V. Il battesimo del Muto
Quattro mesi erano trascorsi dagli avvenimenti da noi narrati. Tra le fazioni del Vasa e dei Mamia regnava quella calma glaciale che d’ordinario è foriera di tempesta. La folgore era per iscoppiare; pareva che gli animi esacerbati aspettassero il più lieve appiglio per provocarla. Perchè quella sosta? era facile immaginarlo: perchè ogni fazione voleva un valido pretesto per dar sfogo all’ira, e per avere il diritto d’inferocire sull’avversario. Soliti riguardi di scrupolosa cavalleria!
Quattro mesi, però parvero troppo lunghi; e fu deciso di finirla. D’altra parte non poteva nascere alcun dubbio: vi era un oltraggio da vendicare — dunque il primo pensiero doveva rivolgersi all’oltraggiatore!
Era il 19 marzo 1850.
Pietro Vasa, fin dalla mattina, si era recato alla chiesuola di S. Giuseppe di Cucurenza per assistere alla messa. Era un giorno di festa per i galluresi, e Pietro aveva voluto santificarlo.
Terminata la funzione religiosa, verso mezzo giorno, Pietro si era messo in cammino per far ritorno allo stazzo, dove l’aspettava la vecchia madre.
Giunto a metà strada, in un punto ingombro di macchie di lentischio, sostò alquanto per accendere la sua pipa. In quel momento si udirono due spari di fucile. E Pietro cadde a terra gravemente ferito da tre palle.
Alcuni pastori, che per fortuna passavano colà accorsero a lui, gli fasciarono le ferite e lo trasportarono al suo stazzo, dove ricevette le prime cure.
Sapendolo in pericolo di morte, il parroco della Trinità di Agultu si recò subito da lui per confessarlo e lo esortò a perdonare ai suoi nemici.
— Sì....! — rispose il Vasa con voce spenta — che tanti angeli li accompagnino in vita e in morte!
Ma mentre il prete si avvicinava alla porta per andarsene il Vasa si rivolse a un suo parente che gli stava al capezzale, e gli disse solennemente e con significato:
— Ricordati che mi hanno ucciso!!!
Il prete tornò indietro indignato:
— Pietro!.... che vai dicendo? Io non posso più ascoltarti; cerca un’altro confessore![11]
Si aspettava che da un giorno all’altro Pietro Vasa spirasse; eppure — vero miracolo — egli migliorò, e dopo una settimana era fuori di pericolo. Fu trasportato dallo stazzo ad Aggius, e più tardi da Aggius a Tempio per sottoporlo a più rigorosa cura, e dopo un mese potè ripigliare le sue forze e le sue faccende.
Chi era stato l’autore di quell’agguato? Due versioni corsero in proposito: gli uni ne accusarono Mamia per l’oltraggio fatto alla figliuola — gli altri i Pileri, per gli antichi dissensi e per i continui dispetti che ricevevano dal Vasa.
Ad ogni modo il tiro veniva dai Mamia imparentati coi Pileri. Il dado era gettato, e cominciò da quel giorno la strage sanguinosa che doveva durare per sei anni.
Ferito il Vasa, i suoi parenti pensarono di farne le vendette e fu Michele Tansu che si incaricò del colpo.
Poche settimane dopo il ferimento di Pietro Vasa, trovandosi il Tansu in compagnia di un suo cugino s’imbatterono in due parenti del Mamia, e scaricarono su di essi i loro fucili. Uno di loro cadde ferito.
Ma i parenti del Vasa non menarono vanto di questa vendetta per lungo tempo.
Verso gli ultimi di aprile, il vecchio padre del ferito vendicò suo figlio uccidendo Michele Tansu, e nascondendone il cadavere nella campagna di Aggius.[12]
Gli stessi nemici fecero correre in paese la voce della vendetta fatta, e si può immaginare quale impressione produsse negli aggesi la notizia ferale. Quella morte misteriosa e la sparizione del cadavere rendevano più luttuoso l’avvenimento. Le ire, le bestemmie i giuramenti di vendetta correvano di bocca in bocca. Gli uomini imprecavano i vivi, impugnando i loro fucili; le donne piangevano i loro morti, mandando al cielo grida strazianti.
Michele Tansu era fratello di Bastiano — il sordo-muto. Quando a costui fu comunicata la disgrazia che lo aveva colpito, poco mancò non diventasse pazzo. Colle narici dilatate, cogli occhi fuori dell’orbita fissò stupito l’incauto messaggero, quasi credendo scherzo la ferale notizia. Abituato ad esser deriso, tardò a prestar fede all’asserzione. Quando però un secondo, un terzo, tutti gli confermarono l’assassinio, mandò un cupo ruggito e prese la campagna.
Pareva un forsennato, quantunque tutti conoscessero Bastiano per un giovane di spiriti bollenti e facile all’ira, pure si era ben lontani dall’immaginazione che la morte del fratello potesse produrre in lui una così terribile impressione.
Tutta quella sera e il giorno seguente il muto corse la campagna. Andò di stazzo in stazzo, si spinse fino alla spiaggia, e visitò le cussorgie della Trinità e di Vignola, chiedendo sempre di Michele. Dopo aver cercato il suo fratello vivo, quell’infelice cominciò la ricerca del fratello morto: — visitò tutti gli antri e le gole; osservò attentamente ogni crepaccio di granito ed ogni macchia di lentischio, e si diede persino a graffiare con le unghie la terra, quando gli pareva smossa di recente.
Le sue indagini furono vane.
Spossato, stanco, fuori di senno, sedette su un’altura, e si diede a contemplare tutta la grande distesa della campagna sottostante. Volgeva intorno le pupille stralunate, chiedendo agli uomini il suo Michele, dilatava le nari, quasi volesse fiutare il sangue dell’assassinato; stringeva i pugni e li mostrava al cielo, quasi imprecando ad esso perchè gli negava il conforto di abbracciare un cadavere.
Il sole era sceso dietro ai monti dell’Asinara — le tenebre erano calate sulla natura; ma il muto non volle abbandonare il suo posto.
L’assassinio del fratello aveva destato nell’animo del muto tutti i peggiori istinti e insieme con essi un prepotente bisogno di sfogare il cruccio che covava nel cuore. La sua strada era stata tracciata dal destino, nè titubò un istante ad ubbidire alla voce insistente e misteriosa che dal fondo della sua coscienza lo eccitava al delitto.
Tornò a casa preoccupato, pensoso, ma calmo in apparenza. Non confortò i più stretti parenti che si disperavano — non badò agli amici che lo compiangevano, o fingevano compiangerlo per maggiormente irritarlo.
Pietro Vasa, sopra tutti prese a consolarlo in un modo singolare: più che condoglianze per la sciagura accaduta, pareva desiderio di fomentare l’odio in quell’uomo, facile ad accendersi.
Quel giorno il muto afferrò per la prima volta un fucile, e giurò di mai più riporre il piede nel suo paese. Gli uomini non l’avevano compreso — ed egli studiò il modo di farsi comprendere; la natura gli aveva chiuso la bocca — ed egli pensò di far parlare la bocca del suo fucile. Le sue smanie, le sue preghiere, la sua disperazione non potevano ridonare la vita al suo Michele; ma che perciò? Se non era in suo potere dar la vita ai morti, ben sapeva che avrebbe potuto dar la morte ai vivi.
Il giovane sordo-muto fin’allora trastullo dei suoi compagni, si innalzava terribile sopra gli uomini. Il sangue di suo fratello gli gridava vendetta; ma egli giurò di spargerne tanto — fino a placare l’ombra dell’estinto.