XI. Cuor di madre

Quando la famiglia di Anton Stefano seppe dai Vasa del giuramento strappato al muto visse più tranquilla.

La madre di Gavina cominciò a vedere il frutto de’ suoi raggiri — ma non era ancora soddisfatta. Il muto aveva tutto obliato — o almeno aveva finto di obliare; ma egli non aveva sospese le visite all’Avru, dove si presentava per passarvi al sicuro qualche notte, per chiedervi un tozzo di pane, o per lavorare volenteroso.

La presenza del muto nell’Avru non tornava gradita ad alcuno, poichè poneva inciampo alle intenzioni di Giuseppe, teneva in continua agitazione i due vecchi, e impediva alla Gavina di mostrarsi benevola col cugino. Essa lo aveva ben detto alla madre; «finchè il muto mi vorrà bene, io non sarò mai d’altri, poichè non voglio che soffra!»

E per vero era incomprensibile il sentimento che avvicinava Gavina a Bastiano! Era pietà, riconoscenza, rimorso, o paura? Forse un po’ di tutto. Da qualche tempo l’improvvisa comparsa del muto faceva in lei uno strano effetto. Dinanzi a lui rimaneva come paralizzata, subendo il fascino di quelle nere pupille che la fissavano, come la vipera fissa l’uccelletto per ammaliarlo. Ma perchè, poi? l’ignorava! Sapeva solo d’essere schiava di quell’uomo — e gli ubbidiva ciecamente come se lo riconoscesse per suo Signore. Non aveva paura, ma gli voleva bene, la sdegnava la sua presenza, ma si sentiva inquieta quando lo sapeva lontano.

Gavina, ormai, non comprendeva sè stessa. Giunse persino a credersi dominata dallo spirito infernale — e invocò il perdono di Dio, nel dubbio ch’ella fosse dannata. Pregò, stancò il Cielo — ma nessun santo le tolse dal cuore il misterioso sentimento che la turbava.

A Giuseppe avevano taciuto le minaccie di Bastiano e gli accordi presi co’ parenti. Nè Anton Stefano, nè sua moglie, avevano creduto conveniente informarlo dell’accaduto. Le circostanze erano gravi: il vecchio non era troppo alieno dall’accordare al muto la mano della sua figlia: la madre però, donna prudente, si era incaricata dell’assestamento delle cose e pensava a trar profitto della situazione.

Il muto, dal suo canto, non supponeva le cose inoltrate come lo erano: credeva anzi che Giuseppe ignorasse sempre le sue intenzioni a riguardo di Gavina.

*

Dal giorno che la vecchia gli aveva restituito i doni, il muto non si era mai trovato da solo a sola con la fanciulla; poichè la fanciulla aveva saputo trovar modo di sfuggirlo — come sfuggiva Giuseppe, di cui era seriamente innamorata.

Dacchè Bastiano aveva fatto ritorno all’Avru, si era notato un cambiamento nelle sue abitudini. Non scherzava più nè rideva come prima; sedeva in un canto del piazzale, e lavorava tranquillamente non preoccupandosi di nulla — neppure delle insidie che potevano venirgli tese come bandito. Ma da questo lato aveva sempre una misteriosa sorvegliante: Gavina — la quale, quantunque in apparenza distratta, non dimenticava mai di volgere uno sguardo all’ingiro, per far la guardia al suo protetto.

Una sera, mentre le donne erano raccolte nello stazzo, la moglie di Anton Stefano aveva trovato modo di appiccar discorso con Giuseppe, e lo aveva tratto seco, per la piccola viottola che conduceva all’ovile, poco distante.

Giuseppe quella sera era molto preoccupato; e la futura suocera ben sapeva il motivo della sua inquietudine.

— Cos’hai, Giuseppe? — le disse, fingendo un’aria distratta.

— Sono annoiato.

— Un po’ di pazienza, figliuolo mio! Le cose si appianeranno.

— Temo che la Gavina non mi voglia bene!

— Timori sciocchi! la Gavina non pensa che a te — e te ne darei le prove più convincenti, se delicatezza di madre non mi consigliasse di tacere.

— Quel muto che non vuol abbandonare lo stazzo m’indispone... m’irrita!

— Che vuoi? è un povero bandito che tutti siamo in dovere di proteggere.

— Mancano forse altri stazzi in Gallura? Perchè lo abbiamo sempre fra i piedi?

— Pazienza, figliuolo! Bastiano finirà per andarsene.

— Pare però che ne dimostri poca voglia.

— Si stancherà di venirvi.

— E... se non si stancasse?

— Allora si troverà il modo di farlo stancare.

La suocera pronunciò queste parole con un tono così secco, che Giuseppe si fermò di botto, e la fissò in volto.

— E qual modo?

La suocera lanciò un’occhiata al nipote, e si strinse nelle spalle.

Giuseppe capì — o credette capire. Capiva che non bisognava render la suocera responsabile di certi avvenimenti.

Camminarono insieme per un buon tratto di strada ma senza discorrere. Quel silenzio non faceva che far maturare nel cervello di Giuseppe l’idea che vi era stata gettata, come a caso, dalla futura suocera. L’eco delle ultime parole della vecchia non si era perduto nello spazio: si ripercuoteva ancora nelle orecchie dell’amante.

Giuseppe era sopra pensiero. Grosse goccie di sudore grondavano dalla sua fronte: ed egli le asciugava col fazzoletto. La vecchia finse di far cadere ad arte il discorso sopra ad altri argomenti — ma Giuseppe non sentiva; esso andava ruminando quella idea, quasi rivoltandola da tutte le parti, come per trovarvi il lato più comodo per realizzarla.

Dopo un lungo silenzio, la vecchia domandò a Giuseppe se nelle sue terre di Bortigiadas aveva seminato molto grano, e Giuseppe, che non sentiva nulla, le rispose cupo, con altra domanda.

— Ditemi... il muto ha proprio giurato di non offendere la vostra famiglia?

— Sì — rispose la vecchia; e siccome capì che il pensiero di Giuseppe non era uno scrupolo di coscienza, riprese: — però i parenti del muto non richiesero da noi un ugual giuramento.

— E come mai hanno potuto omettere una formalità così importante?

— Ma!... chi lo sa?

Continuarono a passeggiare, fecero ritorno a casa ma non pronunciarono nessun’altra parola sul muto.

Avevano detto abbastanza — e forse Giuseppe credette capire più di quanto la vecchia aveva voluto dirgli. Il geloso cugino pensava per proprio conto, ma voleva creare un pretesto per mettere in pace gli scrupoli della coscienza.