IV. All’ombra delle spine

Era la seconda metà di giugno, e il sole co’ suoi raggi ardenti sferzava inesorabilmente uomini e cose. Di poco era oltrepassato il meriggio, e in quella giornata si era sofferto un caldo eccessivo, eccezionale. I graniti infuocati rimandavano un calore insopportabile, e le cicale, col canto importuno, parevano lamentarsi dei soverchi rigori del sole.

La famiglia del pastore era tutta raccolta fuori della porta a fare la siesta, in cerca dell’arietta che veniva dal mare. Anton Stefano aveva fatto capezzale del suo cappotto ripiegato, e appoggiata la nuca sulla palma delle due mani.

Dopo aver finito la sua fumatina faceva l’indispensabile sonnetto, prima di rimettersi al lavoro. Le donne, sul piazzale dello stazzo, filavano, e chiaccheravano.

La campagna, sotto ai raggi ardentissimi era calma e silenziosa. Il cielo — di un limpido azzurro carico — moriva lontano lontano nella linea purissima del mare, che andava lambendo la costa settentrionale dell’isola, la quale somigliava ad un lunghissimo nastro bianco, frastagliato.

La Gavina e Bastiano si erano seduti a un mezzo tiro di fucile dallo stazzo, e stavano quasi addossati ad una folta siepe di more e di biancospini, la quale li riparava dai raggi cocenti del sole.

La fanciulla mondava tranquillamente le ultime fave fresche, raccolte all’alba nell’orticello — fave già quasi appassite dentro i baccelli che cominciavano ad annerire. Erano destinate per la cena, e d’ordinario spettava alla Gavina quell’occupazione domestica.

Vicino a lei sedeva il muto, tutto intento a rabescare col coltellino una grossa zucca color d’oro, già preparata per servire da fiasco di vino. Era sua intenzione d’incidere su quella superficie levigata un rozzo pastore che carezzava una bianca agnelletta; ma bastava gettare uno sguardo su quella zucca per convincersi che il disegno era assai più rozzo del pastore che si voleva incidere. Quantunque il muto non fosse troppo esperto nel disegnare la figura, pure, chi conosceva la sua abilità, avrebbe di leggeri giudicato che quel giorno il muto disegnava macchinalmente — senza proprio sapere quel che si facesse. E infatti, bastava guardarlo per persuadersene; gli tremavano le mani, e grosse goccie di sudore gli imperlavano la fronte.

E anche alle mani di Gavina si era comunicato una specie di tremito nervoso. Si sarebbe detto che quella sera non sapesse mondare le fave. E se la madre e le sorelle fossero là capitate per esaminare l’opera sua, avrebbero veduto con meraviglia molti baccelli neri nel cestino delle fave bianche, e molte fave bianche nel mucchietto dei baccelli neri — segno evidente che la mente della ragazza era ben lontana dall’innocente legume che doveva servire per la cena!

Il caldo era soffocante, la terra infuocata mandava vampe sul volti di Bastiano e di Gavina, le cui fronti grondavano sudore. L’ombra del benefico rovaio non riusciva a mitigare gli ardori anticipati del giugno. E le cicale continuavano il loro canto stridulo, monotono, incessante, il quale rendeva più profonda la solitudine che regnava all’intorno.

La Gavina andava man mano rallentando la sua operazione — finchè la sospese affatto. Le sue dita raggiravano distrattamente un baccello, senza aprirlo.

E anche la mano di Bastiano pareva stanca; non sapeva più reggere il coltellino cui quale andava incidendo delle figure rozze, senza garbo nè simmetria.

La zucchetta color d’oro, quasi sapendo d’essere importuna o indiscreta, scivolò pian piano dalle ginocchia del muto, e cadde a terra, senza che la mano del distratto incisore si desse cura di andarla a raccogliere.

Qualche cosa di misterioso e di singolare accadeva per fermo nelle anime di quei due esseri, che sapevano d’esser soli sotto i raggi di un sole cocente, che bruciava loro il sangue ed il cervello. Essi provavano una strana agitazione nello spirito, mentre il loro corpo era assalito da una vaga sonnolenza; da un languore insolito, spossante. Era un desiderio indefinito; una leggera febbre dei sensi che sfumava in un sentimento tutto arcadico; o meglio, un sentimento ineffabile che andava morendo in una febbriciattola dei sensi.

Ed i raggi del sole diventavano sempre più infuocati, mentre quelle cicale importune, col canto noioso, non facevano che accrescere quel languore, quella sonnolenza, quella febbre.

Rimasero in quell’attitudine un po’ di tempo; al vederli pareva che l’uno non si curasse dell’altra — mentre invece si vedevano entrambi senza guardarsi. Era un gruppo grazioso: la tenera edera che desiderava avviticchiarsi alla robusta quercia.

Vi fu un punto in cui i loro occhi si cercarono, senza volerlo; quelli di Gavina si riabbassarono subito — quelli del muto si fissarono audacemente sulle guance della bella fanciulla, che avevano arrossito: — parevano inchiodati sull’ingenua giovinetta, che aveva conosciuta bambina. Quel seno di vergine, chiuso e compresso sotto il vermiglio corsetto, gli dava la vertigine: — era un’insidia pudica — un pudore insidioso. Ed ella su quel seno chinava vergognosa gli occhi, mentre una voce carezzevole le andava rivelando la suprema delle sue missioni. La natura maliarda, tradisce assai spesso i suoi misteri, coll’intento di prevalersene: finge una ripulsa per provocare un assalto.

Bastiano lasciò sfuggire dalle labbra un gemito — a cui rispose Gavina con un lungo sospiro.

Strano caso! — La fanciulla aveva udito la parola del muto: il muto aveva presentito il sospiro della fanciulla. A lei era parso che un’onda di suoni uscisse dalle labbra di Bastiano: e a lui pareva di udire una musica celeste sulle labbra di Gavina.

Oh! l’amore ha pur esso i suoi linguaggi arcani che possono rivelarsi senza bisogno degli organi della parola e dell’udito. La natura ha una voce eloquente che è intesa anche dai sordi, essa dà al muto una parola — dà all’amante un suono che penetra nell’anima senza passare per l’orecchio!

Gavina e Bastiano stettero alcun tempo immobili, pallidi, pensierosi. La mano del muto, quasi macchinalmente andò a cercare le mani della timida giovinetta, alle quali tolse quel baccello innocente che veniva tormentato senza colpa. Gavina si lasciò prendere il baccello senza opporre resistenza — credeva sognare. Senza sapere che si facesse, ella raccolse da terra la zucchetta color d’oro, e si mise a guardare le figure che Bastiano vi aveva inciso. Solo allora parve destarsi il muto; e con l’amor proprio dell’artista che non vuol mostrare il primo abbozzo del suo disegno, strappò dolcemente la zucchetta dalle mani della fanciulla, e mandò un gemito lungo....

Il caldo era soffocante — la stanchezza diventava più penosa. Il muto afferrò vivamente la mano di Gavina e la strinse fra le sue con una stretta che sapeva troppo d’umano.

Il pudore della fanciulla reagì con tutta la sua forza. Solo allora ella parve destarsi dalla fatale sonnolenza che l’aveva circondata di carezze arcane e di tentazioni indefinite. Balzò in piedi di soprassalto, passò una mano sugli occhi, e si diede a correre verso lo stazzo, percorrendo la tortuosa linea d’ombra che accompagnava tutta la siepe spinosa.

Il muto si alzò pur esso, come scosso da una molla, e corse dietro alla fanciulla. La sua fisonomia era alterata, e i suoi lineamenti stravolti. Sentiva un fremito per tutta la persona, e come una strana debolezza alle ginocchia. Col petto ansante, col respiro affannoso, cogli occhi spalancati teneva dietro alla cara visione che gli sfuggiva. Dalle sue labbra uscivano gemiti lamentosi, suoni inarticolati, quasi guaiti di fiera.

Gavina affrettava sempre il passo cogli occhi chiusi, senza mai voltarsi. Il muto la seguiva a cinque passi di distanza. Il rumore del suo passo cadenzato faceva battere con violenza il cuore di Gavina, a cui pareva immensa la distanza che la separava dallo stazzo.

Giunta allo svolto della siepe, sentì ad un tratto afferrarsi per i capelli; volle continuare la corsa, ma sentì uno strappo al fazzoletto. Le parve che una mano invisibile la trattenesse per forza. Per liberarsi da quella stretta, recò allora la mano alla testa, ma subito la ritrasse mandando un grido: aveva sentito un’acuta puntura all’avambraccio.

Un lungo ramo spinoso, che usciva dalla siepe, e ch’ella non aveva visto s’era impigliato ne’ suoi capelli e nel fazzoletto, e l’aveva ferita al braccio.

Gavina si fermò, guardò la parte ferita, e si passò più volte la mano con un’espressione di dolore.

Il muto non aveva udito il grido della giovinetta, ma aveva indovinato la cagione del suo dolore; e mentre Gavina si pizzicava a più riprese l’avambraccio per calmare la puntura, il muto era riuscito a sbottonarle il polsino della camicia, e a rimboccargliene la manica, ponendo a nudo il braccio della fanciulla fin sotto all’ascella.

Sull’avambraccio spicciò una stilla di sangue, grossa come un granello di sabbia. Il muto fissò a lungo quella macchietta rossa sopra quel braccio bianco come il latte, ben tornito, morbido, provocante. Dopo averla guardata anche lei, Gavina volse la testa e sorrise al sordo-muto, abbandonando il suo braccio alle cure di quel medico affettuoso, quasi in compenso del rigore con cui lo aveva poc’anzi trattato.

Il muto però era cieco: afferrò con ambe le mani il braccio nudo della fanciulla, ed appressandovi le sue labbra infuocate, succhiò a lungo quella ferita con una voracità spaventosa.

Il rimedio era peggiore del male.

— Basta, basta! — gridava la fanciulla tentando svincolare il braccio da quelle dita d’acciaio, e già pentita della sua condiscendenza.

Ma Bastiano non sentiva; e continuava a suggere da quella ferita la stilla di sangue — e col sangue un lento veleno che gli struggeva l’anima.

— Basta Bastiano! mi fai male!! — continuò a gridare Gavina, la quale si era proprio dimenticata che Bastiano era sordo!

Le labbra del muto lasciarono per un istante il braccio di Gavina ma solamente per mandar fuori l’aria aspirata, onde poter ritornare all’opera.

Il punto dove Bastiano aveva posto le labbra era diventato bianco. Gavina, un po’ indignata, pose una mano sul petto del muto, per respingerlo; ma il giovine colle due mani compresse sulla carne, fissava con occhio cupido quel braccio candido, morbido il cui contatto lo faceva fremere, dandogli la vertigine. Riaccostò con più ferocia la bocca al braccio della fanciulla, e glielo morsicò leggermente due volte, con un’avidità e con un tal impeto che spaventarono Gavina, la quale trovò la forza di svincolarsi dall’amplesso di quella piovra, di riabbassare la manica della camicia, e di prendere la corsa verso lo stazzo uscendo dall’ombra malefica che proiettava la lunga siepe di biancospino. Corse, ansante, trafelata, senza pur accorgersi che il muto non la seguiva più.

Cieca d’ira, di passione, di vergogna, Gavina arrivò allo stazzo per la porticina dell’orto; entrò non vista nella sua cameretta, e sedette sulla sponda del suo lettino; e dopo aver dato uno sguardo all’intorno, per accertarsi che nessuno la spiava, tirò su di nuovo la manica della camicia e guardò la ferita.

Sull’avambraccio era una macchia livida, rotonda, larga come uno scudo; e in giro a quella macchia si vedevano le impronte lasciate dai denti del muto. Gavina tenne gli occhi fissi su quei solchi bianchi, poi diventò rossa rossa, e si mise a piangere — indignata contro sè stessa per aver permesso una simile audacia.

Era molto indignata, ma si guardò bene dal raccontare alla mamma ed alle sorelle il disgustoso fatto che le era accaduto!

L’ombra del biancospino l’aveva tradita!

*

Il muto non aveva seguito la fanciulla. Era rimasto immobile sotto il ramo di biancospino, seguendo cogli occhi la ragazza finchè la vide sparire alla svolta della siepe. Allora tornò indietro, passo passo; giunse al sito dond’era partito, si lasciò cadere di peso sul macigno che gli ricordava la sua imprudenza, e stette alcuni istanti col volto fra le mani; indi, per sfogare il dispetto che lo rodeva, riprese la zucca d’oro e con moto febbrile si pose a incidere certe foglie sguaiate che facevano orrore. Finalmente, indignato, gettò a terra la sua opera, e la ruppe coi piedi.

*

La più giovine delle figlie di Anton Stefano, il pastore, quella notte tardò a prender sonno. Una delle sorelle, che dormiva a lei vicino, e che la sentiva voltarsi, le disse:

— Che hai stanotte, Gavina? Non hai digerito la cena?

— Ho... che non mi sento bene.

— È forse il muto che ti dà a pensare? Scommetto che, con gli scherzi, finirai per amarlo davvero!

— E se ciò fosse, che ve ne importa — rispose Gavina un po’ piccata per la baia che le davano continuamente per quel benedetto muto che loro per le prime avevano lusingato.

— Confessa almeno che gli vuoi bene!

— Ebbene, sì: gli voglio bene; lo amo perchè gli altri l’odiano. Quel disgraziato ha bisogno d’essere amato da qualcuno. Amatelo voi — e allora cesserò d’amarlo io: ve lo prometto!

Così diceva Gavina alla sorella; ma in cuor suo pensava:

— Peccato che sia muto! Questi disgraziati vogliono bene in un modo singolare; non potendo sfogare con la lingua, si sfogano coi denti!

La figlia di Anton Stefano dormì quella notte colle labbra compresse sull’avambraccio — dov’era stata punta dal biancospino, e dove ancora si vedevano i segni lasciati dal muto. Capriccio da bambina!

Appena l’alba penetrò dalle fessure delle imposte, Gavina gettò un’occhiata al suo braccio.

La ferita non c’era più, ma non poteva rallegrarsene: era passata nel suo cuore.