NOTE:
[1]. Appartengono pure alla Gallura, Terranova, Nuchis, Maddalena, nonchè Monti e Berchidda, sebbene questi due ultimi siano passati da parecchi anni alla giurisdizione del Tribunale di Sassari ed alla Pretura di Oschiri.
[2]. «Aggius mio, e quando verrà il giorno che ti porterò via in un turbine?» (Vedi note di SPANO all’Itinerario del Lamarmora.)
[3]. Vedi Editti e pregoni emanati per il Regno di Sardegna sotto la R. Casa di Savoia fino all’anno 1774, riuniti per comando di Vittorio Amedeo III (Cagliari 1776).
[4]. Lettera originale in data del 12 luglio, esistente nei R. Archivi di Stato e da me consultata. In essa leggesi: «Contro i perfidi pastori di Aggius perchè si usi il massimo rigore, senza remissione. Quella sciagurata gente è ormai arrivata al colmo dell’iniquità. Esauriti tutti i mezzi, rimane quello di ridurre in cenere quel villaggio, dividendosi gli abitanti in tante diverse popolazioni fuori della Gallura.»
Il Conte di Moriana morì a Sassari, e fu seppellito nella Cattedrale, dove vedesi il suo monumento, fatto eseguire dal re Carlo Felice.
[5]. La Mariangiola era tanto bella, che gli studenti aggesi la chiamavano per antonomasia l’Elena Sarda.
[6]. La similitudine in queste cerimonie, varia sempre; ora si raffigura la sposa ad una cara e graziosa agnelletta: ora ad una melodiosa capinera, ecc.. ecc. Talvolta è il padre dello sposo che si reca nello stazzo del padre della ragazza per cercare la pecorella smarrita. Il messaggero fa il giro della stanza per esaminare ad una ad una le donne che vi sono sedute, fa un grazioso complimento a tutte, ma dice: non è questa; finchè si ferma dinanzi alla sposa dicendo: l’ho trovata!
«Il chiedere per isposa una fanciulla sotto il velame della parabola — scrive il Bresciani — è tutto modo orientale. Nella Bibbia se ne trovano molti esempi. La moglie di Urìa viene raffigurata dal profeta Natan ad un’amorosa agnelletta perduta. — Sansone dà il nome di vitella alla sua sposa, ecc. ecc.»
[7]. Fra i poeti sardi estemporanei, i galluresi occupano per certo il primo posto; non v’ha chi li eguagli nell’egloga, nell’elegia e nella satira. Scrive il Bresciani: «In Gallura mi accadde di ascoltare egloghe mirabilissime, e poetar quei pecorari e quei caprari come i Menalca, i Melibei e i Titiri di Virgilio.»
[8]. È questa un’espressione assai frequente in bocca dei Galluresi, quando vogliono dire che non si recheranno dal loro nemico, se non per accompagnarne la salma al camposanto; e ciò alludendo all’usanza di tenere il berretto sotto l’ascella quando si fa parte di un corteo funebre, o religioso.
[9]. Si assicura, che difatti il Mamia avesse affidata la sua figliuola a vari suoi congiunti, i quali insieme ad alcuni parenti del Vasa, si portarono una mattina alla chiesa rurale di S. Pietro di Ruda (luogo prestabilito) dove sarebbesi pur trovato Pietro Vasa e donde si sarebbero tutti recati alla Trinità di Agultu per la celebrazione del matrimonio. Senonchè, arrivata sul posto la comitiva, invano attese per più ore l’arrivo di Pietro. E stavasi in pensiero, quando arrivò colà Michele Tansu per avvertire quelle rispettabili persone che Pietro Vasa si era assentato dal proprio stazzo fin dal giorno precedente, e che era inutile aspettarlo. Si può immaginare il furore di Mamia quando dai congiunti gli fu restituita la figliuola.
[10]. Dicesi, che ottenuto il certificato di stato libero, il Vasa, volendo maggiormente indispettire il Mamia, al affrettò a riconciliarsi col Pileri, indennizzando questi dei pretesi danni. Tanto nel tuo cuore era penetrato il puntiglio.
[11]. Questo fatto mi venne riferito dallo stesso prete, allora rettore della Trinità di Agultu.
[12]. Fu detto che il Tansu, in compagnia d’un altro, avessero tentato di sorprendere il vecchio, che stava seduto in un suo orticello, coltivato a fave. Andata a vuoto la scarica da loro fatta, il vecchio puntò il suo fucile verso i fuggenti, e uccise il Tansu. Onde più d’uno disse, che il Tansu si avesse procurata la morte da sè stesso.
[13]. La prefica improvvisatrice soleva essere d’ordinario la più giovine; essa teneva le lodi dell’estinto, e talvolta eccitava i parenti alla vendetta. Quest’usanza molto in voga nella prima metà del secolo, andò man mano decadendo, ed oggi è quasi cessata. Ben è vero però, che anche oggidì le madri, le sorelle, e i parenti che assistono ai funerali, prorompono in nenie, rammentando le doti dell’estinto.
[14]. La fontana dell’ampolla è sul Limbara; così chiamata perchè dicesi che immergendovi una bottiglia, questa si rompe sotto l’azione del gelo.
[15]. Anche l’uso di mettere i morti col piedi alla porta riscontrasi nei popoli orientali, come le nenie. Leggesi nell’Iliade d’Omero.
D’acuto acciar trafitto egli mi giace
Nella tenda co’ piè volti all’uscita,
E gli fan cerchio i suoi compagni in pianto.
[16]. Lu mè cori (Cor mio) Espressione molto abituale in Gallura.
[17]. Recipiente di sughero con lungo manico di legno, usato in molte regioni della Sardegna per attingere l’acqua dal tinello.
[18]. Arrumbà rocchi, oppure fusili, significa appoggiare al muro, in un’angolo della stanza, la cannocchia od il fucile; e siccome gli uomini galluresi non lasciano mai lo schioppo, e le loro donne stanno sempre in casa a filare, Pietro alludeva alla morte degli uni e delle altre, a seconda l’oggetto che loro appartiene.
[19]. Mi risulta da relazioni ufficiali, che gli omicidi commessi nelle inimicizie dei Vasa e dei Mamia ascesero alla rilevante cifra di 74, tra i consumati e i mancati. E si noti che i mancati furono pochissimi, poichè l’aggese (come suol dirsi) sa mettere la palla dove mette l’occhio.
[20]. La stessa notte del 26 maggio, l’Intendente Orrù aprì le sue sale a molte notabili persone, tra le quali al capi principali delle fazioni Vasa, Pileri e Mamia. Fu offerto uno splendido trattamento di vini e dolcerie; ed un pastore improvvisò una poesia di circostanza, la quale in pochi giorni corse sulla bocca di tutti, ed è tuttora viva in Gallura. Eccone la prima strofa.
Fistini Templu faci,
Faci festa la Gaddura:
E ca la paci assigura
Vera paci in cori senti,
Vivia, dunca, l’intendenti
Veru strumentu di paci!
[21]. Bastiano Tansu aveva una figura simpatica. Ecco il giudizio pronunziato dal giudice di Aggius, quando fu inviato in missione per trattare le paci con Pietro Vasa. Egli mi scrive: — Il famigerato bandito sordo-muto Sebastiano Razzu Addis Tansu, detto per antonomasia il terribile, era un bell’uomo che a prima vista affascinava: i suoi occhi esprimevano un’eletta intelligenza, da non resistere a lungo se si fissava: ed io, che prima non lo conosceva, devo confessare che mi sentii attratto verso di lui da un’irresistibile sentimento di simpatia, quantunque lo sapessi macchiato di sangue umano e non nego che mi spiacque la sua sordaggine e il suo mutismo, perchè non mi permettevano di appiccar discorso con lui.»
[22]. L’Inferno è una boscaglia ricca di quercie, elce, corbezzolo, scopa e diverse specie di legno ceduo; talmente fitta, da rendere quasi impossibile l’uscita a chi non ne conosca i laberinti. Fu il ricovero di molti banditi — e da ciò il nome datole d’inferno (L’infarru). È distante una mezz’ora dall’Avru.
[23]. È la fontana da cui attingono l’acqua quelli dell’Avru, a mezzo tiro di fucile dallo stazzo. È chiamata «li frassiggioli» (piccoli frassini) forse perchè un tempo era circondata da tali piante. Intorno all’Avru sono molte sorgenti, le quali si riuniscono nel «canali mannu» fiume che scorre nella valle, dov’è la strada che conduce a S. Giovanni di Coghinas.
[24]. In Gallura si dà il nome di lune elle palme benedette infisse ad un ramoscello d’ulivo, o di altra pianta; e ciò in grazia della forma di stella che esse hanno. Veramente la somiglianza non calza troppo — ma è accettata per buona dell’antichissimo vocabolario della consuetudine.
[25]. Questa pianta color sangue è conosciuta in Gallura sotto il nome di «ua di maccioni» (uva di volpe).
[26]. «Lu colciu» Espressione comunissima in dialetto tempiese, e significa: lo sventurato! Il poveretto.
[27]. Queste carceri vecchie furono demolite nel dicembre del 1683 per edificarvi il nuovo mercato. Sui neri graniti di quel lugubre edificio era una lastra in cui leggevasi: Condè d’Altamira 1603 — forse perchè riedificate o restaurate sotto quel Vicerè, durante il viaggio ch’egli fece in quell’anno nell’Isola.
[28]. I condannati a morte venivano in Tempio giustiziati sulla piccola spianata che trovasi all’uscita della via Runzatu; e il patibolo si erigeva in modo, che il condannato dava le spalle alla città di Tempio e la faccia al paese d’Aggius.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
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