IX. Tra madre a figlia

Una sera, mentre le due figlie maggiori e le serve erano tutte riunite nell’orticello, occupate nella raccolta dei legumi, la vecchia madre prese di fronte Gavina, la quale era rimasta sola nello stazzo, e le disse:

— Il tuo contegno misterioso ha già di troppo tenuto in pensiero la famiglia. È tempo ormai di togliere di mezzo qualunque equivoco. Rispondimi subito e senza reticenze! Dammi ragione della strana condotta che tieni con tuo cugino.

La fanciulla, colta alla sprovvista arrossì, abbassò gli occhi e tacque.

— Rispondi: nutri dunque dell’odio per Giuseppe? Perchè lo fuggi?

Gavina, tremante come foglia, celò il volto nella palma della mano.

La vecchia, allora, le afferrò con violenza il braccio le alzò con forza la testa, e costrinse la fanciulla a guardarla in viso.

— Lascia le moine ridicole, e rispondimi: — perchè fuggi Giuseppe?

Dominata dal rigore materno, e in un accesso di passione, Gavina ruppe in singhiozzi; ed esclamò vivamente con accento concitato:

— Ma non vi siete dunque accorte che io fuggo Giuseppe perchè l’amo troppo, perchè la sua voce mi fa troppo male, perchè i suoi occhi mi bruciano il corpo e l’anima!?

E la fanciulla, vergognosa, nascose il volto nel seno della madre, e arrossì fin nel bianco degli occhi. La fisonomia della vecchia si rischiarò d’una gioia improvvisa; ella sorrise a sè stessa; e chinandosi all’orecchio della figliuola, mormorò con voce dolce e affettuosa:

— E... se Giuseppe ti avesse chiesta in isposa?....

— Lo rifiuterei con tutte le mie forze!! — esclamò risoluta la fanciulla, levando la faccia.

— E se noi si volesse che tu lo sposassi?

— Mi lascerei percuotere, uccidere da voi, ma non diverrei mai la sposa di Giuseppe, finchè....

E la fanciulla esitava.

— Finchè....

— Finchè il muto mi vorrà bene!

— Sei matta!?

— Non capite che giammai darò a Bastiano il dolore di un mio rifiuto, dopo che egli ha tanto bisogno del mio affetto, dopo che voi... sì voi!... gli avete fatto credere d’essere riamato? Sarò infelice, soffrirò per tutta la vita, ma non mi torturate più oltre. Finchè il muto vivrà nella speranza del mio amore, io sarò irremovibile nel mio proposito. Non sposerò nè l’uno nè l’altro — ecco il sacrificio che posso fare; ma non domandate altro da me!

La madre credeva di sognare; e stava già per rispondere alla figlia, quando d’improvviso questa si tolse alla sua presenza, e sparì nell’altra camera.

La vecchia volse uno sguardo alla porta, e vide il muto che si avvicinava allo stazzo, col fucile in ispalla e con gli occhi a terra. Non aveva veduto Gavina.

Fu allora che la vecchia prese un’istantanea decisione. Andò incontro al muto, gli fece capire che la seguisse perchè aveva comunicazioni da fargli, e lo condusse nel vicino chiuso, dove si trovava Anton Stefano, seduto sotto un elce.

Dopo averlo invitato a sedere, la vecchia cominciò a fargli capire co’ segni che gli avevano sempre voluto bene, e che sempre lo avevano accolto nello stazzo come un onesto e carissimo amico.

Il muto fissò alquanto la vecchia, senza capire; ma in seguito i suoi occhi sfavillavano di contentezza, volendo dare un significato troppo benevolo a quella prima dichiarazione.

La vecchia, sempre coi gesti continuò a fargli capire, che fin’allora avevano con lui scherzato a proposito della figliuola — autorizzati a far ciò dalla piena confidenza che accorda l’amicizia ma che era tempo ormai di regolarsi perchè si trattava di cosa seria. Essi — i genitori — non potevan più oltre tollerare un’intimità che, sotto molti rapporti, poteva pregiudicare la loro figliuola.

Quantunque la madre s’ingegnasse di far capire al muto simile proponimento con gesti abbastanza espliciti, perchè abituata da qualche tempo a conversar con lui; e quantunque il muto fosse abituato a comprendere i gesti della famiglia di Anton Stefano, pure quella sera pareva nulla comprendere: forse perchè troppo lontano dalla crudele disillusione che gli si preparava. Egli stava con la bocca e gli occhi spalancati, cercando quasi di raccogliere tutti i pensieri che per mezzo di segni gli manifestava la vecchia. Capiva solo che qualche sciagura gli sovrastava, poichè la fisonomia di quella donna era chiusa, e Anton Stefano non osava neppure levar gli occhi sopra di lui, lasciando tutta la responsabilità del messaggio alla moglie.

La vecchia, però, aveva pensato a tutto; e vedendo che co’ segni non raggiungeva lo scopo, tolse lentamente di tasca una scatolina di cartone, e la consegnò al muto.

Quegli l’aprì, vide i suoi orecchini, impallidì e mandò un urlo.

Aveva tutto compreso. Ritto in piedi, chiedeva spiegazione con gli occhi, con la bocca e con tutta la persona.

La vecchia gli fe’ intendere che Gavina non poteva più ritenere presso di sè quegli oggetti.

— Per qual motivo?

— Perchè la comprometterebbero.

— Ma perchè allora accettarli? — fe’ intendere il muto.

— Per sola amicizia, per non offenderti.

— E perchè non può tenerli come dono di amicizia?

— Perchè un sol uomo può regalare simili oggetti; un promesso — e tu non fosti mai tale.

— Non gli si disse, che, se lavorava nello stazzo per conto loro, gli avrebbero concesso la fanciulla?

— Fu uno scherzo!

— Non gli si disse che Gavina gli avrebbe voluto bene?

— Fu uno scherzo!

— Perchè lusingarlo, accettandolo nello stazzo?

— Scherzo!

— E che male potrebbe venire a Gavina, se ritenesse, come una memoria, i suoi orecchini?

— Potrebbe spiacere all’uomo che la chiedesse in isposa.

— Ma quest’uomo non c’è!

— C’è!

— Chi mai?

— Giuseppe!

Questo dialogo era stato fatto a furia di segni e di urli — ma il muto aveva capito. Mandò un grido, gettò uno sguardo fulminante sulla coppia che gli stava dinanzi, e ripose in tasca con moto febbrile la scatoletta di cartone, che la vecchia gli aveva restituito. Era una fiera, un pazzo — e ne ebbero paura.

Il muto riflettè alquanto; poi, digrignando i denti, mostrò il pugno chiuso ad entrambi; afferrò con mano confulsa la canna del suo fucile; tolse di tasca il suo fazzoletto, lo lacerò coi denti, e lo gettò ai loro piedi; quindi strinse sul petto le due braccia in forma di croce, indicò il cielo, segnò col dito lo stazzo; e piegò leggermente la testa sulla palma della mano destra. Con tali segni egli aveva detto:

— Giuro di uccidervi tutti, se non manterrete la promessa, concedendomi in isposa la vostra figliuola!

E senza aspettar risposta, Bastiano si diede a correre verso la campagna, come se fosse inseguito. Non si volse, non sostò mai; andò sempre innanzi, saltando su per le rocce, senza sapere ove andasse.

Era nuovamente diventato una belva.

Anton Stefano e sua moglie lo seguirono macchinalmente con gli occhi per un buon tratto, poi si guardarono in faccia.

— Ebbene — disse la moglie.

— Ebbene... temo che la cosa vada a finir male!

— Lo credi proprio?

— Sì!

— Allora puoi toglierti i calzoni e metterti le gonnelle perchè non sei che una femminuccia!