V. I regali del muto

Neppure il muto aveva chiuso occhio in tutta la notte. Dalle sue labbra uscivano sospiri, gemiti, rantoli. Era inquieto, smanioso.

Si era aggirato per selve e burroni; aveva camminato tanto, finchè si era trovato alle falde del monte della Crocetta, proprio sul far dell’alba. Salì allora sul monte; pel sentiero a lui ben noto, si trascinò a fatica fin sotto la Conca della Madonna, e sedette spossato sul Gran tamburo.

Era stanchissimo, e dormì alquanto. Sogni strani lo svegliarono più volte di soprassalto. Un’insolita gioia irradiava la sua anima.

Pensava sempre al braccio di Gavina. — Egli pareva di sentir sempre il profumo di quella carne bianca, vellutata, che gli era salito al cervello per inebriarlo.

Si volle illudere — e lasciò libero freno alla fantasia, che lo trasportò in plaghe sconosciute. Vide Gavina ebbra d’amore seduta al suo fianco; vide un sacerdote che li benediva; provò tutte le arcane gioie del suo primo giorno di nozze.

Aveva la febbre.

Sentiva una matta voglia di correre, di arrampicarsi su per i monti del suo paese; pensava a sua madre e a quei pochissimi che lo avevano amato; e, comparando il passato col presente, credette probabile quella felicità alla quale non aveva mai aspirato.

Le scene del giorno precedente tornarono alla sua memoria; riandò tutti gli atti di Gavina — il suo cieco abbandono, il suo pallore, il suo tremito, e persino la sua collera — e in tutto gli parve scorgere i segni manifesti di un amore nascente.

Quel giorno non fece che correre da un punto all’altro; fermo non poteva stare, perchè glie lo impedivano i pensieri che a frotte attraversavano il suo cervello. Prese la via degli stazzi di Giunchiccia e della Trinità, e si recò a visitare i parenti che da qualche mese non aveva riveduti. Volle lasciar passare alquanti giorni, prima di riprendere le visite allo stazzo dell’Avru; perocchè comprendeva che non era prudente recarsi subito, dopo l’accaduto. Voleva farsi desiderare; ed impose a sè stesso il sacrificio della privazione.

Dopo quattro giorni d’assenza, Bastiano presentavasi d’improvviso sul piazzale dello stazzo di Anton Stefano. Le donne, che lavoravano fuori dell’uscio, lo salutarono e gli fecero feste, chiedendogli conto della sua lunga assenza.

La Gavina, che stava in piedi sciorinando i panni sopra una corda tesa fra il muro della casa ed un mandorlo, si fece tutta rossa nel vederlo, ma continuò il suo lavoro dopo aver salutato il nuovo venuto con un cenno del capo. Ella volle fare la risentita; ben sapeva che non era conveniente mostrar buon viso a Bastiano, dopo il bacio temerario che aveva ricevuto sul braccio.

Il muto si mostrava impacciato; non aveva la solita disinvoltura, nè il solito buonumore — e la ragione si può comprendere.

La vecchia madre e le due figlie maggiori fecero a Bastiano un’accoglienza più cordiale e più espansiva del solito, mostrandosi dispiacenti di non averlo veduto per quattro giorni. Il muto, però, sembrava sulle spine; per certo era venuto allo stazzo con un disegno prestabilito, che non aveva coraggio di tradurre in atto. Aveva una mano in tasca, come se celasse un oggetto che voleva, ma non osava mostrare.

Finalmente ruppe ogni indugio, e mostrò alle donne due piccoli orecchini di corallo montati in oro.

— Oh belli! — esclamarono in coro le tre donne; e i loro occhi scintillarono per compiacenza.

Gli orecchini passarono dall’una all’altra mano, e vennero rivoltati, pesati, ed esaminati attentamente. Nessuna delle donne, chiese a chi fossero destinati... forse perchè lo avevano indovinato.

La sola Gavina aveva continuato a stendere i panni di bucato sulla corda tesa, ma senza levar gli occhi e senza voltarsi. Le sue orecchie però erano più tese della corda, e non perdevano una sillaba di quanto si diceva.

— Guarda! guarda, Gavina! che graziosi orecchini — esclamò la vecchia, rivolgendosi alla figliuola che faceva la distratta e l’indifferente.

A quella chiamata Gavina volse la testa verso le sorelle; ma poi continuò l’opera sua, dicendo con freddezza e senza alcuna curiosità:

— Molto belli!

— E... di chi sono? aveva osato chiedere la vecchia al muto, per non mostrarsi troppo sfacciata confessando che sapeva a chi erano destinati.

— Sono i miei — fece il muto, puntandosi sul petto l’indice della mano destra.

— Vuoi forse metterli tu?

— No: voglio regalarli — fece intendere il muto coi gesti.

— Regalarli! e a chi?

Il muto arrossì un pochino, e accennò cogli occhi la Gavina, che in quel momento gli dava le spalle affaccendata più che mai nella biancheria, per la quale in quella sera mostrava un’insolita cura.

— Non senti Gavina? Il muto dice che gli orecchini sono per te. È un regalo che egli vuol farti!

Le due sorelle maggiori si fecero un po’ serie, punte forse dall’invidia per il bel regalo toccato alla Gavina; e cercarono sfogare l’interno cruccio con un po’ di sarcasmo e di burletta.

— Già! la Gavina ci guadagna sempre in questa ridicola commedia! — disse l’una.

— Pare che questo stupido imbecille prenda la cosa sul serio! — esclama l’altra.

— Fa già dei regali, l’amico!

— E non sarà certo l’ultimo!

— Tacete, maldicenti! — aveva esclamato la madre. — Bisogna sempre accettare ciò che Dio ci manda! Badate piuttosto, che egli non si accorga delle vostre celie!

— Se è sordo più del granito!

— La nostra Gavina è ben fortunata se sposa un sordo muto. Dev’essere una bella felicità per una moglie, vivere con un marito che non parla e non ode!

Il muto, poveretto, non poteva udire i discorsi che gli facevano sul muso; ed era ben lontano dall’immaginare di qual natura fossero. Quelle scaltre parlavano di lui chine sugli orecchini, come se tessessero le lodi del dono e del donatore.

Dopo esser stati esaminati per ogni verso, gli orecchini vennero restituiti al muto, il quale li prese, si accostò a Gavina, e con un’occhiata supplichevole che voleva significare tante cose, la pregò di accettarli per ricordo di un amico affettuoso.

La fanciulla — già indispettita e addolorata per gli sconvenienti discorsi fatti dalla madre e dalle sorelle — dimenticò il suo risentimento, e sorrise al muto, ringraziandolo con uno sguardo che partiva da due occhi pieni di lacrime. Ella non poteva tollerare che si deridesse o s’insultasse il suo povero muto, che non poteva difendersi. L’odio altrui, e l’altrui disprezzo, erano state le cause prime del suo affetto per Bastiano: lo aveva già dichiarato alle sorelle — e non aveva mentito!

Con una grazia tutta infantile, quasi per compensare il muto delle maligne parole scambiate fra le sorelle, la Gavina prese gli orecchini dalle mani di Bastiano e se li appese alle orecchie.

Gli scherzi, e le celie e le mormorazioni che seguirono a questa scena, si possono bene immaginare; ogni donna disse la sua e non si cessava mai dal ringraziare il donatore della prova di gentilezza data in quella sera.

Quando sul tardi Anton Stefano rientrò nello stazzo gli fecero il racconto dell’accaduto, e si cominciò da capo con le matte risa. Il vecchio pastore non rispose, e sedette a cena molto serio. Egli si lasciò scappare:

— Temo le cose siano troppo spinte. Dio voglia che non abbiamo a pentircene!

— Uh! che scrupoli — esclamò la moglie.

— Ti par possibile, concedere nostra figlia ad un sordo-muto, ad un bandito?

— Per l’appunto, e neppur lui lo crederà.

— E se lo credesse sul serio?

— Allora la colpa sarà sua.

— No: sarà la nostra; anzi la tua.... tutta tua!

— Ti pare?

— Proprio così... E a te Gavina, che pare?

La Gavina, all’interrogazione del padre, abbassò gli occhi e la faccia sul petto; arrossì, ma non rispose.

Il vecchio la guardò un istante; scambiò un’occhiata con la moglie, e si accinse a mangiare la zuppa, dando una scrollatina di spalle.

— Temo molto che...

E inghiottì in una volta il cucchiaio di zuppa, e la metà della frase!