II. L’Abbraccio

Dalla catena granitica dominata dalle punte dei monti Tumeu-Soza, Crocetta e Fralle, andando giù giù, fino alla spiaggia del mare, è un esteso territorio sparso di centinaia di stazzi, tutti appartenenti al paese di Aggius.

Gli stazzi di Mamia erano nella cussorgia di S. Maria di Vignola, poco distante dalla spiaggia del mare. Quelli del Vasa erano invece nella cussorgia della Trinità d’Agultu, parrocchia figliale istituita da monsignor Stanislao Paradiso nel 1813, per riguardo ai molti pastori stanziati intorno ad essa, distante circa tre ore dal paese.

L’abbraccio ebbe luogo in Vignola, nello stazzo Giunchiccia del Mamia.

Lo stazzo Giunchiccia si componeva di più stanze. Oltre quella da letto, ben fornita di mobili, vi erano: la stanza del focolare (dove la famiglia soleva raccogliersi per le faccende domestiche) e la stanza che serviva di magazzino per la provvista dei frutti e del grano, il quale si conserva nella luscia, specie di stoja di canne, ridotta a forma cilindrica. Eravi poi l’indispensabile stanza della manipolazione dei formaggi, con la macina, gli utensili per la salamoia, i secchioni o mastelle, delle pinte, le pelli, la lana, e le forme fresche di caccio, deposte sul graticcio del focolare per essere condensate.

Gli Stazzi più modesti non hanno che una sola stanza, dove sono raccolti tutti gli utensili qui sopra menzionati, nonchè la macina per il grano. Venuta la sera, i membri della famiglia, compresi i servi, si sdraiano sopra stuoie, pelli, sugheretti o sacchi, e dormono avvolti nel loro gabbano, o altro panno, intorno al tronco di quercia che arde sul focolare, il quale è scavato in mezzo alla stanza, ed è di forma quadrata.

*

Era una bellissima giornata di maggio dell’anno 1849; e fin dall’alba si notava per il territorio d’Aggius un insolito movimento. Erano i parenti e gli amici degli sposi, che, a piedi o a cavallo, si disponevano a lasciare i loro stazzi per recarsi a quello di Giunchiccia per la cerimonia dell’abbraccio.

L’abbraccio è una specie di convalidazione del matrimonio, quasi un contratto nuziale, ed è messo in pratica anche oggidì nella maggior parte dei villaggi della Gallura.

Oltre sessanta persone, fra parenti ed amici, erano convenuti nello stazzo di Giunchiccia.

Dopo alcun tempo che questi erano raccolti nella casa del padre di Mariangiola, fu visto arrivare Pietro Vasa, attorniato e seguito da ugual numero di amici e parenti. Essi si fermarono fuori dello stazzo — e si diè principio alla cerimonia.

Un cugino dello sposo si avanzò fino all’ingresso dello stazzo, sulla cui soglia comparve un parente della fanciulla. Fra i rappresentanti delle due famiglie si scambiarono, presso a poco, le seguenti domande e risposte.

— Che vuoi tu, qui? — chiese il parente della donna al cugino dello sposo.

— Scusa, se io sono importuno. Da un mio amico venne oggi smarrita una bianca colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente, pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara. Il mio amico i inconsolabile; ed io vengo qui per cercare il tesoro che ha perduto.

— Mi duole della sventura toccata al tuo amico — ma devo dirti che qui non vi ha colomba.

— Fratello, non adontarti, se son costretto a non credere alla tua parola. Fu vista da taluni una colomba spiegare il volo verso questo stazzo. Essa dev’essere qui; ed io non mi allontano, se tu non me la rendi. Senza di lei il mio amico morrebbe di dolore.

— Aspetta alcuni istanti, finchè io possa consultare il capo della famiglia; egli forse potrebbe essere meglio informato di me.

E, così dicendo, il parente della sposa rientrò nella stanza e si rivolse ad Antonio Mamia.

— Hai tu veduto una bianca colomba, smarrita su questi monti? Essa è bella come le nuvolette baciate dal sole nascente — è pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.

— Sì, l’ho veduta, ma essa è mia nè fu smarrita da alcuno.

— E non vorresti cederla?

— Sì: la cederei ad un uomo che sapesse renderla felice.

— Ebbene quest’uomo che tu cerchi è qui; ed io domando per lui la tua bianca colomba.

— E saprà rendermela felice?

— Ne impegna la sua fede.

— La fede di un uomo onesto è già per me un’arra sufficiente. Che l’ospite amico sia il benvenuto sotto il mio tetto. Digli che gli affido la mia colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente — pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.

Il parente del Mamia riferì la risposta al cugino dello sposo; e allora Pietro entrò in casa seguito dai suoi congiunti ed amici, i quali presero posto tutt’intorno nella stanza.

Il vecchio rivolse la parola allo sposo:

— Sii il benvenuto! Ti affido volentieri la mia colomba: essa è tua. Amala sempre, come l’amò il padre suo; e veglia su lei, come suo padre ha sempre vegliato![6]

E la cerimonia continuò nel modo seguente.

I parenti, ad uno ad uno, si alzarono e avvicinandosi alla sposa la baciarono sulla fronte e le gettarono nel seno uno o due scudi di argento. Era una specie di dote che i congiunti e gli amici facevano alla fanciulla.

La sposa ricevette i baci tutta tremante, cogli occhi a terra e col volto comparso di un pudico rossore.

Dispensati i doni e dato il saluto colle labbra, gli invitati tornarono al loro posto. E allora toccò alla sposa fare il giro della stanza per rendere ai parenti ed agli amici il bacio ricevuto, regalando a ciascuno un piccolo fazzoletto, quasi in ringraziamento della dote ricevuta.

D’ordinario, in queste cerimonie, il fazzoletto viene regalato dalla sposa a chi dà più d’uno scudo: e qui il lettore potrebbe osservare che l’usanza manca di delicatezza; essa, però, è convalidata da un’antichissima consuetudine, e nessuno ha quindi diritto di offendersene, nè di mormorarne.

Spetta finalmente ai due sposi, che sono gli ultimi a chiuder la cerimonia dell’abbraccio. Pietro e Mariangiola si avvicinarono, alla loro volta, e si scoccarono sulle guance un sonorissimo bacio. E questo bacio fu il più sincero e il più caldo di tutti!

A questo punto vennero scambiati i doni fra i due sposi.

Pietro regalò a Mariangiola un fazzoletto di seta e il solito manafidi, che è un anello d’argento, di poco valore, rappresentante un cuore: esso costituisce il sacro pegno della fede, ed è vincolo indissolubile fra due fidanzati.

Mariangiola, dopo averlo ringraziato con un ineffabile sorriso, presentò allo sposo un fazzoletto ed un piccolo coltello col manico d’osso: pegni anche questi di fedeltà e affetto. Qualunque sia la condizione degli sposi, sono questi i due pegni che si regalano nel giorno dell’abbraccio.

Ricambiati i doni, un giovane pastore si alzò in piedi ed improvvisò una bella poesia, dove si descrivevano le rare doti dei due sposi e la solennità del rito. Era una vera poesia ricca di immagini, e di similitudini, come sanno improvvisarla quei popoli entusiasti e di fervida immaginazione.[7]

Gli astanti complimentarono Pietro e Mariangiola, facendo auguri di felicità per il suo avvenire, e siccome in simili cerimonie essi hanno la minor parte della gioia, così si pensò — secondo la consuetudine — a preparare il lauto pranzo di nozze, a cui assistono i due sposi e le rispettive famiglie.

Tutta la giornata passò in baldorie e in allegrie, ma i più contenti della comitiva erano Pietro e Mariangiola, i quali nell’abbraccio avevano convalidata un’unione, che per due mesi era stata la meta dei loro ardenti desideri.

L’abbraccio è sacro in Gallura, e non può essere sciolto che dalla sola fidanzata. Nè sposo nè genitori potrebbero violare, anche volendolo, quel rito solenne e tradizionale.