I. Un raggio nelle tenebre
Fatte le paci, il muto riprese il fucile, che durante la cerimonia aveva deposto nella casa di un suo amico di Tempio, lasciò il campo di S. Sebastiano, e si diresse ad Aggius per la viottola tortuosa che allora vi conduceva.
Che importava a lui delle paci concluse fra le due fazioni? Egli continuava ad essere il perseguitato dall’umana giustizia, e la sua condizione non era mutata. Tutti i suoi conterranei erano ritornati alle proprie case per godere in seno alla famiglia un po’ di quiete e di pace — egli però non poteva ciò fare, poichè non aveva casa nè famiglia. Il suo covo erano i crepacci di granito e le spelonche dei monti d’Aggius e di Bortigiadas. Quale il suo vantaggio? — Invece di due, doveva guardarsi da un sol nemico, dal carabiniere!
Negli stazzi era una festa continua; i giovani e i vecchi, donne e fanciulli si erano riuniti insieme, tranquilli finalmente. Erano cessate le loro ambasce, i loro timori, le loro trepidazioni. Per il muto niente di nuovo; per lui le paci erano state una pantomima ridicola; aveva veduto un mondo di gente sul campo di S. Sebastiano; aveva veduto i due avversari schierati l’uno in faccia all’altro, facendo gesti strani; aveva veduto un sacerdote colle braccia levate al cielo e con le labbra contratte — ma non aveva udito nè le preghiere del ministro di Dio, nè la parola de’ suoi nemici. Per lui quella cerimonia era stata una formalità a cui si era piegato senza coscienza. Che sapeva egli di accordi? Sapeva solo che i parenti lo avevano circondato, trascinato a Tempio con un salvacondotto, e costretto a prestare un giuramento.
Il muto si era accompagnato col Vasa, suo cugino, ancor esso bandito, e venuto alle paci con un salvacondotto; ma era ben diversa la loro condizione! Il Vasa da qualche anno aveva tolto moglie, era padre e ben sovente penetrava inosservato nello stazzo della Trinità, per rivedere i suoi cari e per sedersi al desco, in mezzo alla famiglia.
Bastiano era solo; compagno e confidente del cugino, egli non aveva servito che come cieco strumento di vendetta. In fondo al cuore non nutriva odio di parte — odiava solo chi gli aveva ucciso il fratello; gli altri delitti li commetteva per cieca ferocia, per brutale istinto in lui nato per la fatalità degli eventi. Egli si batteva con coraggio; nè vi era alcuno che lo vincesse in temerità. Disprezzava la vita perchè abituato al silenzio, e perchè muta com’esso.
Errava dall’una all’altra cussorgia, stanco, annoiato della vita; girava intorno i suoi grandi occhi neri, quasi volesse avvertire con essi le pedate dei carabinieri; la sua sordità doveva renderlo più circospetto. Aveva visitato tutte le montagne — dal monte Pulchiana a monte Spina, dal monte Ruiu al monte Cucurenza; aveva guadato tutti i fiumi — dal rio Sirena a Conca di Chiara, da Turrali a Fiuminaltu; qualche volta si spingeva fino al litorale — tal’altra faceva notte sul monte Cùcaro, antico protettore dei banditi d’ogni specie.
Il monte Cùcaro ha una storia; esso è sinistramente celebre, essendo stato nel secolo scorso il quartiere generale dei fuorusciti perseguitati dalle armi regie. Vi si raccolsero persino trecento banditi, sotto diversi capi squadriglia, fra i quali, Don Gavino Delitala, i fratelli Pintus di Nulvi, i Cubeddu di Pozzomaggiore e i Fois di Chiaramonti. Su questo monte i banditi ebbero molti scontri coi soldati, riuscendo or vincitori, or vinti. Vincitori — come nel 1745, in cui misero in fuga le compagnie svizzere capitanate dal colonnello Sumaker, dopo aver ucciso 75 soldati; e nel 1746, in cui, dopo aver fugato i dragoni comandati dal conte Craveri e dal baronetto Busquetti, si vestirono con le cappe rosse dei soldati morti, per il capriccio di fare una burla alle loro donne e ai loro compagni. Vinti — come nel 1734 che furono presi o fugati dal Vicerè marchese di Rivarolo, e nel 1748 che vennero messi in fuga da Valentino di Tempio e dal Dettori di Pattada ai quali il Vicerè Valguarnera aveva affidato l’impresa del monte Cùcaro. E taccio dei fasti del celebre contrabbandiere e bandito Pietro Mamia, che prima protesse e poi abbandonò il Sanna ed il Cilocco, venuti dalla Corsica per ritentare la guerra angioina.
Lo abbiamo detto; Bastiano errava di stazzo in stazzo, smarrito, sconfortato, col tedio nell’anima, col cruccio nel cuore. La solitudine gli riusciva sempre più pesante. Quel giuramento pronunciato sul campo di S. Sebastiano lo aveva indisposto; non potendo più dar la caccia ai nemici si sentiva come disoccupato; quell’ozio onesto lo tediava. Abituato alla pugna e a preparare insidie, le giornate gli sembravano interminabili. Non aveva che una sola preoccupazione; guardarsi dal carabiniere: quella divisa lo irritava; quegli esseri creati per dargli la caccia lo rendevano feroce. Il muto cinghiale odiava quei cani, causa unica delle sue notti insonni, delle sue veglie tormentose.
E Bastiano tentava distrarsi recandosi da un punto all’altro della Gallura — ora cacciandosi nei crepacci del monte della Crocetta o del Fraìle, ed ora scorrendo le vallate della Sirena, di Chiligheddu o della Fumosa.
Fra gli altri il muto frequentava lo stazzo dell’Avru, nei dintorni di Bortigiadas, appartenente al pastore Anton Stefano. Colà lo aveva presentato la prima volta suo cugino Pietro Vasa, il quale soleva andarvi assai spesso.
Da principio Bastiano si era recato con indifferenza a quello stazzo solitario, dove passava un po’ di tempo assistendo alla preparazione dei formaggi o ad altre domestiche faccende; più tardi, però, il muto aveva reso più frequenti le visite alla casetta del pastore; e dalla sua fisonomia era sparita quella tinta fosca che rivelava una natura irrequieta, ringhiosa e annoiata.
Qual’era la causa di quell’improvviso cambiamento? La causa c’era — ed una bella causa di sedici anni!
Anton Stefano aveva tre figlie; giovani, graziose, avvenenti, ma fra tutte primeggiava per bellezze di forme e gentilezza di modi la Gavina — una snella fanciulla dai quindici ai sedici anni; dai capelli nerissimi, dalla taglia svelta ed elegante, e dalle braccia paffutelle, che indossava il pittoresco costume di Bortigiadas, quasi uguale a quello di Aggius.
La famiglia d’Anton Stefano faceva buon viso al muto, per due ragioni; la prima, perchè era stato presentato da Pietro Vasa, loro amico; la seconda, perchè il muto aveva una rara abilità, tutta naturale, nell’arte del disegno. Egli si era reso celebre in Gallura per le incisioni che sapeva fare sulle zucche da vino, sulle ventriere, o sui calci dei fucili; di più lavorava da sarto, da calzolaio, da falegname, e in tutto riusciva assai bene. La natura non è mai intieramente partigiana colle sue creature; essa equilibra le facoltà fisiche e morali — toglie un senso per perfezionare un altro. Bastiano era un’artista! — Questo lampo d’arte fra le tenebre della sua intelligenza lo rendeva bene accetto e simpatico a tutti — e in modo speciale alla famiglia di Anton Stefano, il pastore di Bortigiadas.
Sovra tutti però, gli si mostrava tenera la Gavina, la minore delle tre fanciulle dell’Avru; ma non erano le zucche rabescate, nè le cinture a fantastici ricami che rendevano quella fanciulla premurosa e cortese con lui: — Gavina aveva una particolare affezione per il muto, perchè sapeva che era un infelice proscritto; sapeva che la natura gli era stata avversa negandogli la parola e l’udito, e che gli uomini lo avevano maltrattato, perseguitandolo di balza in balza come un cinghiale. La donna ha assai spesso di queste bizzarre predilezioni. Ben sovente essa si affeziona a colui che sa abbandonato, o deriso dagli uomini; sapendosi onnipossente nella sua fragilità, ama intraprendere un’opera di redenzione; conscia del fascino che esercita il suo sesso, non ignara che la sua debolezza può abbattere una forza — ed è allora che essa impegna col leone una lotta, dalla quale sa di uscire vincitrice: la lotta dell’amore!
Bastiano aveva veduto altra volta la bella figlia di Anton Stefano: l’aveva conosciuta, bambina di dieci anni, nello stazzo di Giunchiccia, quando era andato colà per assistere all’abbraccio di Pietro Vasa con Mariangiola Mamia. L’aveva riveduta co’ suoi genitori nel settembre dell’anno seguente, il giorno della festa del Rosario; e ricordava di aversela seduta sulle ginocchia, di averle accarezzato i capelli, e di aver deposto più d’un bacio sulle sue guancie. Allora però era proscritto; le sue mani erano lorde di sangue umano, e non pensava ad altro che a guardarsi dai continui agguati che gli tendevano nemici e carabinieri. Egli ricordava l’affettuosa bambina — ma la bambina non si ricordava più di lui.
Gentile ed affettuosa per indole, compassionevole per natura, Gavina usava molte attenzioni a Bastiano. Quando entrava nello stazzo lo invitava a sedere; gli mostrava il cucito che aveva fra le mani, e si faceva disegnare qualche fiorellino ch’ella tentava ricoprire coll’ago alla meglio, sulla mussola.
Per il muto, abituato sempre ai maltrattamenti e ad esser posto in un canto come cencio inutile, quelle attenzioni non potevano passare inosservate. E difatti serbò in cuore una riconoscenza profonda per colei che gliele usava.
Bastiano si sentiva contento; nell’Avru era considerato come un’amico; lo si invitava qualche volta a desinare in famiglia, e ben sovente Gavina gli metteva a parte qualche pietanza squisita, che gli offriva appena lo vedeva entrare.
Il muto sentì una gioia segreta nel cuore; per la prima volta si vedeva considerato come un uomo, e ne provava soddisfazione. Assalito da una vaga inquietudine, egli si aggirava tutta la mattina per i dintorni, aspettando ansiosamente la sera per sedersi vicino alla Gavina che lavorava di cucito, o prestava mano alla preparazione dei formaggi.
Richiesto dalla famiglia dove avesse passato il giorno, Bastiano faceva capire ch’era stato negli stazzi della Trinità di Agultu — oppure che aveva gironzato verso la spiaggia dello Stagnareddu, l’Agliola di vento, o sulla strada di lu Strìttoni. Era costretto a mentire, perchè non voleva confessare a nessun costo ch’era sempre rimasto nei dintorni dell’Avru — o errante, cioè nelle valli di li Trai, di S. Gavino o di Gambaiddoni: oppure sulle alture del Castel Doria e di Cucurenza, dove era rimasto lunghe ore immobile, con gli occhi fissi sullo stazzo che racchiudeva il suo tesoro — la sua felicità.
Un notevole cambiamento si era per certo operato nell’esistenza di quell’infelice. Egli confrontava il presente col passato, e si sentiva un altr’uomo. Pareva che intorno a lui si fosse fatta la luce. Egli che mai aveva avuto una casa, nè una famiglia; che era stato maltrattato nell’infanzia e amareggiato nella giovinezza; che da sette anni non aveva sognato che sangue e vendetta — egli sentiva nel cuore un nuovo sentimento tutto soave, inesplicabile. In quella fanciulla amava una sorella, una madre — la madre che da pochi anni aveva perduto.
Ed egli, col capo chino, a lenti passi, errava per la campagna. Dal suo cuore eran spariti l’odio e lo sconforto, ma per sottentrarvi una calma melanconica che dolcemente lo torturava. Era un’inquietezza che lo assaliva senza saper come — una smania di correre senza saper dove — un desiderio di piangere senza saper perchè!
Era persino diventato meno circospetto; fidente in Gavina dimenticava ch’era inseguito.
La Gavina, buona creatura, si era accorta di questa strana sicurezza, e col segreto istinto della donna, che pare tutto ignori e tutto invece intuisce, vegliava occultamente per lui. Ella infatti ben spesso usciva fuori dello stazzo come per passeggiare; ma in fondo non faceva che rivolgere gli occhi all’intorno, per esplorare se qualche tristo insidiasse la vita o la libertà del suo protetto. E il muto, dimentico dei pericoli che gli sovrastavano, continuava a disegnare i fiorellini sulla mussola, che Gavina gli aveva affidato.
La fanciulla appariva al muto sempre più bella; più affettuosa, più affascinante; ella, con una compiacenza tutta infantile, lo invitava a parlare.... e lo comprendeva — lo comprendeva ad un semplice cenno del capo, al minimo movimento delle labbra. Ed anche a lui era ben noto il linguaggio di Gavina. Per la prima volta i suoi pensieri venivano compresi — per la prima volta egli comprendeva i pensieri degli altri.
Vi erano momenti in cui a Bastiano pareva di aver riacquistato l’udito e la parola!