VI. Una partita sleale

Era una splendida mattina — la mattina del 15 agosto 1850, giorno sacro dell’Assunzione, una delle feste più solenni della cristianità.

I pastori della Gallura si erano recati alle chiesuole delle diverse cussorgie per assistere alla messa. Era un giorno di divertimento, si errava qui e là per santificare coll’ozio la solennità della festa. Il solo paese d’Aggius ha nel suo territorio tredici chiese rurali; e le feste popolari più frequentate dai pastori sono appunto quelle della Vergine Assunta e del Rosario.

Dal campo del Coghinas, tutto solo, veniva un giovinotto biondo, guidando a tiro un cavallino, sul quale erano due sacchi di grano. Era Michele, il figlio di Antonio Mamia — il fratello di Mariangiola.

Egli veniva dall’aia, ed era diretto ad Aggius incaricato di trasportare il frumento che doveva servire per la provvista di casa.

Poco importava a quel fanciullo del giorno solenne, per lui era sempre festa; libero come gli uccelli, egli non viveva che d’aria, di luce e di canti.

Veniva passo passo, canticchiando una canzone tempiese una di quelle canzoni che sono la vita di quel popolo entusiasta, che nasce colla poesia nel cuore e sulle labbra.

Il fanciullo era allegro, ma strano invero! la sua canzone era mesta.

La sua voce squillante ed argentina echeggiava per i campi silenziosi; e ad essa rispondevano in coro le capinere e i cardellini, che gorgheggiavano tra le frondi degli elci e dei lentischi.

Erano alcune strofe di Don Gavino Pes, il poeta più popolare della Gallura — il Metastasio sardo, come lo chiamò Valery.

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Lu campu no si ’esti

Di gala più, nè d’allegri culori:

In abiti funesti

Mi si mustra la rosa e l’alti fiori;

L’albureddi frunduti

Tutti pal me di luttu so’ vistuti.

Il paziente cavallo, colla testa bassa e con passo stanco seguiva lentamente il giovine conduttore, il quale interrompeva tratto tratto la sua canzone per sollecitarlo a camminare.

Il fanciullo era già arrivato a mezza strada, e misurava coll’occhio la distanza che lo divideva dal suo paese.

Giunto ad una svolta, mentre cantava i versi:

E di la primaera

È vinuta pal me l’ultima sera.

si udì uno sparo di fucile.

La canzone spirò sulle labbra di Michele, il quale si fece pallido. Non ebbe neppure il tempo di guardare donde venisse il colpo: cadde prima sulle ginocchia, poi stramazzò supino, e chiuse gli occhi per sempre.

Il cavallo, con la testa bassa, continuò la sua strada inciampando ad ogni passo nella lunga corda che si tirava dietro.

*

Verso le due dopo mezzogiorno, la moglie e la figlia di Mamia erano sedute al telaio, nella loro casetta d’Aggius. La vecchia consolava la Mariangiola che non poteva darsi pace dell’abbandono di Pietro.

Ad un tratto s’intese come un mormorio confuso che man mano andava crescendo; come il tumulto di una folla che irrompesse nelle vie del paese.

Madre e figlia si fecero paurosamente alla porta; e un orribile spettacolo si offerse ai loro occhi.

Una folla piangente attorniava e seguiva due pastori, i quali portavano una specie di barella improvvisata con frasche d’elci e di lentischi. Su quella barella avevano adagiato il cadavere di Michele.

Furon grida, spasimi, lamenti che straziavano l’anima, e che la penna rifiuta di descrivere. I parenti, gli amici, le comari, le donne del vicinato, tutti aggiungevano i loro pianti al pianto d’una madre e d’una sorella che si strappavano i capelli, pazze dal dolore.

Fu subito chiamato Antonio Mamia, che trovavasi in campagna....

Il vecchio arrivò in paese l’indomani all’alba. Aveva la faccia del color della morte, e le mani in preda ad un tremito convulso; ma i suoi occhi non mandarono una lacrima. Tutto il suo dolore si era concentrato nel cuore, e la sua mente non si preoccupava che di un solo pensiero — quello della vendetta.

Colle braccia conserte sul petto, egli fissò più volte il suo figliuolo, che pareva dormisse; indi si mise a passeggiare da un capo all’altro della stanza, in preda ad una smania febbrile. Invano gli astanti cercavano di consolarlo: egli non ascoltava nessuno. Dava un rapido sguardo a quel volto color di cera e a quelle membra irrigidite dalla morte, e continuava a passeggiare in mezzo ai pianti ed alle grida dei parenti e delle comari che ingombravano la sua casa.

A un certo punto, una giovinetta diciottenne, ch’era stata taciturna in un angolo della stanza, uscì nelle seguenti lamentazioni con un linguaggio orientale, biblico. Era una specie di nenia (attititu) che molto spesso si pronuncia nei funerali, da persone anche della famiglia.[13]

«La tua vita era un raggio di sole, una melodia d’amore, un olezzo di gelsomino; — e per tanto sei sceso nel sepolcro, dove non v’ha conforto di luce, di suoni, o di profumi. E fu sventura!

«I compagni ti dicevano forte, le fanciulle bello, le madri buono; — e pertanto la morte ti ha colto all’impensata, non rispettando il tuo vigore, la tua bellezza, e la tua bontà. E fu perfidia!

«Eri verde ramoscello pieno di fronde e di vita; e crescevi rigoglioso, carezzato dai venti ma gli uomini t’han reciso dal vecchio ceppo, forse paurosi del tenero virgulto, destinato a diventar robusta quercia. E fu vigliaccheria!

«Com’eri bello, o Michele, quando scendevi dalle colline di Giunchiccia, cantando i versi della capinera! Le giovinette si nascondevano dietro alle siepi per vederti passare e si mormoravano all’orecchio la parola d’amore. Ed ora giaci in mezzo alla stanza; nè più dal labbro ti escono le canzoni della primavera!

«Eri bello! e te lo dissero le fanciulle d’Aggius, quando piene di grazia e di lusinghe ti danzavano intorno. I tuoi occhi, tanto affascinanti, erano azzurri come il nostro mare di Vignola e scintillavano come il granito delle nostre montagne; — avevi i capelli biondi come le spighe che ondeggiano sui campi di Coghinas — e le guancie rosate, come l’aurora che saluta gli aggesi dai colli di Calangiunus. Le donne di Vignola t’han chiamato bello — ed è perciò che gli uomini della Trinità t’hanno ucciso!

«Ed ora riposi, pallido fanciullo, sopra il gelido letto, dove non sei spirato, e dove la madre non ha potuto chiuderti gli occhi. Il sangue che ti scorreva nelle vene era ardente come l’acqua solforica che bolle ai piedi di Castel Doria; ed ora è aggrumato sulla tua ferita, freddo come l’acqua dell’Ampolla che sgorga sulle vette del Giugantino![14]

«Tu dormi — ma il tuo sonno è di morte. Nè raggio di sole, nè profumo d’aprile, nè bacio d’amore potranno ridestarti alle gioie del mondo.

«A te dunque la tomba, o Michele, a tua madre le smanie della disperazione; ed ai parenti il grido della vendetta. A noi soltanto, sconsolate figlie della Gallura, le tristi note del dolore!

«Piangi anche tu Mariangiola! — piangi con noi, o giovinetta tradita ai piedi dell’ara! Strappa dalla pura fronte la corona di sposa, e spargine i fiori sull’altare insanguinato, dove t’hanno ucciso il fratello! Va, ti rinserra nella stanza nuziale, non consacrata dal bacio d’amore; cingi la fronte con un serto di spine, e impreca ai Vasa ch’han deluso i tuoi voti!

«Oggi è un giorno di lutto. Venite, venite o vergini della campagna, ad intonar meco la canzone del pianto! Non vedete voi che il vento della sera reca in giro i pètali del fiore! Piangete dunque, o vergini sconsolate, poichè quest’anno i nostri mandorli non porteranno frutti!

«O fiorita ginestra dei campi d’Aggius, noi ti mandiamo l’ultimo saluto, giacchè forza umana non potrà ravvivare il tuo stelo reciso. Chi non darebbe la metà del suo sangue per rivederti in mezzo a noi? Nessuna vergine di Vignola negherebbe di posare le sue labbra ardenti sulla tua bocca di gelo, se un bacio d’amore potesse ridonarti alla vita! Ma il bacio di fanciulla innamorata non può destare alcun fremito vitale sulle membra irrigidite dalla morte!

«Piangiamo insieme, vergine di Gallura: — il nostro fiore è caduto! — »

Antonio Mamia sempre cupo e meditabondo, senza preoccuparsi delle nenie della fanciulla, si era piantato dinanzi al tavolo funebre, dove era disteso il cadavere, coi piedi rivolti alla porta d’uscita.[15]

Stette alcuni minuti con gli occhi fissi sul figlio; poi con voce calma, ma improntata di amaro sarcasmo, pronunciò lentamente le seguenti parole:

— Povero fanciullo! Han fatto una bella prova, togliendoti dal mondo! Per fermo al tuo assassino sarà tremata la mano nel prenderti di mira! Guai se non ti avesse colpito, mio povero figliuolo! — Può andar superbo il mio nemico del colpo fatto; e avrà ragione di vantarsene coi valorosi campioni della famiglia Vasa.

La madre dell’ucciso, intontita dal dolore, era sorda ad ogni parola di conforto. Accoccolata in un angolo della stanza, non pronunciava che queste parole:

Lu mè còri[16]

La morte di Michele aveva commosso e indignato tutta la Gallura. Era un fatto nuovo a memoria d’uomo; perocchè nelle secolari inimicizie si erano sempre riguardati come sacri i fanciulli e le donne; anzi il macchiarsi del loro sangue costituiva nelle vecchie tradizioni tal viltà, che non veniva mai perdonata.

Non solo si erano fin’allora rispettate le deboli creature, ma in ogni tempo era stata scrupolosa consuetudine differire la vendetta, sempre quando un nemico avesse incontrato l’avversario (a piedi o a cavallo) in compagnia di una donna o di un fanciullo. — A questo proposito mi piace far menzione di un’inimicizia sorta appunto in Gallura, per aver violato la generosa consuetudine. Nel 1775, non solo non si rispettò il nemico che trovavasi in compagnia di una donna — ma insieme a lui si uccise la nuora incinta (la pastorella Teodora) che sedeva in groppa dello stesso cavallo. E bastò questa viltà perchè fra due fazioni si accendesse una guerra sanguinosa.

La sera del 16 agosto la salma di Michele fu portata a seppellire nel piccolo cimitero di Aggius. Una folla di congiunti e di amici andò dietro al feretro facendo gran piagnisteo, come vuole l’usanza di quasi tutti i paesi della Gallura.

Il vecchio Mamia seguì cogli occhi il funebre corteo; soffrì torture atroci, ma ebbe la forza d’animo di non mandare un lamento, nè di versare una lacrima.

Mi si disse in Aggius, che due giorni dopo la morte del fanciullo, fu veduto il Mamia seduto sulla soglia della propria casa, fumare la sua pipa tranquillo in viso. Quella calma fece paura a molti! Era indizio certo, che quel vecchio meditava un sinistro pensiero.

*

Dall’altura del monte della Crocetta un uomo incappucciato guardava il corico funebre che s’incamminava al cimitero.

Quell’uomo era Bastiano Tansu — il sordo-muto. Era mestissimo, e commosso; poichè mentre reggeva con una mano la testa, coll’altra tergeva le lacrime che scorrevano abbondanti sulle sue guancie.

Era pietà vera? — era rimorso? Non so dirlo.

La voce pubblica aveva accusato Pietro Vasa come autore della morte di Michele; ma chi poteva asserirlo? Il vero feritore s’ignora quasi sempre in queste guerre fratricide; tutti i membri di una famiglia sono solidali nell’esecuzione della vendetta; poco monta conoscere la mano che ferisce; si sa che la mente è una sola, — e basta! — La morte di un nemico è sempre ascrìtta ad una fazione, non mai ad un individuo.

Il muto scese dal monte della Crocetta quando le ombre scesero sopra il villaggio. Egli s’internò nella campagna, poichè si era volontariamente proscrìtto dal paese natio, per sfuggire alla giustizia degli uomini:

Quella di Dio non la temeva.