IV. Mistero
Il muto era scomparso nell’ombra — al di là del monte nero.
Nessuno di lui seppe più nulla; nè vi ha alcuno in Gallura che sappia darvi ragguagli sulla fine di quel disgraziato. Eppure il suo nome si ripete sempre con orrore, come quello di un vampiro assetato di sangue umano. I maggiori delitti a lui si ascrivono — ma nessuno saprebbe dirvi a punto fisso il nome delle vittime da lui colpite.
Bastiano Tansu veniva chiamato il Terribile, ed era sordo-muto.
Sordo, non doveva udire la calunnia — muto, non poteva rispondere alle accuse — terribile, non lasciava alcun dubbio sulla sua efferatezza!
Chi aveva colpito il muto? Dove, quando, come, perchè lo si era fatto sparire? Mistero.
Quando la notizia della sua sparizione cominciò a circolare per gli stazzi, non vi fu alcuno che si prendesse la briga d’indagare la verità dell’asserto: non un parente che sorgesse a vendicarlo; non un amico che corresse a domandarne il cadavere alle foreste di Cucurenza od alle spelonche di Petra Màina!
E chi doveva occuparsi di lui? Sua madre era morta: Gavina si era con altri fidanzata; gli amici lo avevano abbandonato — e i congiunti ringraziavano il cielo per la sua sparizione.
Era stato forse tradito, venduto, assassinato?
Fin dal giorno ch’egli si annunciò al mondo col primo vagito, gli venne negata la voce. Gli avvelenarono l’anima col fargli provare tutte le torture dell’inferno — gli avvilirono il corpo negandogli la sepoltura ed una croce — gli straziarono persino il nome, recandolo di bocca in bocca, come quello d’un condannato all’infamia.
Sparì — nè di lui rimane più traccia.
Alla quarta pagina del registro dei NATI del 1827, esistenti negli archivi della parrocchia di Tempio, è scritto: che il 29 del mese di ottobre dell’anno suddetto, fu battezzato in quella chiesa Sebastiano Addis Tansu, figlio legittimo e naturale di Andrea e di Agostina Razzu, pastori d’Aggius.
Ma non vi ha libro in Gallura in cui sia registrata la sua morte! Solamente alla pagina 76 del volume III del libro di morti d’Aggius leggesi una memoria, dalla quale risulta; che nel giorno 28 di giugno del 1858, i parenti di Bastiano il muto hanno fatto celebrare le sue esequie, pregando pace all’anima sua. — E null’altro.
Cinque o sei mesi dopo la sparizione, si rinvenne vicino al rigagnolo che solca il Campu di lu tricu, una fiaschetta di polvere legata ad una catenella, che fu riconosciuta appartenente a Bastiano Tansu. È l’unico oggetto che si ha di lui. Si fecero minute ricerche per rinvenire il fucile — ma inutilmente. Esso forse — come il più fedele degli amici — era sceso con lui nel sepolcro.
Molte e curiose versioni corrono sulla bocca dei galluresi a proposito della separazione di Bastiano il muto.
Vi ha chi crede che gli stessi parenti, d’accordo coi nemici, abbiano voluto disfarsi di lui per mettere tregua ai continui dissensi che egli suscitava e di cui erano stanchi. — Altri asseriscono che la morte di Bastiano ha troppo stretti rapporti col terribile dramma svoltosi sulle alture di Petra Màina. Vi ha chi dice che Bastiano era figlio del diavolo, e che il diavolo se l’abbia portato vivo all’inferno. — Altri invece, vorrebbe, che Bastiano non sia morto, ma che siasi rifugiato in qualche segreta spelonca della Gallura o della Corsica, dove vive misteriosamente, facendo penitenza dei suoi peccati. Qualcuno, infine è di parere che Bastiano non sia caduto vittima dell’odio altrui ma che, stanco della vita, abbia cercato la morte in qualche inaccessibile scogliera del litorale, o sul monte della Crocetta. Calatosi in uno del profondi crepacci che circondano il gran tamburo, e inconsolabile perchè nessuna donna lo aveva baciato, forse Bastiano chiese l’ultimo bacio d’amore alla bocca infuocata del suo fucile.
Ad ogni modo — o assassinato, o suicida — non è improbabile che il muto abbia cercato la morte perchè stanco della vita.
Chi lo sa? Quest’ultima versione — che in generale è la meno accettata — potrebbe avere ancor essa un fondo storico. Certo è che ad una sola donna in Gallura non è forse ignoto il giorno della sparizione del muto — e questa donna è Gavina. E perchè il lettore porti il suo giudizio sul curioso fatto riepilogherò brevemente l’accaduto nello stazzo dell’Avru, dopo la morte di Anton Stefano.
*
Fin dal giorno in cui Anton Stefano cadeva vittima della ferocia del muto, il buon umore e la tranquillità erano spariti dallo stazzo dell’Avru. La morte del buon vecchio doveva per fermo apportare un notevole cambiamento negli affari e nelle abitudini della famigliuola. Dalla mattina alla sera le cose presero un diverso indirizzo. Alla gioia ed al cicaleccio espansivo che regnavano nello stazzo, erano sottentrati il dolore ed il silenzio — al riso schietto ed agli scherzi innocenti erano succeduti i pianti e la malinconia.
Morto Anton Stefano, la vedova capì subito che doveva far calcolo sull’attività e sull’affetto di Giuseppe destinato a far parte della famiglia; ed in questa lusinga raddoppiò di cure e di attenzioni verso il volenteroso giovine, il quale si addossò l’incarico di sistemare gli interessi della piccola azienda, cui le donne, per recente sciagura, non erano in grado di pensare.
Non è a dire quale impressione avesse prodotto in Gavina la morte del padre. Oltre il dolore per la perdita dell’autore de’ suoi giorni, ella provava una viva inquietudine, ritenendo se stessa come unica causa della catastrofe avvenuta nell’Avru. Non poteva soffocare la voce misteriosa che l’accusava quasi di parricidio. Chi mai le avrebbe detto che l’affetto nutrito per il muto doveva costarle la morte del genitore?
Seduta sul limitare della porta, col capo chino, lavorando in silenzio, Gavina bagnava di lagrime la stoffa che trapuntava. Ed era tanto bella nel suo dolore! Le lunghe veglie ed il continuo pianto avevano resa la sua carnagione più bianca e più trasparente; ma quel volto pallido appariva assai più bello e gentile sotto il nero fazzoletto a frangie che lo contornava. Con gli occhi bassi, e con le nerissime ciglia che spiccavano sulle guancie color cera, Gavina pareva la madonnina dipinta nella chiesetta di Petra Màina.
Giuseppe l’andava sempre divorando con gli occhi ed affrettava col desiderio il giorno in cui doveva torla in moglie, per condursela a Bortigiadas dov’erano tutti i beni e i suoi parenti. Più volte egli aveva esternato il desiderio di celebrar le nozze dopo i sei mesi; ma Gavina lo pregò di desistere da quell’idea, poichè le sarebbe sembrato insultare la memoria del padre deponendo le vesti di lutto prima del tempo stabilito dalla consuetudine. La vedova di Anton Stefano unì le sue alle preghiere della figlia. Ella voleva ritardare il matrimonio per due ragioni: la prima, perchè separarsi così presto dalla figliuola le avrebbe fatto troppa impressione: la seconda, perchè Giuseppe, dovendo stabilirsi con la sposa a Bortigiadas, non avrebbe potuto aiutarla a sistemare gli affari dell’Avru.
Insistendo però Giuseppe nel suo proposito, si venne ad un accordo; e le nozze furono stabilite per i primi di maggio, dopo dieci mesi di lutto — con la condizione ben inteso, che gli sponsali, da celebrarsi a Bortigiadas, si sarebbero fatti senza alcuna pompa.
Vi sono nella vita umana sentimenti che non si spiegano; essi hanno misteriosi rapporti con cause intime, sulle quali ogni indagine torna vana. Gavina si torturava l’anima per un fatto che trovava inesplicabile. Ella sentiva che non provava per l’assassino di suo padre tutto quell’odio, tutta quell’avversione che avrebbe ardentemente desiderato — e se ne doleva come di un fatto dipendente dal suo volere. Giunse a tanto la sua fissazione, che ella stabilì di rivolgersi a Dio, perchè le destasse nel cuore il sentimento d’un odio implacabile per l’assassino di suo padre. Ma Dio non esaudì la sua preghiera o, per meglio dire, Gavina non ebbe mai il coraggio di unire quella grazia alle altre che domandava a Dio nelle preghiere della sera!
*
Spuntò finalmente il giorno desiderato — il giorno in cui Giuseppe doveva togliere Gavina dallo stazzo per condurla al nido di Bortigiadas, dove avrebbero formato una famiglia.
Da due settimane Gavina aveva deposto il lutto; e la notizia dell’imminente matrimonio si era sparsa per tutti gli stazzi circonvicini.
Fin dalla vigilia del fausto giorno, una profonda mestizia si era impossessata di Gavina. La cara fanciulla era inquieta, preoccupata. Per quanto grande fosse in lei la gioia di unirsi al suo caro Giuseppe, non poteva uguagliare il dolore che provava nel lasciare la casa paterna.
Era quella l’ultima notte che passava nella sua stanzetta di fanciulla, piena di care memorie. All’indomani ella doveva staccarsi dalla madre, dalle sorelle, dai vecchi servi di casa; doveva lasciar l’Avru — quello stazzo dov’era nata, dove bambina l’avevano accarezzata, dov’era trascorsa la parte migliore della sua giovinezza.
Gavina non aveva potuto dormire, aveva bagnato di lagrime il guanciale, e volgeva lo sguardo all’intorno, come per dare un ultimo addio a quel nido verginale dove aveva tanto sognato.
L’alba, col suo fioco raggio venne a battere allo spiraglio della bassa finestra che dava sul cortiletto. Gavina sentiva i passeri che cinguettavano sul tetto, e le pecorelle che belavano nell’ovile.
La punse il desiderio di balzare dal letto prima dell’ora, perchè voleva sorridere al giorno, voleva affacciarsi alla finestra per salutare la campagna, lo stazzo, i cari monti, il mare lontano; voleva bevere l’aria profumata di quei luoghi ch’erano stati la sua culla, il suo mondo, il suo paradiso.
Balzò dal letto, si vestì in fretta, e quasi discinta corse alla finestra.
Coll’animo trepidante e col cuore che parea volesse balzarle dal seno spinse al di fuori i due battenti per lasciare passare un buffo d’aria fresca ed un raggio di sole....
Ad un tratto impallidì; fece un passo indietro, e mandò un grido.
Stette alcuni minuti immobile, con gli occhi fissi col seno ansante, senza poter articolar sillaba.
Sul davanzale della finestra, che sporgeva al di fuori, c’era una piccola medaglia di rame attaccata ad un cordoncino di seta nera.
— Bastiano è morto!! — esclamò Gavina raccapricciando e afferrò con mano convulsa quella medaglia, che era bagnata di rugiada.
La fanciulla stette alquanto pensosa, e quasi istintivamente, la recò alle labbra mormorando:
— La mia medaglia! Non poteva qui metterla che lui solo!
E la fanciulla terse con una mano le lagrime, che scorrendo per le guancie le cadevano sul seno.
— Povero Bastiano! — ella mormorò scuotendo melanconicamente la testa. — Ha trovato modo di farmi sapere che non ha più bisogno di vivere! Un giorno me l’ha pur detto: «quando sarò stanco della vita mi strapperò la tua medaglia dal petto, e sarò sicuro di morire!»
Ad un tratto Gavina si scosse atterrita; e, quasi avesse commesso un delitto, corse al suo lettino, s’inginocchiò dinanzi all’ulivo benedetto e levando gli occhi al cielo esclamò:
— Perdonami, o padre mio, se in questo momento io prego per l’infelice che ti ha colpito! — Dio ce l’ha pur detto di perdonare i nostri nemici!
*
La sera di quello stesso giorno Gavina abbandonava il nido verginale dell’Avru per seguire lo sposo a Bortigiadas — e forse entrava nella stanza nuziale nell’ora stessa che il sordo-muto scompariva al di là di Cucurenza!
Resta solo a sapersi, se l’avviso del Gran tamburo lo abbia dato il diavolo, o uno dei tre misteriosi incogniti che abbiamo veduto alle falde del monte nero; oppure se Bastiano si sia tolto la vita precipitandosi nei crepacci del monte Crocetta, o nelle scogliere dell’Isola Rossa.
Chi lo sa? Mistero.
Il vecchio rettore d’Aggius — che assistette allo svolgimento dei drammi d’Aggius e di Bortigiadas, e dal quale ho attinto molti particolari della mia storia — chiuse l’orecchio ad ogni mia domanda quando gli chiesi la fine del muto.
Il buon vecchio chinò sul petto la rugosa fronte, e mi disse solennemente:
— La morte del muto sarà per tutti un mistero! Trattasi di un segreto conosciuto da Dio in cielo, e da me in terra. Ma Dio non lo svelerà agli uomini, perchè non fida nella loro giustizia: ed io lo porterò nella tomba, perchè tale è il mio dovere!
Non disse altro.
E giacchè il segreto della confessione è inviolabile, domandate del muto ai rulli misteriosi del Gran tamburo, quando sui graniti maledetti piomba l’ira delle tempeste!
[ INDICE]
| Dedica | [Pag. 3] | |
| PARTE PRIMA | ||
| PRELUDIO | ||
| I. | — Nell’ombra | [Pag. 5] |
| II. | — Aggius | [8] |
| III. | — Il Monte della Crocetta | [11] |
| IV. | — L’infanzia del muto | [16] |
| PARTE SECONDA | ||
| I VASA E I MAMIA | ||
| I. | — Mariangiola | [21] |
| II. | — L’abbraccio | [25] |
| III. | — Mestizia nella festa | [29] |
| IV. | — Odio vince amore | [34] |
| V. | — Il battesimo del muto | [40] |
| VI. | — Una partita sleale | [44] |
| VII. | — La rivincita | [51] |
| VIII. | — La posta al cinghiale | [53] |
| IX. | — Le paci d’Aggius | [56] |
| PARTE TERZA | ||
| GLI AMORI DEL BANDITO | ||
| I. | — Un raggio nelle tenebre | [61] |
| II. | — Gli effetti d’una lusinga | [67] |
| III. | — Le piccole attenzioni | [71] |
| IV. | — All’ombra delle spine | [76] |
| V. | — I regali del muto | [82] |
| VI. | — Battaglie dello spirito | [87] |
| VII. | — Il cugino Giuseppe | [90] |
| VIII | — La domanda di matrimonio | [97] |
| IX. | — Tra madre e figlia | [103] |
| X. | — Un giuramento | [107] |
| XI. | — Cuor di madre | [109] |
| XII. | — Si rompe ogni indugio | [112] |
| XIII. | — Vendetta | [118] |
| PARTE QUARTA | ||
| FINALE | ||
| I. | — Sulla china del monte | [125] |
| II. | — Il Gran Tamburo | [131] |
| III. | — Pietro Vasa | [138] |
| IV. | — Mistero | [143] |