini, i quali avevano cacciato la testa sotto le coltri ed i guanciali.
Il vento che ululava al di fuori pareva il gemito di un sofferente che chiedesse ospitalità per la notte. La fiammella della lucerna ad olio serpeggiava, mossa dall’aria che penetrava dalle fessure delle imposte; e tutti la fissavano; temendo che si spegnesse.
All’urlo del vento si frammischiava quello del tuono, che muggiva con maggior insistenza.
— Santa Barbara! — ripeteva la vecchia, scuotendo le pallottoline del suo rosario.
— Volete finirla, nonna? — aveva esclamato l’uomo dalla barba nera, impazientito. — I vostri guaiti non fanno che maggiormente spaventare mia moglie e i bambini. Lasciate che gli elementi urlino. Avete forse paura del tuono?
— Del tuono? — ripetè la vecchia; e lasciò uscire dalle labbra un gemito lungo. Voleva ancora parlare, ma le tremavano le mascelle come a persona colta dai brividi della terzana. Ella piantò i suoi occhi negli occhi dell’uomo barbuto, continuò a fissarlo, senza aprir bocca.
— Ebbene?... e che volete dirmi, adesso? Avete forse sonno?
La vecchia, senza rispondere alla domanda del genero mormorò tutta tremante con un filo di voce:
— Non è il tuono!
— Sarà il vento.
— Non è il vento!
— Allora sarà il cane che ulula.
— Non è il cane, non è il vento, non è il tuono!
Alla strana esclamazione la moglie ed il marito fissarono la vecchia con curiosa sorpresa; e quest’ultimo, ristando dal lavoro esclamò impazientito.
— E che cosa è dunque?
— Tendete l’orecchio e ascoltate — ripetè la vecchia raggomitolandosi, e tirandosi i due lembi della gonnella sul petto, come per nascondervisi.
Tutti tesero l’orecchio e stettero attenti.
L’urlo prolungato, lamentoso, si fece udire più distinto.
— È il vento che soffia fra le punte di Tumeusoza e del Fraìle — disse l’uomo alzando le spalle e rimettendosi al lavoro.
— V’ingannate tutti! — esclamò allora la vecchia, con forza e a bassa voce — è il gran tamburo!!
— Il Gran tamburo?! ripetè l’uomo vivamente, non potendo celare un movimento di soddisfazione. — Ne siete proprio sicura?
— Sì: è l’avviso misterioso che parte dai graniti maledetti. Non è il vento che fischia sul monte Crocetta — è lo spirito delle tenebre che vorrebbe abbattere lassù la croce di ferro!
Tutti tacquero. Benchè sapessero che la vecchia era molto superstiziosa, pure le sue parole, in quell’ora, con quella tempesta, produssero su loro uno strano effetto.
— Pregate — proseguì la vecchia — pregate, perchè l’ira celeste pesa sul nostro villaggio; pregate per l’anima di un disgraziato colpito da morte violenta. Noi siamo piccoli, ma la misericordia di Dio è grande; i giusti sono pochi, ma i nostri peccati sono molti!
L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, ma sentivasi in preda ad un’inquietitudine che non riusciva a dominare. Camminava da un capo all’altro della stanza, e gettava frequenti occhiate alla porta come se aspettasse o temesse qualcuno.
I tuoni si facevano sempre più spessi — la vecchia pregava a voce alta.
— Pare che il temporale stia per iscoppiare.
La vecchia prese la parola, interrompendo un’Ave Maria:
— Il temporale è scoppiato. Non sentite le misteriose parole che volano per l’aria? Ascoltate o peccatori.
Si fece nuovamente silenzio.
Non si udiva nulla, al difuori di quel brontolìo cupo lontano, continuato.
— Ebbene? è il tuono! — disse la donna ch’era a letto.
Non è tuono — continuò solennemente la vecchia. — Sono le parole del diavolo: — Aggius meu, Aggius meu, e candu sarà la dì chi ti zz’aggiu a pultà in buleu?
Nessuno rispose alla vecchia, la quale riprese la recita dell’Ave Maria, dal punto ove l’aveva interrotta.
Dopo un breve silenzio, la moglie dell’uomo barbuto esclamò, quasi parlando a sè stessa:
— Dove sarà Francesco? Voglia Iddio che il temporale non l’abbia colto in cammino!
— Via le paure! — rispose l’uomo dalla barba nera. — Francesco non è più un bambino: egli si sarà fermato allo stazzo. A tredici anni si ha abbastanza giudizio per non mettersi in viaggio con simile tempo!
Mezz’ora dopo, il temporale irrompeva. L’acqua cadeva a scrosci sul tetto della casa; e il forte scoppio d’un tuono atterrì le due donne e i bambini i quali mandarono acute grida.
Allo stesso tempo fu picchiato replicatamente alla porta.
L’uomo dalla barba nera, impallidì.
— Non aprire, non aprire! — gridò la moglie spaventata, ponendosi a sedere sul letto, e stendendo le braccia verso il marito.
— Misericordia di noi! — urlò la vecchia.
Si tornò a picchiare con più forza e con più insistenza.
— Aprite! aprite! — gridò una voce al di fuori.
— È Francesco! — esclamarono tutti in coro; e l’uomo andò a togliere la spranga, dall’uscio, e fece entrare Francesco, e rinchiuse prestamente la porta.
Un giovinetto sui tredici anni entrò nella stanza tutto smarrito, bagnato dalla pioggia e dal sudore. Egli ansava, poichè era venuto di corsa.
— Perchè metterti in viaggio con questo tempo?
Il fanciullo aveva il respiro affannoso, e non potè subito rispondere al fratello maggiore.
— Ebbene?
— Il temporale mi colse in cammino, a un ora e mezza da Aggius — rispose Francesco dopo alcuni minuti.
— E perchè non affrettare il passo per rifugiarti nello stazzo?
Il fanciullo non rispondeva.
— Tu mi sembri agitato. Che hai?
— Ho veduto... il diavolo!
— Il diavolo!? — esclamarono in coro le donne e l’uomo dalla barba nera; e la vecchia cacciò un urlo, celando la faccia tra le mani.
— Chi ti ha messo in testa simili corbellerie? — gli domandò il fratello.
— No, vi dico — era proprio lui — il diavolo in carne ed ossa!
— Raccontaci un po’....
— Taci, taci! — gridò la vecchia.
— Finitela, nonna! pare che questa sia la notte del diavolo!
E il fanciullo, tutto tremante, raccontò l’accaduto nel modo seguente:
« — Io m’incamminavo verso lo stazzo di Bonaita quando, oltrepassato appena il rio Turrali, sentii delle pedate dietro di me; mi volsi, e vidi un uomo lungo lungo, col cappuccio sul viso e col fucile sotto il braccio. Mi parve che egli venisse dalle falde del monte della Crocetta. Allora affrettai il passo per isfuggirlo, ma egli raddoppiò il suo, come se volesse raggiungermi. Spaventato della solitudine in cui mi trovavo, mi diedi a correre; ma quell’uomo mi gridò per due volte;
« — Fermati!
«Mi sentii tremare le ginocchia; la paura mi aveva inchiodato lì, nè potei muovermi. L’uomo non tardò a raggiungermi.
«Io abbassai gli occhi, nè osai guardarlo in faccia.
« — Dove vai? mi domandò.
« — Vado allo stazzo — risposi.
« — Sei aggese?
« — Sì.
« — Ebbene; torna in Aggius. Dirai al paese che il Diavolo ha portato via il corpo e l’anima di uno scellerato.
«Ciò detto quell’uomo scomparve.
— Non l’hai tu ravvisato? — domandò l’uomo dalla barba nera al fanciullo.
— Era chiuso nel suo cappotto; ma mentre parlava, un lampo rischiarò quel volto; e mi parve vedere sotto al cappuccio due occhi accesi, e due corna nere, piccole lucenti.
L’uomo dalla barba nera riflettè alquanto; poi disse al fanciullo, pacatamente.
— Sei tutto bagnato; spogliati subito, va a letto, e dormi. E bada di non raccontare ad alcuno simili fole! Potresti tirarti addosso il ridicolo.
La vecchia tremava anch’essa come una foglia e non cessava mai dal mormorare.
— Il gran tamburo ha parlato! Pregate o peccatori, perchè l’ira celeste pesa sul nostro villaggio. Noi siamo piccoli, la misericordia di Dio è grande!
L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, e andò a posare in un angolo della stanza il fucile ch’egli aveva pulito.
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Due ore dopo in quella casa regnava un silenzio profondo. La famiglia era a letto, e riposava tranquillamente.
Gli elementi si erano finalmente placati — forse perchè giustizia era fatta!