II. Gli effetti d’una lusinga

Era diventato il fido seguace di quel corpicino delicato. Dovunque Gavina rivolgesse il passo, era sicura di vedere a poca distanza il muto.

Anche la fanciulla sentiva a volte come un ardente bisogno di star sola — come un fastidio della presenza e delle chiacchere delle sorelle. E si aggirava quà e là col pretesto di portar delle legna secche, di sorvegliare le mandrie che pascolavano intorno allo stazzo, o di dare un’occhiata alla biancheria che la mamma aveva esposta al sole distesa sulle corde del cortile, o sui massi di granito che circondavano l’Avru. Non aveva che avvolgere gli occhi in giro per essere certa di vedere in qualche punto il muto, o errante sul monte, o sdraiato sotto un elce od un macigno. Facendo le viste di essersi trovato là per caso, egli non perdeva mai d’occhio la sua protettrice. Era la vigile sentinella di quella graziosa creatura, la quale si compiaceva della solitudine e del silenzio dell’estesa campagna, fatta sensibile al soffio benefico della primavera che le riscaldava il sangue ed accelerava i battiti del suo polso.

Un giorno, mentre Gavina era seduta sotto il grosso mandorlo del cortiletto, vide Bastiano sull’opposta altura. Era sdraiato sul musco di un granito, col gomito destro a terra e colla guancia appoggiata alla palma della mano. Il sole cadente, i cui raggi gli battevano sul viso poneva in risalto quella maschia fisonomia, la bionda barba che gli ornava il mento e i lunghi capelli ricci che gli cadevano sulle spalle. Il muto pareva tutto assorto in un oggetto che teneva colla mano sinistra, e che Gavina, per la distanza non poteva discernere.

Il volto di Bastiano, illuminato dal sole, in quel momento era bello — sovranamente bello; e la fanciulla notava quella bellezza con una segreta compiacenza, che non si curò di nascondere perchè si sapeva sola e inosservata. Ella lo fissava con tenerezza pietosa, mentre una moltitudine di pensieri le attraversavano la mente....[21]

Già le cicale avevano cessato i loro canti di saluto al sole — e dal seno di Gavina uscì un sospiro lungo, profondo. Se in quel momento qualche indiscreto si fosse accostato a lei, avrebbe sentito pronunciare, con un’espressione di rammarico, queste parole:

— Che peccato ch’egli sia sordo-muto!

E Bastiano — che non aveva veduto la fanciulla — continuava a tener gli occhi fissi sull’oggetto misterioso: il quale non era che un piccolo specchio rotondo con astuccio di metallo, recente acquisto fatto a Tempio.

Bisogna dirlo, da qualche tempo il muto faceva un po’ di toeletta; si pettinava con cura i capelli, si lavava assai spesso al fiume e cambiava la camicia due volte la settimana. Aveva bisogno di farsi bello — più bello che gli fosse possibile. — Curiosa invero l’insolita toeletta d’un povero infelice, tiranneggiato dagli uomini e dalla natura, nel deserto d’una campagna silenziosa! Il sordo-muto sognava giorni lieti e sereni; riandava il suo triste passato per contrapporgli il sogno d’un avvenire di rose; richiamava alla mente il giorno memorando in cui aveva assistito all’abbraccio di suo cugino Vasa con la figlia di Antonio Mamia; e guardandosi allo specchio augurava per sè quella bella giornata, persuadendosi che non era brutto, e che non era follia aspirare alla mano della figlia di Anton Stefano il pastore.

Che più? il fiero bandito era diventato anche galante. Quando si recava allo stazzo di Anton Stefano, non mancava mai di portare alla Gavina il mazzolino di violette, colte nei sughereti o ai piedi degli elci, nella selva dell’Inferno, poco distante dall’Avru. Onde le donne solevano dire per scherzo:

— Vengono dall’Inferno — dunque sono i fiori del diavolo![22]

La madre e le sorelle di Gavina lusingavano sempre il muto con le belle maniere e coi benevoli sorrisi, facendogli quasi sperare che lo avrebbero ben volentieri accettato in seno alla loro famiglia. Le loro premure, però, avevano ben altra mira. Non era il desiderio d’imparentarsi con lui, nè la possibilità di concedergli in isposa Gavina, che rendeva gentili ed affabili le tre donne; esse volevano trar partito dall’abilità del muto che, con la lesina, coll’ago o col temperino sapeva cucire scarpe e ventriere, trapuntare i cappotti d’orbace, e incidere le zucchette da vino e il corno dei cervi. Esse volevano fruire dell’ingegno del muto in quel luogo disabitato — ben sicure che il muto avrebbe finito per persuadersi che le sue speranze non erano che deliri, e che le lusinghe della famiglia non potevano essere che uno scherzo innocente. Le imperfezioni fisiche del povero disgraziato sarebbero bastate per farlo ricredere delle sue follie, nel caso che esso le avesse manifestate audacemente — ciò che non credevano. E come mai poteva un deforme, un bandito, uno sciagurato aspirare alla mano d’una fanciulla sedicenne, che oltre all’avvenenza vantava una discreta dote in terre e in armenti? Era mai presumibile che il muto avesse pensato alla possibilità delle nozze? Dove avrebbe potuto celebrarle? Dove avrebbe fabbricato il suo nido d’amore, sicuro di non venir disturbato? Dove mai si sarebbero potuti cacciare i due colombi innamorati per scongiurare le ricerche e gli assalti degli avvoltoi, celati sotto la divisa del carabiniere? E se Dio avesse loro concesso dei figli, dove li avrebbero nascosti per difenderli? Era loro possibile trasportare di roccia in roccia i teneri nati, per non far cadere su di essi l’odio che il padre s’era tirato addosso con le sue colpe?

A tutto ciò pensavano la madre e le sorelle maggiori della Gavina, mentre continuavano la loro opera di lusinghe con lo scopo di far lavorare il muto e di burlarlo a suo tempo.

Ma il muto non era uomo da scoraggiarsi, nè da torturarsi con simili ragionamenti. Egli si credeva amato; si credeva in pieno diritto di pretendere l’affetto della Gavina, da lui guadagnato coll’amore, colle premure, e colle prove del suo lavoro e della sua abilità, a cui teneva, e che in lui compensavano la mancanza della lingua e dell’udito.

Quantunque per natura diffidente, pure Bastiano non dubitò un solo istante d’essere deriso o burlato. Col muto nessuno poteva scherzare — ed egli ben lo sapeva!

Se la madre e le sorelle della Gavina prendevano a gabbo il muto, il vecchio Anton Stefano lo tollerava, anzi gli voleva bene. In quanto alla simpatia di Bastiano per la sua figliuola, di cui più volte ebbe a sentir parlare, l’aveva sempre ritenuta uno scherzo innocente, e non se n’era preoccupato. Intento com’era alle faccende domestiche, od alla preparazione dei formaggi, da cui sperava un buon lucro, Anton Stefano lasciava che a tavola si chiaccherasse, e talvolta non ascoltava neppure. Terminato il pranzo e le chiacchere, si rimetteva al lavoro, o fumava la sua pipa sul limitare della porta, non pensando nè punto nè poco al muto ed alle sue aspirazioni amorose.

Un diverso sentimento guidava invece Gavina. Essa capiva bensì lo scherzo della madre e delle sorelle, e qualche volta lo secondava per contentarle; pure quello scherzo le faceva male perocchè non le dispiacevano le gentilezze di Bastiano, e le pareva perfidia e crudeltà ridere delle smanie di quel disgraziato. Dirò di più; — la Gavina si compiaceva in segreto delle premure del muto. Una donna che sa d’essere amata, ben raramente ride delle smanie d’un amante. Nell’amore è sempre un’intima soddisfazione; l’essere fatta oggetto di cure speciali è sempre una lusinga che non dispiace ad una donna, anche quando non si sente inclinata a corrispondere con pari amore.

A sedici anni, sola in quello stazzo silenzioso, vivente in aperta campagna dove son rare le visite, posta a contatto con un uomo che la colmava di gentilezze e di attenzioni, Gavina doveva finire per lasciarsi trascinare ad un sentimento di gratitudine, che, ingrandito più tardi, dalla pietà e dalla compassione, doveva per fermo trasformarsi in amore. A sedici anni si sente l’assoluto bisogno di un amante purchessia. Ma come si spiega la scelta di un sordo-muto? — Non ce n’erano altri — ecco la vera ragione. Se invece del muto si fosse presentato a Gavina un uomo con la parola, forse lo avrebbe preferito. D’altra parte quella fanciulla ragionava a suo modo: — Bastiano era muto: ebbene? — ella lo comprendeva. Era sordo; ebbene? ella si faceva intendere da lui.

— Buon Dio — pensava nel segreto del cuore — per fare il marito c’è proprio bisogno di aver la lingua che parli e le orecchie che ascoltino? Credo di no! Ad ogni modo non ho detto di sposarlo, nè lui me ne ha parlato; e se ciò accadesse, farei in modo di parlare e di ascoltare per due!