VIII. La domanda di matrimonio

Anton Stefano aveva terminato il suo pranzo frugale; e se ne stava, al solito, sdraiato sotto un elce che trovavasi sotto il riparo di un macigno, a breve distanza dallo stazzo.

Giuseppe, arrivato nel momento all’Avru, senza neppur salutare le donne, si era incamminato verso il pastore, e gli sedette al fianco. Dopo avergli dato il buon giorno, prese addirittura a entrare nell’argomento.

— Anton Stefano, voi avete notato da qualche tempo la frequenza delle mie visite al vostro stazzo; e son persuaso che avrete chiesto a voi stesso la ragione della mia premura insolita nel salutare la vostra famiglia.

— Difatti — non lo nego — le tue visite frequenti mi hanno stupito alquanto. — Giuseppe — ho detto fra me stesso — lascia le sue terre troppo in abbandono, e trascura i suoi interessi!

— Che cosa avete pensato di me?

— Che volevate darvi alla vita dello scioperato.

— E vi siete ingannato! Io invece, qui venendo, non ebbi in animo che di metter testa, e di cominciare una vita più seria e più attiva!

— E come questo?

— Ve lo spiego in due parole, e senza preamboli. Voglio prender moglie!

— E venite a me per chiedere un consiglio?

— Oibò! vengo a voi per chiedere la moglie.

— A me?

— Sicuro. Perchè voi solo potete darmela: voglio la Gavina!

Anton Stefano, che era sdraiato, si alzò di colpo e si mise a ridere.

— Mia figlia....?

— Sì, vostra figlia! — non fatemi osservazioni di sorta, perchè ci ho pensato a lungo. La mia età, la mia condizione, la mia moralità, il mio patrimonio, son tutte cose a voi note, nè avete bisogno di attingere informazioni al mio riguardo. Rispondete dunque netto e senza complimenti: me la date, sì o no?

Anton Stefano riaccese lentamente la pipa che si era spenta, si aggiustò il berretto, prendendo tempo per rispondere. La risposta alla domanda di Giuseppe fatta così a bruciapelo, non era così facile a darsi, come il suo parente credeva.

Si avvide subito Giuseppe, dell’impressione prodotta nel vecchio, dalla sua domanda — e se ne sgomentò. Che cosa poteva impedirgli di dare una risposta affermativa, spontanea? Perchè quella nebbia e quell’improvviso cambiamento nel volto del vecchio? Con gli occhi fissi in quelli dello zio, egli aspettò trepidante una risposta, che tardava troppo ad uscirgli dalla bocca.

Dopo aver carezzato a più riprese la sua barba grigia, Anton Stefano, rivolto al giovine gli disse con tono grave e solenne:

— Capirai, Giuseppe, ch’io ti conosco, e che il riceverti come figlio nella mia famiglia sarebbe un onore, di cui andrei orgoglioso. Miglior partito per la mia figliuola non potrei pretendere, nè essa troverebbe. Vi è però un ostacolo grave che si oppone al tuo e al mio desiderio — trattasi di delicatezza, di prudenza, di cuore, e....

— Ostacolo grave?.... di delicatezza?.... Non capisco!

— Ho motivo di credere che Gavina non sia affatto libera di cuore....

Un sudore freddo bagnava la fronte di Giuseppe. A questa rivelazione sentì una mano comprimergli il cuore. Senza volerlo, ripensò allora al contegno strano di Gavina, alla sua perplessità, ai modi singolari, che fin allora egli aveva creduto frutto di timidezza e d’ingenuità.

— Avete motivo a credere che Gavina non sia libera? — ripetè, dubitando di aver male inteso.

— Sì, vi è forse un altro pretendente, che potrebbe creare qualche disturbo a me.... ed a voi!

— Un altro pretendente....?

E Giuseppe cercava col pensiero chi poteva essere quest’uomo a lui sconosciuto. Da due mesi circa che egli frequentava lo stazzo, non aveva mai veduto alcuno che potesse ispirargli timore. Per quanto si torturasse la mente, non potè rintracciare il suo misterioso rivale.

— E quest’uomo frequenta il vostro stazzo?

— Sì.

— Ed io lo conosco?

— Sì.

— Ditemi il suo nome.

— Bastiano.

Giuseppe si rizzò in piedi come spinto da una molla, e facendosi presso al vecchio, ripetè:

— Bastianu Tansu?

— Egli stesso.

— Il sordo-muto?!....

— Il sordo-muto!

La calma tornò di nuovo nel cuore di Giuseppe; e componendo il labbro ad un amaro sorriso, esclamò, quasi offeso:

— Anton Stefano, voi scherzate e volete farvi giuoco di me. Ciò non sta bene, quando si tratta di cose serie!

Il vecchio soggiunse con pari serietà;

— Io non uso scherzare, quando trattasi dell’avvenire di mia figlia, e della lealtà del giovane onesto che me la chiede. Ho detto il vero!

Giuseppe si passò una mano sulla fronte, credendo sempre di sognare.

— Ma.... — soggiunse dopo una breve pausa, — Gavina si contenta?

— Non lo so. Potrebbe anche contentarsi!

— Potrebbe? Siete dunque voi che volete questo matrimonio?

— Nè io nè mia moglie possiamo volere per genero un sordo-muto.

— Nè un volgare assassino....

— Giuseppe....!

— Sì un assassino; sarei anche capace di dirglielo in faccia! — gridò indignato il giovine, non credendo ancora a quanto il vecchio andava narrandogli. — Spiegatemi almeno come stanno le cose.

— Ma... non saprei forse spiegarle. Il muto da qualche tempo frequenta il mio stazzo... ci aiuta, fa qualche lavoro, ed ha un carattere dolcissimo. Si mise però in testa che la Gavina potesse far per lui; si lusingò.... non so di che; prese sul serio certi scherzi delle donne... e pare che nutra delle serie speranze.

— Ed è tutto questo?

— Sì.

— E vi fece intendere la sua intenzione...?

— Oh, mai.... ha fatto, così qualche regaluccio....

— E allora...?

— Voi conoscete il muto... sapete quanto è feroce quando si mette in testa una cosa....

— Ma vi è mezzo di fargliela togliere — esclamò vivamente Giuseppe, con gli occhi che mandavano lampi. — Gli si dice con le buone... e se con le buone non intende, si ricorre alle cattive... e si mette addirittura alla porta. Insomma, io vi domando la mano di vostra figlia Gavina — esclamò risolutamente il giovine. — Me la date sì o no?

— Per parte mia ve la concedo, e con piacere; però pretendo seriamente che il muto non sia molestato e che io non abbia a soffrire alcun disturbo, o dispiacere: egli è parente dei Vasa, e ben so quanto bisogna andar cauti in fatto di inimicizie. Tutte le grandi cose, in Gallura, furono sempre partorite dalle cose piccole — e so quel che mi dico. Abbiate dunque pazienza, o Giuseppe, se è vero che amate la mia figliuola; e se vi riuscirete con la prudenza e con l’astuzia a far ricredere il muto delle sue stolte pretensioni, il contratto e bell’e stabilito, nè se ne parli più.

Stasera ne terrò parola a mia moglie, e vedremo il partito da prendere. — Vi prevengo però: desidero, anzi voglio, che si prendano tutte le cautele; senza ricorrere, cioè a mezzi violenti e a scene spiacevoli, amo la tranquillità della mia casa e della mia famiglia, nè voglio immischiarmi in contestazioni, che ho saputo evitare per ben cinquant’anni. Non vorrei aver disturbi nella vecchiaia. Non vi dico altro!

— E sta bene. Io penserò a soddisfarvi.

E così dicendo Giuseppe si era allontanato dal vecchio, il quale, per tutta quella sera, non fece che ripensare alla domanda del nipote, studiando tutti i mezzi per togliersi d’impaccio nell’intricata situazione. — E aggiungete che Anton Stefano, che era una buona pasta d’uomo, aveva taciuto a Giuseppe, ciò che sempre aveva taciuto in famiglia. In fondo in fondo il muto non gli dispiaceva, nè aveva mai creduto un peccato mortale concedergli la figliuola. Bastiano non poteva dirsi brutto; era un instancabile lavoratore, aveva dell’abilità, e non mancava di cuore.

— Gran che l’esser sordo-muto! diceva nell’intimo della sua coscienza. — Conosco tanti giovanotti che parlano e che ascoltano, eppure son più muti e più sordi di Bastiano! Ma andate a dire queste cose alle mogli e alle figlie! Vi mangiano vivi.

*

Giuseppe meditò a lungo sul dialogo avuto col pastore, nè arrivava a persuadersi dell’accaduto. Alla sua mente ritornavano certe circostanze non prima avvertite — e fra tutte la improvvisa comparsa del muto nell’orticello, e il grido e la fuga della fanciulla.

Quel grido era amore, od era paura?

Ecco quanto voleva sapere Giuseppe. Qual sentimento aveva turbato la cugina? Poteva essa nutrire una passione per quello storpio? Ciò non era probabile. — La mente di Giuseppe rifuggiva da simili ipotesi. Come mai Gavina poteva lasciarsi allucinare da un essere di quella fatta?

Dunque?.... Bisognava cercare il segreto di quell’intrigo. Che cosa accadeva nello stazzo?

Un pensiero balenò alla mente del giovine: — il muto si era imposto col terrore — con quel terrore che lo aveva reso celebre nella sanguinosa lotta che s’era impegnata fra le fazioni dei Vasa e dei Mamia. Col terrore voleva imporsi al cuore della timida fanciulla — col terrore, voleva carpire il consenso dei genitori — col terrore, infine, sapeva allontanare da Gavina tutti quelli che gli davano ombra.

E ciò Giuseppe non poteva tollerare, nè come amante, nè come amico, nè come parente della famiglia di Anton Stefano. E che? non vi sarebbe dunque stato un uomo in Gallura, capace di far stare a dovere il muto? era poi tanto potente e terribile costui? Non era egli un uomo di carne ed ossa come gli altri?

— Dicono che sia figlio del diavolo — concludeva Giuseppe. — Ebbene, anche per il diavolo quando ogni mezzo mancasse, c’è l’acqua santa!

Giuseppe, nel segreto del cuore, passava in esame tutti i mezzi validi per far ricredere quel forsennato; ne trovava molti, ma c’era un guaio; bisognava far le cose in modo da non dispiacere al futuro suocero, che rifuggiva dai forti attriti, — e da non spaventare la cugina, che egli già amava alla follìa. Il pensiero che un altro aspirasse a quella graziosa creatura, lo inquietava molto e allo stesso tempo non faceva che accrescere la sua passione. Provava come un dispetto geloso — si sentiva umiliato d’essere costretto a lottare con un essere che egli credeva molto inferiore a lui, sotto tutti i rapporti.

Anton Stefano — la stessa sera — tenne parola alla moglie della domanda formale di Giuseppe, e dei timori che gli incuteva il muto. Non si può immaginare la gioia con la quale la vecchia accolse la fausta nuova, che d’altronde era per lei assai vecchia; perocchè la madre di Gavina aveva avuto più volte occasione di esplorare le intenzioni di Giuseppe per la sua figliuola.

Da quel momento la vecchia prese impegno di guidare lei stessa le cose.

— Lasciami fare — aveva detto al marito — se vorrai secondarmi prendendo consiglio da me, condurrò le cose, in modo, che rimarrete tutti contenti.

— Temo però che noi le abbiamo troppo imbrogliate! Aveva esclamato il vecchio, non sapendo vincere un presentimento che da lungo tempo lo tormentava.

— Fida in me!

— Che Dio e San Gavino di Petra Màina ci aiutino!

— E così sia!