III. Il Monte della Crocetta
Una tradizione popolare (che corre tutt’ora sulla bocca dei vecchi) narra, che il diavolo abitasse un tempo sulla vetta di questo monte. Egli, di tanto in tanto, si compiaceva d’affacciarsi ai massi di granito per guardare con occhio di fuoco il sottostante villaggio.
In quei giorni nefasti sentivasi soffiare un vento gagliardo, che, pur venendo da levante, recava dal Limbara ricoperto di neve il suo alito glaciale. E mentre gli abitanti d’Aggius si sentivano il corpo intirizzito, il diavolo alla sua volta soffiava sulle anime loro, suscitandovi pensieri d’odio, di vendetta, di sangue.
Si diceva che gli aggesi fossero in origine d’indole serena e tranquilla e che lo spirito infernale, volendo dannare le loro anime, avesse preso stanza nella reggia di granito, ch’era in cima del monte; e si compiacesse, nelle notti insonni, di tribolare quei poveretti.
Le vecchie tremavano di paura nel loro letto, e recitavano il rosario sotto le coltri, mentre il vento furioso urlava dalle fessure delle imposte. Il figlio dell’inferno, non potendo chiuder occhio, si divertiva a turbare il sonno dei figli della terra.
Ogni tanto il diavolo — a quanto asseriscono i vecchi — si affacciava alla rupe; e dopo aver annunziata la sua presenza con un rullo sordo e prolungato, gridava per tre volte rivolto al villaggio.
« — Aggius meu, Aggius meu; e candu sarà la dì chi ti zz’aggia a pultà in buleu?[2]
La minaccia diabolica era il pronostico della distruzione del paese; e il rullo prolungato che la precedeva significava che un uomo era designato a morire di morte violenta. Così almeno diceva la tradizione.
Figuratevi lo sgomento della popolazione! Si ricorse al parroco; si chiamarono a consulto i ragionanti del paese; ma sempre invano. Il diavolo non se ne dava per inteso, e continuava a tormentarli.
Verso la metà del secolo XVIII, ad un zelante missionario capitato ad Aggius, venne l’ispirazione di piantare una croce di ferro sul monte, per far fuggire il demonio.
Narra la leggenda popolare, che in quella notte spirò un vento così gagliardo che sradicò molte quercie secolari e fece precipitare dai monti più d’un masso di granito. Tutte le case tremarono dalle fondamenta, ma la croce stette salda sulla punta del monte.
Udendo quel baccano infernale i popolani corsero al Rettore; il quale li rimandò a casa tranquilli, dicendo loro:
— Non temete è il diavolo che prepara le valigie per tornarsene all’inferno. Non verrà più a tormentarci.
Pare però che il diavolo non volesse rinunziare alle due mila e più anime, di cui aveva giurata la perdizione. Aveva bensì abbandonato il monte della Crocetta, ma forse per ricoverarsi sul monte Fralle, o sul monte Pinna, donde, come per il passato, continuò a soffiare il suo livore sulle anime dei buoni aggesi; i quali, alla loro volta continuarono a dilaniarsi l’un l’altro, spargendo il terrore nella Gallura.
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Negli ultimi giorni di luglio dello scorso anno (1883) volli fare la salita del monte della Crocetta per esaminare i luoghi ch’io voleva descrivere. È impossibile immaginare i disagi ed i pericoli cui si va incontro, arrampicandosi lassù, per quei massi giganteschi che ad ogni istante minacciano precipitarvi addosso. È impresa veramente temeraria tentar l’ascensione del monte a parte di levante, com’io l’ho tentata per consiglio di una guida inesperta. Dovetti saltar di blocco in blocco, strisciar carponi come biscia, aggrapparmi colle unghie ai graniti, abbrancare arbusti e lentischi per poi lasciarmi cadere nel vuoto chiudendo gli occhi; — insomma sforzi inauditi ed esercizi ginnastici che solo potrebbe tentare un disgraziato inseguito dall’umana giustizia. Ma vi ha di più: una volta incominciata la salita, bisogna continuarla perocchè il tornare indietro è lo stesso che sfidare il pericolo di uno sfracellamento.
Era la prima volta che io visitava il monte della Crocetta — e posso assicurarvi che fu anche l’ultima. Arrivato lassù dopo due ore di stenti, respirai a pieni polmoni, ed esclamai dal profondo dell’anima:
— Sono veramente in casa del diavolo!
Su quel monte vidi tre cose: la croce del missionario — la conca della Madonna — e il tamburo del demonio.
La croce del missionario è infissa sopra un masso gigantesco, quasi isolato, che misura da venti a trenta metri di altezza, e che forma il cucuzzolo del monte, bersagliato dai fulmini e dai venti. In origine quella croce era di ferro; e vi durò oltre mezzo secolo — finchè un giorno, schiantata dalla folgore, fu sostituita con altra di legno, che viene rinnovata ogni due o tre anni.
La conca della Madonna è una specie di nicchia naturale scavata nel granito. Dicesi che la Madonna vi abitasse qualche volta, per tener lontano lo spinto delle tenebre.
Il gran tamburo (lu tamburu mannu) è una gran lastra di granito, a base convessa, la quale posa sopra un blocco spianato. Basta salire sull’orlo, e far forza col corpo, perchè la pietra oscilli, dondoli, e produca un rullìo cupo, sordo, continuo, come il mugolìo d’un tuono in lontananza. Il gran tamburo d’Aggius ha molta analogia colla famosa Pietra ballerina di Nuoro; la differenza è una sola: quest’ultima, da parecchi anni non balla più — quello invece continua a suonare.
A memoria dei più vecchi, questo tamburo è sempre esistito, e gli si annettono non so quali malefici influssi. Dicono, per esempio, che allorquando si ode il suo rullo, è indizio certo che una persona è morta o deve morire di morte violenta.
Il parroco d’Aggius ebbe un bel mostrare la croce ai superstiziosi, per persuaderli che il diavolo se n’era andato! — Essi continuarono ad affermare che il demonio passeggiava sempre sulle sette punte, che sovrastano il loro infelice paese.
E la loro credenza era purtroppo convalidata dai fatti; perocchè la Gallura continuava ad essere funestata da moltissimi delitti, consumati sotto il patrocinio del diavolo. E ben poteva affermarlo l’estesa campagna che da Sedini si stende fino a Bortigiadas, da Bortigiadas alla Trinità di Agultu, e dalla Trinità all’estremo litorale che corre tra Castelsardo e l’Isola Rossa.
Fu il diavolo, difatti, che sul monte Fraile protesse i falsi monetari che vi ebbero la fucina nel 1639; — fu il diavolo che inspirò il terribile bandito Giovanni il Gallurese, ucciso nel 1657, mentre usciva dalla casa della sua ganza d’Osilo; — fu il diavolo che sul monte Cùccaro rese invulnerabili alle armi regie tutti i malandrini che vi si annidavano dal principio alla fine del secolo XVIII; — fu lui che protesse il terribile Antonio Pompita: — fu lui che nel 1800 gettò lo sgomento nelle terre d’Aggius, fomentando le fazioni dei Mamia, degli Addis, dei Malu e dei Biancu; — fu lui che nel 1808 eccitò gli aggesi a ribellarsi con mano armata contro la legge della coscrizione; — fu lui che entrò nel corpo dei traditori Stefano Buchicara, Don Giacomo Alivesi, e Giovanni Mazzoneddu, quando il primo nel 1557, il secondo nel 1671, ed il terzo nel 1802, fingendosi amici consegnarono al carnefice le teste di Lorenzo Judas, del Marchese di Cea, e di Francesco Cilocco!
Ma nessuno era riuscito a domare quegli spiriti turbati dal demonio. Lo stesso fra Gavino Achena d’Ozieri — il celebre missionario e poeta — non potè con la sua voce e i suoi strattagemmi comporre le inimicizie di Aggius. Ond’è che nell’Agosto del 1766 il vicerè Balio della Trinità faceva conoscere, con un pregone che S. M. Carlo Emanuele aveva in animo di schiantare il villaggio e gli abitanti di Aggius[3] — ond’è che il Conte di Moriana, governatore di Sassari, nel luglio del 1802, proponeva a suo fratello Carlo Felice di ridurre in cenere il villaggio, dividendo gli abitanti fra diverse popolazioni fuori della Gallura[4] — ond’è finalmente che, per i tanti delitti commessi, il paese d’Aggius (come nota lo Spano) veniva designato in un pregone vicereggio quale il più feroce dei villaggi sardi!
— Finchè non si metteranno croci su tutte le punte dei nostri monti, i figli d’Aggius saranno sempre tormentati dallo spirito infernale.
Così dicevano i vecchi del paese, sempre quando un nuovo fatto di sangue veniva a turbare quelle povere popolazioni.