III. Pietro Vasa

Fin dalle prime ore del mattino del 19 febbraio 1859 si notava un insolito movimento nella città di Tempio. Era un farsi alla soglia delle porte, un affacciarsi alle finestre, un formar capannelli per le vie, un interrogarsi a vicenda, e domandar particolari.

Una notizia, con la rapidità del lampo, si era sparsa da un capo all’altra della città: e tutta la popolazione, impressionata e curiosa, si era riversata, per la via Runzatu, verso la strada che da Tempio conduce ad Aggius.

— Hanno ferito ed arrestato Pietro Vasa — si ripeteva da tutti con accento che rivelava ad un tempo compassione, dispiacere, e curiosità.

— E sarà poi vero?

— Alcuni aggesi, venuti stamane a spron battuto, ne hanno sparsa la notizia.

— E dove fu preso?

— In Nuragheddu, verso il mare.

— E non fece resistenza?

— Dicesi sia stato sorpreso nel suo stazzo, in mezzo ai figli ed alla moglie.

— Ciò si capisce. Gli aquilotti si colgono più facilmente nei loro nidi! Fu arrestato colà?

— No. Il Vasa era riuscito a fuggire dallo stazzo, ch’era circondato dai carabinieri; ma, rifugiatosi in un chiuso, verso Nuragheddu, ivi, — dicesi — fosse appiattato colui che l’ha colpito.

— Pietro Vasa lasciarsi cogliere così! È impossibile! Sotto c’è del torbido.

— Qualcuno, certo, avrà guidato i carabinieri.

Questione di vendetta.

— E i carabinieri, al solito si saranno vantati del bel colpo!...

— Il qual colpo — si capisce — non verrà loro contrastato dal vero feritore...

— Cosa vecchia!

Questi apprezzamenti si pronunciavano quà e là nei crocchi che si erano formati per le vie. Da tutti, però, non si udiva mormorare che una sola parola:

Lu colciu![26]

E, per vero, l’arresto di Pietro Vasa aveva prodotto una dolorosa impressione nell’animo dei tempiesi. Egli non era ritenuto come un assassino volgare, ma bensì come un traviato dalla fatalità degli eventi. Tanto l’Antonio Mamia quanto il Pietro Vasa, erano due uomini rispettabili, d’ingegno non comune, di sentimenti generosi, e di un criterio ammirabile; essi però si erano lasciati trascinare da un eccesso di malintesa suscettibilità, alla quale non vollero, o non seppero opporre resistenza. I loro errori, più che a individuale debolezza, debbonsi ascrivere alla natura di quell’alpestre regione; dove il sole scalda, più che altrove, il sangue gagliardo che scorre nelle vene dei galluresi.

— Eccolo, eccolo! — fu gridato da tutti; e la folla compatta irruppe come un’onda scrosciante intorno al gruppo di armati che circondava l’arrestato.

In mezzo ai sei carabinieri veniva condotto il bandito. Era stato trascinato, a piedi, da Nuragheddu ad Aggius, e da Aggius a Tempio. Lo seguiva una folla chiassosa, irrequieta, pazza.

Era proprio lui — Pietro Vasa; principio e fine, causa ed effetto: l’uomo che aveva aperto e chiuso il libro d’una storia orrenda, suggellandone col proprio sangue la prima e l’ultima pagina!

Pietro Vasa era stato assicurato con una corda a più giri che gli serrava strettamente le braccia al corpo. Il suo cappotto, lacero e infangato, ben rivela la disperata resistenza ch’egli aveva opposto, quando, ferito, si era dibattuto fra i suoi assalitori.

Quà e là sugli abiti, sopra il petto, sulla barba, e specialmente sul fazzoletto che gli avvolgeva il collo, vedevasi il sangue aggrumato, che usciva ancora dalla larga ferita che aveva alla gola.

Quell’uomo faceva orrore e compassione. Egli volgeva gli occhi all’intorno, fissandoli ferocemente sulla folla immensa che lo attorniava, e che a stento veniva trattenuta dai carabinieri.

Tutte le finestre e le porte della via Runzatu erano gremite di teste umane. Gli abitanti di Tempio erano accorsi frettolosi a vedere quell’uomo — non tanto il forte bandito della Gallura, quanto la causa prima della sanguinosa inimicizia ch’era durata oltre sette anni, e che aveva immolato più di settanta vittime.

Eppure, quell’uomo insanguinato, pallido, lacero, legato come una belva ai polsi ed alle braccia, strappò molte lagrime di compassione in quella memoranda giornata! Senonchè Pietro Vasa non aveva l’aria accasciata di chi sente paura perchè vede appressarsi il momento dell’espiazione. Più che la ferita mortale che egli aveva alla gola, lo pungeva e lo straziava la nervosità curiosa della gente che lo seguiva.

Con gli occhi fissi, pareva volesse dire agli astanti:

— Tremila contro uno? vigliaccheria! Provate a sciogliermi le mani e a darmi un fucile, ed io sarò capace di sfidarvi tutti!

Il sangue colava sempre. E faceva dolorosa impressione vedere il Vasa in quello stato, con le occhiaie livide, con le labbra violacee e la barba insanguinata. Pietro era stanco e molto abbattuto per il cammino fatto, per il sangue perduto e per la lotta impegnata dal suo corpo e dal suo spirito. La sua faccia era cadaverica, le sue membra fiacche, peste. I soli occhi conservavano un terribile lampo di alterigia, di sprezzo, di sfida. Un giorno egli aveva detto: «vivo non mi prenderanno mai» — e l’aver mancato alla sua parola era la più grande delle sue umiliazioni. Anzichè vedersi fra i carabinieri, avrebbe preferito presentare il petto ad un nemico: la sua morte sarebbe stata meno infamante! E col sogghigno che gli stava sul labbro pareva dire alla folla, che non era caduto per la bravura dell’arma reale ma bensì per il tradimento d’un nemico.

La ferita del Vasa era gravissima, e poteva apportare funeste conseguenze. Una palla gli aveva traforato la gola parte a parte, senza però intaccargli la trachea — caso unico, più che raro. E fu constatato che quella palla non era uscita da un moschetto di carabiniere.

Pietro era rientrato in Tempio per la via Runzatu — per quella via che si soleva far percorrere ai malfattori, quando venivano tratti sul luogo del supplizio. E il lugubre pensiero si era in quel giorno affacciato alla mente del celebre bandito.

Sempre seguito dalla folla tumultuante e curiosa, Pietro Vasa fu accompagnato fino al carcere vecchio, dove venne rinchiuso.[27]

Lasciato solo nelle tenebre, Pietro stette in piedi alcuni minuti, volgendo gli occhi in giro per esaminare la sua prigione... ma non ci vedeva. Con le nari dilatate fiutò l’aria mefitica di quell’ambiente angusto, umido, tenebroso, e la comparò all’aria pura e profumata dell’aperta campagna, che per tanti anni aveva respirato. L’infelice presentì che la porta del suo carcere si era chiusa per sempre dietro di lui.

Solo, inquieto, ringhioso, Pietro aspettò per ventisette giorni il giudizio degli uomini; ma prima di questo lo colse il giudizio di Dio. In quel carcere, il 18 marzo 1859, spirò l’anima il celebre capo d’una fazione che aveva seminato la strage ed il lutto nei territori della Gallura.

Nelle ultime ore della sua malattia, presentendo la vicina morte, egli ebbe due gioie: quella di non dover ripassare per la via Runzatu seguito dal carnefice — e quella che nessuno lo avrebbe veduto penzolare da un patibolo con la faccia rivolta al suo paese natale.[28]

Pietro Vasa era sceso nella tomba, quattro anni dopo il suo avversario Antonio Mamia. I due capi, — il giovine ed il vecchio, il padre e il fidanzato — si erano forse ritrovati alla presenza di Dio.

Le due ombre sdegnose erano andate a raggiungere le loro vittime e i loro cari perduti. Ignoro se in Cielo abbiano fatto le paci; posso però assicurare che in terra le loro partite vennero saldate.

Mariangiola — la innocente e prima causa degli odi dei Vasa e Mamia — sopravvisse alla catastrofe — e vive tuttora, sposa ad un uomo ch’ella adora, e dal quale è adorata.

*

La vidi la prima volta nel luglio del passato anno 1883. Visitando una sera la chiesa parrocchiale di Aggius, notai vicino alla porta d’ingresso una vecchia accoccolata sul pavimento. Aveva le braccia tese con abbandono sul grembo, il rosario fra le mani e gli occhi rivolti all’altare, dove un prete dava la benedizione. Essa pregava con fervore; di sotto al bruno fazzoletto le uscivano alcune ciocche di capelli grigi: ma nei lineamenti del volto e nella grazia di tutta la persona si notarono ancora la vestigia d’una bellezza non del tutto distrutta dal tempo.

La fisonomia e l’atteggiamento di quella donna mi colpirono talmente, ch’io chiesi di lei; e allora mi venne narrata la storia che ho presentato ai lettori in questo libro.

La vecchia fissava con occhio spento l’altare maggiore — e recitava il rosario.

Povera Mariangiola! Quanti pensieri dolorosi dovevano affollarsi nella sua mente! Forse sulle spire d’incenso che uscivano dal turibolo per salire al Cielo, ella vedeva ad una ad una sfilare le ombre dei settanta morti che avevano attinto gli odi feroci ad un suo sorriso! — E l’ultima vittima trascinata nel vortice della vendetta era stato lui... Pietro — l’uomo che aveva mancato alla promessa d’amore, e che aveva tradito l’abbraccio. E lo vedeva sempre là, con la gola squarciata, tutto pallido e insanguinato! — e forse per lui solo erano le preghiere ch’ella mandava all’Eterno, perocchè la donna non niega mai il suo perdono all’uomo che ha amato — anche quando ella sa che ha ricambiato il suo amore con perfidia ed ingratitudine!

Ed anche la Gavina — la figliuola di Anton Stefano — sopravvisse agli odi delle due fazioni e vive tuttora a Bortigiadas, felice accanto al suo adorato Giuseppe e ai cari figli. Ma, in seno alla sua felicità, avrà ella dimenticato il muto, il maledetto dagli uomini, colui che come un feroce fantasma si era rizzato minaccioso in mezzo alle fazioni, strumento degli uomini e del destino?

Potenza della bellezza e dell’amore, supremi cardini della creazione! La natura si è rivelata in tutta la sua vigorìa nella campagna gallurese; ha estrinsecato la sua forza nei massi incrollabili di granito, nelle quercie secolari e nella robustezza degli uomini. Ha voluto però dare alle donne un’avvenenza, una grazia e un fascino tali da poter col lampo ardente delle pupille, fulminare i più forti figli della Gallura! E furono appunto due deboli e belle creature quelle che suscitarono l’acerba guerra che per sette anni sparse il terrore ed il lutto di quelle pittoresche regioni che sono la parte più eletta dell’isola nostra.

Ma l’ira che tutto distrusse e seminò la morte, rispettò la bellezza; quella bellezza che fu creata per apportare la vita.

Mariangiola e Gavina sopravvissero all’eccidio che fulminò la Gallura ed entrambe andarono spose ad un uomo che non era il primo amato. Pietro pagò il fio delle sue colpe terminando i suoi giorni nell’orrore di un carcere. Bastiano invece...

Che ne fu del povero muto?