Nell’ombra
A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri, camminava per ore ed ore, alla ventura.
Di colle in colle, di balza in balza, egli si agirava per quei dintorni, ma finiva sempre per ritornare al punto donde era partito: ad uno speco, chiuso fra tre blocchi di granito, intersecato da folte macchie di rovere e di lentischio.
La notte era buia, quantunque il cielo fosse stellato; ma quell’uomo era pratico dei sentieri e dei burroni che conosceva palmo a palmo.
Sotto il cappuccio tirato sul viso, i suoi occhi mandavano lampi; dalle falde del corto cappotto di orbace usciva la tersa canna del suo fucile, compagno indivisibile nella sua solitudine: unico amico a lui rimasto fedele nei giorni della sventura.
Assorto in cupe meditazioni, egli teneva gli occhi fissi nel fiocco lumicino, che appariva in una casetta posta sull’altura di S. Gavino di pietra Màina.
Quel punto luminoso era la mèta de’ suoi pensieri — la causa delle sue smanie.
Il cielo era stellato; ma che importava a lui del cielo? — nessun astro in quella notte scintillava come il lumicino che rompeva l’ombre addensatesi sulla terra.
Tratto tratto quell’uomo sussultava nascondendo il volto fra le mani; e poi rialzava la testa per fissare di nuovo la finestra lontana, con uno sguardo che tradiva l’interna battaglia di un’anima esacerbata. Nell’espressione del suo volto leggevasi il contrasto di opposti sentimenti: odio ed amore — vendetta e perdono.
Appariva smanioso, perplesso. La lunga notte non era bastata a dargli consiglio. Forse attraversava uno di quei punti fatali che dividono la generosità dal delitto: uno di quei momenti che possono fare dell’uomo un eroe od un assassino, decidendolo cioè a sacrificare sè stesso per il bene altrui o gli altri per il proprio bene.
Il filo di luce era sparito dall’imposta socchiusa; e non pertanto quell’uomo continuava a guardare nell’ombra, come se vedesse ancora la pallida fiammella che gli brucciava l’anima e il sangue.
Stava alcuni istanti immobile, poi si alzava d’improvviso, gesticolava come un matto, riponeva sotto braccio il fucile, e ricominciava le sue escursioni, per ritornare al suo covo di belva. Sparviero irrequieto, parea volesse librare il volo intorno al gruppo di casette, per uccidere, o per essere ucciso. — Quella notte gli sembrava eterna e stanco e intirizzito guardava le vette del monte Spina, invocando la luce del giorno.
Più volte, con moto febbrile, aveva strappato dal nudo petto una medaglia di bronzo, che andava coprendo di baci e di lacrime; ed ogni volta parea ne risentisse un refrigerio alle sue smanie. Quale arcana virtù si celava dunque in quel pegno, compagno fedele de’ suoi dolori? Era forse un sentimento religioso quello che si ridestava in lui? No: perocchè a quell’uomo non avrebbero potuto insegnare una preghiera — nè mai egli aveva pregato!
Quell’essere misterioso era Bastiano Tansu, un giovane bandito soprannominato il terribile; — quel gruppo di case era l’Avru: uno dei cento stazzi seminati fra Bortigiadas ed Aggius; — quel giorno era il sesto di luglio 1857.
Il giovine bandito manifestava le sue smanie col movimento convulso delle braccia, col lampo delle nere pupille, e col grido inarticolato che gli usciva dalle labbra, come ruggito di fiera innamorata e gelosa. — Nè altrimenti avrebbe potuto manifestarle, perocchè era sordo-muto fin dalla nascita.
La causa intima delle sue smanie era la bella figlia di Anton Stefano il pastore. Più volte quel giovane era stato accolto nello stazzo dell’Avru, dov’era stato presentato da un suo cugino — Pietro Vasa. Al bandito che erra per la campagna, inseguito dalla giustizia, non si nega un asilo; e l’ospitalità è sempre inviolabile su quei monti di granito; essa è un culto, una religione, un bisogno dell’anima.
In quella casetta Bastiano aveva conosciuto Gavina — e con Gavina un affetto fino allora ignorato.
Nè Gavina aveva raggiunto i diciott’anni — nè Bastiano i trenta. Erano giovani entrambi.
Le smanie del bandito, in quella notte silenziosa, erano giustificate da una speranza che vedeva ad un tratto svanire. L’idea di un amore corrisposto lo aveva reso frenetico; delirante, pazzo. In mezzo ad una vita di martirio, vissuta nella miseria e nell’abbiettezza, egli per la prima volta aveva avuto orrore de’ suoi delitti. Da sette anni che batteva la campagna, era sempre stato il terrore dei dintorni. Quando si era vendicato del suo primo nemico, oltrepassava di poco i vent’anni, ma aveva molto vissuto — perchè soffrire è vivere lungamente.
E il suo era stato un crudele disinganno! — Da poco Bastiano si era ritirato dalla via del delitto — e già stava per rimettervi il piede. Da quattro giorni quell’infelice si aggirava intorno allo stazzo dell’Avru per consumarvi un delitto — e per quattro giorni aveva lottato incessantemente con una forza misteriosa che tratteneva il suo braccio.
Ma l’alba tremenda stava per spuntare, ed egli l’aspettava con ansia paurosa.
Fidente in un nuovo avvenire, immemore di un triste passato, aveva per un istante sorriso alla donna. L’amore gli aveva fatto balenare la speranza d’una riabilitazione; ma fu delirio di un’ora.
Ferito nel profondo del cuore aveva giurato di vendicarsi — e la sua parola era sacra! — La vendetta gli aveva suggerito quattro vittime da colpire — ma a Bastiano bastava una sola. Quale? Ecco la sua tortura, il suo martirio! Fino a quella notte aveva esitato, lottando disperatamente con la propria coscienza ma la coscienza dell’uomo aveva sempre ceduto all’istinto della belva.
E la belva aveva designato la sua vittima.
Ma chi era costui, additato da tutti come il terrore della Gallura, come il feroce tra i feroci? Qual fu la sua vita? Qual forza di eventi lo trasse così giovane sulla via del delitto? Perchè la maledizione degli uomini lo perseguitò nel suo cammino, con un odio che sopravisse alla sua morte — ad una morte più misteriosa della sua vita?
I fili di quella esistenza erano collegati ad uno di quegli odii di parte che in ogni tempo resero famosa la Gallura in generale, ed Aggius in particolare.
In attesa dell’alba tanto invocata dal giovane bandito, accenneremo ad una storia di sangue, che potrebbe definirsi il complesso di molte storie.