III. Le piccole attenzioni

Bisognava vedere, con quale affetto e con quanta premura il muto offriva i suoi servigi alla Gavina, per sbrigare le faccende domestiche! Egli l’aiutava spesso a fare il bucato; a trasportar l’acqua dalla fontana dei Frassiggioli;[23] a sciorinar la biancheria, e a raccogliere le patate o i fagioli dal piccolo orticello ch’era stato posto sotto la sua diretta sorveglianza.

Talvolta il muto, quando da lontano vedeva la bella fanciulla venir giù dalla collina col fascetto della legna, le andava incontro premurosamente, le toglieva dal capo quell’impiccio, e se lo caricava sulle spalle, facendo intendere a lei che quei rami secchi le scomponevano i capelli sulla fronte. La Gavina batteva le mani con vezzo infantile, e rideva come matta nel guardare quel fiero bandito, terrore della Gallura, venir giù tutto umile, portando la legna sulle spalle e il fucile sotto il braccio; e mentre rideva, gettava uno sguardo alla campagna circostante, per vedere se l’arma benemerita non tendesse un’insidia al suo fedelissimo servitore, il quale aveva le mani occupate.

Certe sere se ne andavano tutti e due nelle vicine siepi per cogliere quà e là il frutto del mirto, i corbezzoli, o le belle more selvatiche. Il muto si cacciava nel fitto dei cespugli sfidando le spine: la Gavina se ne stava tranquillamente in basso col mento all’aria e col grembiale teso, ricevendo le more che il muto gettava, e ridendo a scroscio quando il suo compagno si pungeva le dita coi lunghi rami spinosi. In fondo al cuore, però sentiva un’affettuosa riconoscenza per quell’infelice che le risparmiava tante fatiche, e che molte volte le dava a tenere il fucile, quasi volesse dirle che poneva nelle sue mani la propria libertà, la propria vita!

Colte le more tornavano allo stazzo. Gavina andava innanzi canterellando come una capinera — e lui le teneva dietro con gli occhi a terra mesto, meditabondo: fiero leone del deserto, seguiva tutto docile la sua snella cerviotta della collina.

La mamma e le sorelle, che lavoravano all’uscio di casa, ridevano a crepapelle vedendo comparire quei due matti; e mentre la Gavina correva dall’una all’altra tirando i due lembi del grembiule, per mostrare loro l’abbondante raccolto, tutti le davan la baia:

— Te la fortunata ch’hai trovato il tuo cane!

— Non ti lascia proprio far nulla! A noi non tocca altrettanto!

— Quello scimunito ti sta abituando a far la signorina!

La Gavina sorrideva con un certo orgoglio, e si compiaceva dei motteggi cui era fatta segno dalle sorelle. Il muto però non udiva, nè immaginava il senso irrisorio dei discorsi; perocchè le furbe donnette avevano l’avvertenza di parlare col capo chino, senza gesti e tutte serie, per non lasciargli indovinare la loro opinione a suo riguardo.

Arrivato allo stazzo, Bastiano si rimetteva al lavoro; ora faceva il falegname, il sarto, il calzolaio, ed ora l’incisore: molto spesso si cacciava nell’orticello, sua cura prediletta, e zappava di buona voglia, sicuro di guadagnarsi sempre più le simpatie e la benevolenza della famiglia.

Anton Stefano soleva dire:

— Povero diavolo! dopo aver ucciso tanti uomini, Bastiano sente il bisogno di uccidere il tempo. È proprio un’abitudine.

— Ma con diverso risultato — aggiungeva sollecita la Gavina, che voleva sempre difenderlo; — prima faceva del male, adesso invece fa del bene.

— A te solamente! conchiudeva la sorella maggiore, con un tono in cui si celava un leggero dispetto.

Una sera, attraversando la stanza di Gavina per recarsi al cortile, Bastiano si era fermato dinanzi al lettino della fanciulla, e vi era rimasto alcuni minuti fissando a lungo il ramoscello d’olivo e la palma benedetta che adornavano il capezzale.

La vecchia scherzando, fece intendere al muto:

— E che? vorresti forse la luna?[24]

Il muto diede in uno scroscio di riso; e dondolando la testa rispose co’ segni:

— Non saprei davvero dove appenderla. Non ho avuto mai letto io!

Quando Gavina — dopo molti anni — raccontava alle amiche gli avvenimenti dell’Avru, soleva dir sempre:

— Fra i miei ricordi, questo della luna mi riuscì sempre penoso. Fu l’unica volta che il riso del muto mi fece piangere!

E diceva il vero; poichè dal giorno in cui seppe che al capezzale di Bastiano non vi era alcun ramo benedetto, Gavina si mostrò molto più inquieta. Essa aspettava con più ansietà il muto, e quando tardava più di due giorni a presentarsi nello stazzo, fantasticava mille pericoli, mille disgrazie. Dacchè aveva preso a volergli bene, un pensiero fisso, incessante, la tormentava; temeva sempre ch’egli cadesse vittima di un agguato.

Le sue notti erano angosciose. Sognava sempre di vedere il muto cinto di funi, in mezzo ai carabinieri che lo trascinavano in un carcere orribile. Più spesso lo sognava ferito, steso a terra, pallido in volto, e col petto insanguinato; egli implorava da lei un soccorso che ella non poteva dargli. Una notte sognò un patibolo attorniato da una folla irrequieta e curiosa; e vide Bastiano con una corda al collo, salirne le scale. Lui la fissava con uno sguardo lungo, supplichevole; ed ella si svegliò di soprassalto, mandando un grido che fece balzar dal letto le sorelle.

Eppure il muto non pensava più a commettere alcun delitto! Egli era completamente trasformato.

Bastiano Tansu voleva rinnegare il passato; era troppo fiero del nuovo battesimo ricevuto dalla più bella delle figlie dell’Avru.

Una sera Gavina conversava a suo modo col muto, a poca distanza dallo stazzo. Erano soli; e la fanciulla mostravasi impacciata più del solito. Pareva che volesse dire qualche cosa al suo compagno — ma non l’osava. Finalmente dopo essersi assicurata che nessuno li osservava, trasse di tasca una piccola medaglia di rame, legata ad un cordoncino di seta nera, e la porse al muto, il quale la guardava negli occhi, non comprendendo la ragione di quel dono. Nella medaglia era incisa da un lato l’effige della Madonna, dall’altro un Gesù Nazzareno.

La fanciulla, tutta tremante e colle guancie soffuse di rossore, fece capire a Bastiano che il suo dono era un talismano che aveva virtù miracolose; gli raccomandò di tenerlo sempre sul petto, perchè lo avrebbe preservato dalle palle e dalle insidie de’ suoi nemici.

Gavina nel dir ciò, aveva recato le mani alle guancie, perchè sentiva che scottavano; e Bastiano la guardava con le lagrime agli occhi — lagrime di riconoscenza per la pietosa protettrice, che aveva deposto l’abituale timidezza, dinanzi al pericolo che correva il suo infelice protetto.

Il muto prese la medaglia, la baciò tre volte con religioso trasporto, e se la pose al collo, sotto la camicia. Quella pietà gentile lo aveva commosso; egli era ormai sicuro che un angiolo avrebbe vegliato per lui. Nessuno fin’allora si era preoccupato de’ suoi pericoli — ed aveva la salda convinzione che non doveva più morire. La fede di Gavina si era trasfusa nella sua anima; Bastiano credette d’essere invulnerabile — e forse a questa fede dovette il maggior coraggio e la temerità che mostrò in seguito, in diverse occasioni. Mi basta citare il seguente fatto, che mi venne riferito da persona molto informata.

Mentre un giorno il muto, col fucile sotto il braccio e col cappuccio sugli occhi, saliva un monte, nel voltarsi vide quattro carabinieri sotto di lui, i quali attraversavano una gola per ritornare ad Aggius. A quella vista — narra il testimonio oculare — il muto si trasfigurò; si fece tigre. I suoi occhi mandarono lampi; e pareva volessero uscire dall’orbita. Invece di fuggire fece due passi verso i carabinieri, pose un ginocchio a terra, puntò il fucile, e gettato dinanzi a sè il berretto con tutta la forza del braccio, lo additò ai carabinieri come un limite; quasi volesse dire: — se avete coraggio oltrepassate quel segno! — La posizione era tale, che i carabinieri credettero prudenza ritirarsi dinanzi a quella fiera che, se avesse voluto, avrebbe potuto divorarli tutti. L’amore aveva fatto forza al muto: egli sentiva centuplicato l’istinto della conservazione — il bisogno della vita che aveva consacrata alla sua cara fanciulla.

Quando Bastiano ricevette dalle mani di Gavina la medaglia di rame, rispose con un gemito nel quale aveva trasfuso tutta l’anima. Era il suo modo di ringraziare. Per mezzo dei segni egli aveva detto a Gavina:

— Quando sarò stanco della vita, mi strapperò dal petto la tua medaglia — e sarò sicuro di morire!

La pietosa fanciulla si era però ben guardata di dire al muto che quella medaglia l’aveva sempre portata addosso fin da bambina, e che se n’era separata per donarla a lui. Guai se il muto avesse potuto immaginare che quel talismano era stato tanti anni sul vergine seno di Gavina testimonio occulto dei palpiti di quel cuore generoso!

La vigile madre si era un giorno accorta che dal seno della figliuola mancava la medaglia della Madonna; e gliene domandò il perchè. Gavina rispose arrossendo, che l’aveva smarrita.

La fanciulla però era ben lieta che il talismano fosse passato sul petto di Bastiano. Egli ne aveva bisogno, perchè tutti l’odiavano: essa poteva farne senza — forse perchè sapeva di essere molto amata!