II. Aggius
Gli abitanti dell’estremo lembo della Sardegna settentrionale hanno un tipo speciale, caratteristico. La loro immaginazione è fervida, il loro carattere energico, la loro tempra d’acciaio. Hanno una naturale tendenza alla poesia e i loro canti sono ispirati o da sentimenti malinconici, o da un umorismo satirico. Tenaci nell’amore quanto nell’odio, una sola parola basta per intenerirli — una sola parola per eccitarli all’ira. Risentono molto del carattere dei côrsi, dei quali hanno lo slancio, la temerità, il coraggio.
E côrsi diconsi i primi abitatori della Gallura. È detto nella narrazione di Pausania, che essendosi accesa tra i côrsi una sedizione, la parte più debole dovette cedere e rifugiarsi nella vicina Sardegna. Sebbene il Fara voglia derivata questa popolazione dai Galli condottivi coloni e il Landino da certi pisani che avevano un gallo per insegna, e il Nurra dai Galluri, nome dato dai côrsi agli africani ed iberi disertati dalle insegne puniche dopo la conquista dell’isola, pure è certo che la versione di Pausania è sempre la più probabile, se non la più vera; perocchè i galluresi hanno molta analogia cogli abitanti dell’antica Cirnus, coi quali hanno comune la fisonomia, la lingua e il carattere.
Fin dai tempi remoti la Gallura fu teatro di odii atroci e di tremende vendette. Per cause tavolta assai frivole, gli abitanti si dividevano in distinte fazioni, per dilaniarsi a vicenda.
Di generazione in generazione veniva trasmessa la vendetta; nè rare erano le madri che mostravano ai teneri figli la camicia insanguinata del padre per mantener vivo nei loro petti l’odio al nemico; perchè potessero freddarlo, divenuti adulti. Ond’è che scene di sangue funestarono assai spesso quella terra poetica, dove i canti dell’amore venivano alternati, o confusi, coi canti dell’odio e della vendetta.
Nella Gallura, oltre la città di Tempio, sono cinque villaggi principali: Aggius, Bortigiadas, Luras, Calangianus, S. Teresa[1]. La maggior parte però della popolazione è sparsa per l’estesa campagna, in gruppi di due, tre, o quattro case cui si da il nome di stazzo — specie di ovile isolato, dove vive un’intera famiglia di pastori. Gli stazzi sono aggruppati fra loro sotto il nome di cussorgie; le cussorgie sono in gran parte riunite in Cappellanie, o parrocchie rurali ausiliarie, istituite dal Conte Bogino sotto il regno di Carlo Emanuele III, verso il 1759.
Secondo l’Angius, le Cussorgie della Gallura sono 188; le quali comprendono 1568 stazzi, sotto sette parrocchie, cioè: S. Teodoro — S. Maria Maggiore — S. Pasquale — S. Francesco d’Aglientu — La Trinità di Agultu — S. Maria, appartenente a Castelsardo.
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Aggius è uno dei più caratteristici villaggi della Gallura, tanto per la sua curiosa giacitura, quanto per i suoi abitanti fieri, nervosi, e un dì implacabili nei loro odi secolari.
Questo villaggio era già uno dei componenti il feudo di Gallura, e apparteneva ad un barone spagnolo. Nell’ultimo censimento del 1881, contava 2420 abitanti; di cui, soli 500 in paese, e 1920 sparsi nei suoi 459 stazzi, non compresi i 95 oggi disabitati.
Aggius ha le abitazioni brune — come Tempio, come Bortigiadas, come Luras, e come Calangianus; perocchè le sue case sono costrutte con blocchi squadrati di granito, ben di raro intonacate di calce. All’intorno ha una vegetazione piuttosto lussureggiante; ma la sua natura è triste e fredda, come le sue case di granito. I boschi d’elci, di querce e di sugheri gli danno un aspetto singolare. Sorride, è vero, tra le terre sabbiose e i grigi macigni rigogliosa la vite — ma è un sorriso melanconico che risente del broncio delle vecchie quercie, cariche d’anni e di ghiande. Quà e là in mezzo a foreste vergini, o a vigne deliziose, tu scorgi qualche masso imponente lanciato sulla terra, non sai come, perchè, nè da chi; — lo diresti caduto per atterrire i vecchi sughereti o i giovani pampini.
Nella Gallura tu vedi uomini alti, asciutti, nervosi, dal volto arsiccio e dall’occhio fiammeggiante; — vedi dappertutto colossi di granito che sfavillano al sole, come fossero tempestati di diamanti; — vedi giganti vegetali dalle chiome folte, che van mostrando i loro rami contorti e i loro tronchi anneriti dai secoli. La natura ha colà un’intonazione perfetta: i suoi tre regni sono l’espressione della forza. Quegli uomini robusti e pieni di vigore li diresti nati dalle nozze misteriose della quercia e del granito, sotto l’ira delle tempeste: essi risentono dell’una e dell’altro.
Però, se il loro dialetto è una musica, se dolce è la loro parola, ben amaro talvolta è il loro sorriso: amaro come il loro miele, — curiosa specialità di quell’alpestre regione.
E queste tre forze della natura han pur esse le feconde carezze della grazia e della bellezza. Le fanciulle più seducenti, dalla carnagione bianchissima, dagli occhi espressivi e dalle forme gentili, sorridono innamorate a quegli uomini fieri e robusti; — l’edera più tenera stringe nelle sue spire affettuose i tronchi delle quercie secolari; — e la felce, piena di vita, si affaccia sorridente fra i neri graniti delle case, per adornarle co’ colori della speranza.
Il paese di Aggius è addossato ad una strana catena di montagne che sembrano create per difenderlo. Diresti che non siano gli uomini che abbiano fabbricato il villaggio a piedi di quella catena; ma piuttosto la natura che abbia costrutto quella barriera granitica alle spalle di Aggius.
Quei monti hanno forme bizzarre, e ti fanno pensare al famoso Resegone di Lecco, immortalato dal Manzoni. Essi ergono al cielo le creste nude, frastagliate, capricciose; e gli abitanti guardano con un certo orgoglio quelle punte — taglienti e aguzze come il loro ingegno, come la loro lingua, come il loro coltello.
Veduto da lontano, circondato da quella catena di monti, il paese d’Aggius sembra una vittima designata al martirio. Sono sette le punte principali che emergono dalla corona di spine, che l’avverso destino ha posto sulla fronte d’Aggius, quasi a presagio delle sventure che dovevano colpire il maledetto dagli uomini e da Dio; sette punte che potrebbero significare gli altrettanti dolori che tormentarono quella povera madre di figli sventurati, più che colpevoli.
Fra il monte Tummèu-Soza, il Monte Tronu, il monte Fraite, e il monte Pinna, s’erge maestoso, e più imponente di tutti, il monte della Crocetta, le cui creste sovrastano quasi il villaggio. Sulla punta più alta di granito, che minacciosa sembra guardare il paese, vedesi una croce di legno, la quale attira l’attenzione e la curiosità del viaggiatore. Quel simbolo ha dato il nome al monte; esso impressiona la vecchierella, la quale non può guardarlo senza farsi il segno della croce, e senza mormorare la preghiera dei morti.