III. Mestizia nella festa
La festa fu spontanea, schietta, vivace. Tutti i convenuti non facevano che dar la baia agli sposi con motteggi, allusioni e scherzi innocenti.
Lo abbiamo detto: in mezzo a quell’adunata i più felici erano Pietro e Mariangiola. Essi vedevano alfine realizzarsi i più cari sogni d’amore; e i lunghi sguardi, i sorrisi e le furtive strette di mano che si scambiavano di tanto in tanto, ben dicevano agli astanti quanto gli sposi volevan loro tacere.
Il chiacchierio assordante dei parenti e degli amici non preoccupava i due sposi. Essi fingevano ascoltare gli altrui motti, ma non li udivano. La felicità li rendeva egoisti. In mezzo a quella moltitudine si sentivano soli — in mezzo a quel frastuono si beavano del silenzio che li circondava.
Il pranzo fu lauto e sontuoso — come suole essere in simili circostanze. Trattavasi di ristorare oltre centocinquanta persone, e si può immaginare quanti vitelli, montoni e capretti furono sacrificati sull’altare dell’amore, in omaggio ai due sposi.
Gli scherzi, le risa, il chiacchierio si protrassero per oltre cinque ore. Verso l’imbrunire una buona parte degli invitati augurarono la buona notte alla famiglia e si accinsero a far ritorno ad Aggius, o ai propri stazzi. Mentre nel piazzale si preparavano le bisacce e s’insellavano i cavalli, i parenti più stretti e i più vecchi amici se ne stavano ancora a tavola, risoluti di ritornare ai loro casolari a notte inoltrata. Erano circostanze che non si ripetevano con frequenza, epperò ognuno voleva divertirsi approfittando della generosità di Antonio Mamia, il padrone di casa.
E i brindisi, gli auguri e i complimenti continuarono ad alternarsi in mezzo a quella gioia schietta che facilmente si riscontra in tali cerimonie, fra gente povera di censo, ma ricca di cuore e di sentimento.
*
In un angolo di quella stessa stanza, vicino alla finestra, v’era tuttavia un gruppo di persone che sembrava non prender parte alla gioia che sfavillava da tutti i volti. Quel gruppo era composto di un fanciullo, di un giovane e di una vecchia.
Il fanciullo era Michele Mamia, fratello di Mariangiola. Sdraiato sopra un basso sgabello, appoggiava la testa sul grembo della vecchia, la quale sedeva su d’un secolare cassone di abete.
A pochi passi da loro era il terzo personaggio. — Bastiano il muto. Dando le spalle alla finestra, e colle braccia conserte al petto, egli fissava la vecchia ed il fanciullo che gli stavano dinanzi.
La vecchia settantenne era la madre dello sposo — di Pietro Vasa. Il suo volto, sereno e venerabile, spiccava dal bruno fazzoletto, dal quale sfuggivano alcune ciocche di capelli con riflessi d’argento. Essa guardava con aria pietosa il biondo fanciullo che aveva fatto guanciale del suo grembo; e gli andava carezzando la capigliatura, quasi per fargli conciliare il sonno. Ben sapeva che Michelino aveva bisogno di riposo, dovendo egli alzarsi all’alba per recarsi al lavoro col babbo.
I tre volti avevano un’espressione melanconica che contrastava col frastuono e con la gioia che regnavano nello stazzo. Occupati unicamente dagli sposi, gli altri non badavano a loro; ed essi si compiacevano di quella noncuranza che favoriva il loro raccoglimento.
Il sole era calato dietro i monti lontani dell’Asinara, lasciando all’orizzonte lunghe striscie infuocate, le quali gettavano un’onda luminosa dietro la stanza, dov’erano raccolti i festeggianti.
Nei commensali già cominciava a notarsi quella stanchezza che si prova alla sera di un giorno di festa, dopo aver libato ad un pranzo più lauto e più abbondante del solito.
Il chiaccherìo continuava ancora — ma era un chiaccherìo stanco, compiacente, quasi convenzionale. I parenti e gli amici aspettavano che Pietro si alzasse, per accompagnarlo al suo stazzo della Trinità di Agultu; ma Pietro aveva poca voglia di lasciar la tavola, dove stava tanto bene vicino alla sua fidanzata. Egli non considerava che il tempo, il quale per lui fuggiva, scorreva assai lento per gli altri. Solito egoismo di chi è felice.
Il muto sempre immobile, non faceva che osservare la vecchia ed il fanciullo, che pareva riposasse.
Ma Michelino non dormiva. Quantunque sentisse le palpebre più pesanti del solito, pure lottava col sonno; e mentre con abbandono appoggiava la testa sul grembo della vecchia, teneva gli occhi sempre fissi sul volto della sorella la quale era seduta vicino a Pietro Vasa, dimenticando quanti li attorniavano.
Era pur strana la melanconia di quei tre personaggi in mezzo alla gioia comune! Si sarebbe detto che un pensiero triste, un penoso sconforto e un triste presagio dominasse quelle menti e che un misterioso vincolo unisse fra di loro quelle tre creature.
Eppure, essi non avrebbero dovuto rimanere indifferenti alla cerimonia che si compiva nello stazzo per convalidare il sacro patto che univa Mariangiola a Pietro! Quella vecchia era la madre dello sposo: — la sposa era sorella di quel fanciullo. Pietro sulla terra, non aveva amato alcun essere più di sua madre; e Mariangiola nutriva una speciale tenerezza per il suo fratellino Michele, oggetto continuo d’ogni sua cura e d’ogni suo pensiero.
Pietro e Mariangiola erano però sposi — e il loro amore doveva assorbire ogni altro amore.
Ed era questo il pensiero fisso che occupava la mente della vecchia e del fanciullo in quel giorno solenne: un pensiero geloso che, l’uno all’insaputa dell’altro, celavano nel profondo del cuore.
La madre di Pietro guardava con occhio diffidente la Mariangiola, destinata a toglierle l’affetto di suo figlio. Nel matrimonio la sposa viene sempre a togliere il posto alla madre; la quale tarda a persuadersi che il suo ufficio finisce là dove comincia quello della moglie. La gioia segreta di far ballare sui ginocchi i figli dei figli non basta soffocare la crucciosa invidia che prova una madre nel veder sottentrare alle sue cure un’altra donna. E da ciò i dissapori e l’incompatibilità di carattere fra suocera e nuora.
Il fratello di Mariangiola, dal canto suo fissava con dispetto Pietro, che doveva portargli via la cara sorella. Il fanciullo non poteva comprendere come per uno straniero, per uno sconosciuto, Mariangiola potesse dimenticare chi l’aveva amata per tanti anni d’un profondo affetto. Nella sua piccola mente accusava quasi d’ingratitudine la sorella; ma non sapeva ancora che il potente affetto che provava per lui la fanciulla, non era altro che l’istinto della famiglia, che nella donna comincia a rivelarsi con la tenerezza per le bambole.
Tali erano i pensieri che attraversavano la mente di quella vecchia e di quel giovinetto nel giorno dell’abbraccio di Pietro e di Mariangiola.
E il muto?
Con le braccia serrate sul petto, Bastiano guardava la vecchia e il fanciullo, che gli stavano da presso. Egli ammirava quella testa bionda, vicino a quella testa bianca — il riposo della giovinezza in grembo alla vecchiaia — il tramonto che sorrideva all’alba, il debole che sorreggeva il forte.
Anche lui provava un sentimento d’invidia per tutti. Per lui non vi erano state mai feste — per lui non vi era stato mai amore.
Il muto era là per far numero. Dai sorrisi, dall’espressione dei volti, dai gesti delle persone, da tutto l’insieme delle cose che andava osservando, si accorgeva che in quella casa tutti erano felici. Avrebbe voluto esprimere anch’esso i suoi sentimenti, ma non poteva parlare. La natura maligna gli aveva inchiodato la lingua al palato; aveva posto una barriera di granito tra gli uomini e lui.
E assisteva alla festa col cruccio nel cuore, ripensando alla sua giovinezza e ai compagni che lo avevano deriso, percosso, ma egli era l’uomo di pietra; doveva assistere all’altrui gioia senza poter manifestare un suo pensiero, senza percepire il pensiero degli altri. Ecco perchè il sordo-muto era triste come la vecchia e come il fanciullo!
La fatalità aveva riunito quei tre personaggi, che pur dovevano aver tanta parte negli odii destinati al dilaniare le due fazioni dei Vasa e Mamia. Fila misteriose vincolavano quei tre esseri innocenti. Il destino aveva loro tracciato la strada che dovevano percorrere. Due di essi erano designati come vittime — il terzo come carnefice.
*
Arrivò finalmente l’ora del commiato e della partenza. Pietro Vasa si alzò; e dopo aver dato una stretta di mano ed un bacio alla sposa ed al futuro suocero, si accostò alla vecchia.
— Madre mia, andiamo. Vi ho fatto troppo aspettare, non è vero? Dovete perdonarmi, perchè son cose che non capitano due volte nella vita!
La vecchia sorrise amaramente; e si accostò alla sposa che baciò sulla fronte.
Mariangiola le restituì il bacio con trasporto mentre due lacrime di gioia le irrigavano le guancie.
Entrambe piansero, senza darsene ragione. Erano vivamente commosse.
La sposa si accostò al fratello, e dopo averlo accarezzato gli disse:
— Sei stanco, povero Michele? Va dunque a letto, e riposa.
Il fanciullo rispose mestamente.
— Lo so: Mariangiola. D’ora innanzi non avrò più le tue carezze. Il babbo caccia di casa la nostra colomba per darla ad uno sconosciuto!
Al muto non si accostò alcuno. La comitiva cominciava già a sfilare, ed egli era sempre là, vicino alla finestra, cogli occhi a terra e colle braccia sul petto.
Il vecchio Mamia gli battè infine sulla spalla, per dirgli coi cenni che rimaneva solo.
Il muto lo ringraziò; e accennando col dito alle sue orecchie sorde, gli fece capire che non si era mosso perchè non aveva sentito le pedate della gente. Mandò quindi un rantolo cupo per esprimere un ringraziamento ed un saluto; ed uscì dallo stazzo per accompagnare suo cugino Pietro Vasa.
I pastori degli stazzi di Vignola si presentarono alla soglia dei loro abituri per salutare lo sposo e il suo seguito che si dirigeva alla Trinità d’Agultu.
E così terminò la bella giornata di maggio, e la cerimonia dell’abbraccio che doveva lasciare un indelebile ricordo nell’animo dei Vasa e dei Mamia.