VI. Battaglia dello spirito
Non erano ancora trascorsi due mesi dagli avvenimenti da noi narrati.
Una gran parte del genere umano pretende conoscere la sera dalle promesse del mattino — ed è pretensione fallace!
Il giorno che nasce non dà l’immagine del giorno che muore: perocchè un’alba serena e limpida non garantisce la limpidezza e la serenità d’un tramonto.
Il tempo passa, e l’uomo invecchia. Chi non sa che l’esperienza può dare un nuovo impulso alle nostre idee, ai nostri desideri, ai nostri propositi? Le passioni turbano sempre il mare della vita, così quando si destano, come quando si assopiscono.
Insensato chi si crede padrone del domani. L’uomo non falla quando manca alle promesse — falla quando promette. Più a lungo accarezziamo una speranza, e più saremo sicuri del tedio quando l’avremo realizzata. Chi giura dichiara già di mancare al proprio giuramento. Giurare non è indizio di fermezza di carattere, nè di onestà d’intenzione, è un confessare la debolezza del nostro carattere e l’instabilità dei nostri propositi. L’animo forte ed energico non ha bisogno di vincolare la sua volontà col giuramento.
Il tempo passa. Coi giorni che corrono l’uomo diventa vecchio — e la fanciulla può diventar donna. Si sa che il tempo può fortificare, o infiacchire una fibra. Col tempo l’uomo ha diritto di cambiar le proprie opinioni, e la donna di cambiar le mode — il primo può diventar deputato e ministro, e la seconda potrebbe diventar fidanzata e madre.
Come possiamo noi contar sul domani, quando non ci è dato strappare il velo che circonda l’ignoto? Perchè tacciare d’incostante e di volubile la natura umana se essa non è responsabile del vento che spirerà il domani? Il vento increspa la superficie del mare, come il tempo increspa la superficie dell’uomo... che non è sempre la pelle!
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Se, dopo due mesi dagli avvenimenti da noi narrati, il lettore avesse fatto una visita alla famiglia di Anton Stefano il pastore, si sarebbe subito accorto che un mutamento era venuto nello stazzo dell’Avru. Era un mutamento sensibile, ma che ancora non si era manifestato palesemente. Gli animi tutti erano preoccupati, ma si aveva paura di una confessione reciproca. Ciascuno teneva chiuso in cuore il proprio pensiero, e aspettava rassegnato il responso degli eventi.
Come la sarebbe finita? — era questa la domanda che ciascuno si faceva nel segreto della propria coscienza; ma la risposta era nella mente di Dio, e si aspettava la soluzione degli avvenimenti con impaziente trepidanza.
Che cosa dunque era avvenuto nello stazzo di Anton Stefano? Passiamo in rassegna ed esaminiamo i diversi personaggi del nostro racconto — giacchè tra gli uffici del romanziere è pur quello di giudice istruttore!
La Gavina era smaniosa, irrequieta. Mostravasi stanca, svogliata, e soffriva di frequenti distrazioni. Sentimenti diversi si alternavano nel suo cuore. Quella strana alternativa di contrari sentimenti non era frutto dell’assidua e occulta cura che da tempo la travagliava; qualche cosa di nuovo era penetrato nella sua anima. Due opposti sentimenti si combattevano in lei: era una lotta disperata, accanita, tra due forze uguali; un desiderio indefinito di una felicità insperata, contro il rimorso di una colpa che sapeva di non aver commesso.
Si sentiva perplessa, incerta dinanzi a un sogno che la lusingava, e ad un ricordo che l’accusava di ingratitudine.
Erano torture inesprimibili e inesplicabili!
Ella diventava sempre più pallida, più sofferente; soffriva di capogiro, mangiava poco, e poco dormiva. Provava un senso di peso alle palpebre e una stanchezza insolita nelle membra. Erano strani per lei quei patimenti angosciosi — ma più strano l’accorgersi che nessuno de’ suoi cari le chiedeva ragione del suo malessere. Perchè ciò? Era forse perchè coll’astuzia sapeva celare il suo malore, deludendo la vigilanza materna? O forse tutti la lasciavano in pace per non tormentarla maggiormente?
Per certo ella si avvedeva che qualche cosa di nuovo accadeva nello stazzo: perocchè più volte aveva sorpreso in segreto colloquio le sorelle e la madre, e si era ben accorta che al suo appressarsi i discorsi venivano interrotti, o cambiati all’improvviso. Il cuore le diceva che si tramava qualche cosa per il muto.
Anton Stefano era diventato serio e meditabondo; pareva che fosse imbronciato con tutti, specialmente con la moglie. Spesso cenava senza dire una sola parola; o si allontanava bruscamente, senza che la moglie gli chiedesse ragione del suo broncio: — segno evidente che quei malumori erano frutto di precedenti diverbi fra marito e moglie. Talvolta Anton Stefano rispondeva di mala grazia a chi gli moveva qualche domanda; e si adirava senza motivo, cercando futili pretesti per dare in escandescenze. E questa sua condotta tanto più faceva meraviglia, inquantochè il pastore era piuttosto di carattere dolce e di una pazienza ammirabile.
Bastiano, dal suo canto era diventato ringhioso come un cinghiale. Girava intorno i suoi grandi occhi spalancati, quasi con essi volesse udire; e li piantava in faccia a tutti con una diffidenza, che da qualche mese non gli era più abituale. Giammai, come in quel tempo, gli era sembrata tanto penosa la mancanza dell’udito e della parola. Diventato dispettoso all’eccesso, era capace di sedersi in un canto del piazzale, e di rimanere colà due ore di seguito coi gomiti sulle ginocchia e col capo fra le mani.
Un nuovo personaggio era venuto nello stazzo dell’Avru:
— Giuseppe, uno dei nipoti di Anton Stefano. Costui parlava assai spesso colla Gavina; ma la Gavina si tratteneva con lui con una certa titubanza — massime quando il muto era presente. E tanto il muto, quanto la fanciulla, si erano accorti di una singolare dimestichezza fra Giuseppe e i due vecchi di casa. Anzi si era notato che parlavano sempre insieme, a bassa voce, in modo che gli altri della famiglia non udissero i loro discorsi.
Tutti dunque — nell’Avru — parevano sotto il peso d’una cura segreta che li tormentava. Le diverse cure parevano divise in tre distinti gruppi. L’uno si componeva dei due vecchi e del nuovo venuto; il secondo delle due sorelle di Gavina; e il terzo finalmente, di Gavina e di Bastiano il muto — i quali però non facevano causa comune, ma meditavano ciascuno per proprio conto, celandosi a vicenda i sospetti e l’inquietitudine da cui parevano turbati.
E perchè il lettore conosca le cause intime del turbamento che regnava nella famiglia di Anton Stefano, racconteremo i nuovi fatti avvenuti nello stazzo dell’Avru nel breve giro di due mesi.