XII. Si rompe ogni indugio
Era l’ora di stanchezza e di melanconia, in cui si ristà dal lavoro; quell’ora che non è giorno, nè notte troppo tardi per lavorare — troppo presto per andare a letto; l’ora in cui i grilli cantano con più sentimento e in cui le civette e i gufi della Gallura cominciano la monotona serenata degli sbuffi e dei fischi cadenzati; l’ora che invita le madri a preparar la cena, e le figlie a ricambiare una stretta di mano con l’innamorato.
Una quiete serena regnava per le campagne dell’Avru.
Anton Stefano e Giuseppe si erano allontanati per visitare alcuni terreni, verso l’Adu di Sarzughe. La mamma, con le serve, era in cucina, intenta a impastar la farina; le due figlie maggiori si pettinavano sul limitare dell’uscio e Gavina si era recata nel cortiletto, per spiccare dalle corde i pannellini che il sole con tutto comodo aveva rasciugato nelle sue dodici ore di viaggio.
Bastiano, seduto all’estremità del piazzale, era quasi solo. Col fucile fra le ginocchia e col volto fra le mani, pareva riflessivo, annoiato. La vecchia per un po’ di tempo lo aveva tenuto a bada; poi lo aveva piantato lì senza tanti riguardi, per accudire alle faccende domestiche. Voleva fargli capire che la sua presenza cominciava ad essere incresciosa, e che se veniva tollerato lo era solo per cristiana misericordia.
Il muto non era così gonzo da non avvedersi della diversità di trattamento che riceveva in quella casa. Capiva benissimo che nello stazzo era di troppo, ma si era rassegnato a subire qualunque umiliazione, pur di non rinunziare alla visita di Gavina. — Giacchè ogni altro conforto gli era negato.
La fanciulla dal suo canto, non faceva che contraccambiargli il saluto — senza trattenersi con lui, come per lo passato. Ella aveva disposto le cose in modo, che non le rimanesse un minuto di libertà. Era sempre affaccendata in occupazioni, create lì per lì per darle il pretesto di star lontana dal muto.
Bastiano fingeva non accorgersi di nulla; sorrideva mestamente al sorriso di Gavina, ma provava una stretta al cuore.
Stanco finalmente di rimaner solo nel piazzale, egli si alzò lentamente si accostò all’uscio dello stazzo vi cacciò dentro la testa, e mandò dalla gola un urlo. Quell’urlo era la buona sera ch’ei soleva dare alla famiglia, quando lasciava lo stazzo.
La vecchia con le maniche della camicia rimboccate era venuta in sulla soglia per restituire il saluto a Bastiano; ma era subito rientrata in casa, perchè vi si faceva il pane, e non poteva abbandonare la pasta.
Il bandito prese a destra, verso Aggius; fece il giro dello stazzo, e passò dinanzi al cortiletto, dove Gavina ritirava i panni dalle corde.
La vide, e si fermò a contemplarla.
Gavina non aveva sentito le pedate del muto nè poteva immaginare che in quella sera l’ospite lasciasse lo stazzo prima dell’ora.
Dopo aver alquanto riflettuto, Bastiano si diresse pian piano verso di lei, e le si fermò dinanzi.
L’inaspettata apparizione fece trasalire Gavina; ma non ebbe il tempo nè credette conveniente allontanarsi da lui. Chinò gli occhi a terra, si lasciò cadere le braccia lungo il corpo, e stette immobile — come se aspettasse una condanna dall’uomo ch’ella aveva involontariamente lusingato co’ sorrisi e le attenzioni. Gavina teneva sempre la testa bassa; non guardava il muto, ma sentiva il fascino di quegli occhi lampeggianti che le metteva un brivido in tutta la persona. Il bandito non fece altro che allungare la mano verso di lei, e col pollice e l’indice le pizzicò dolcemente il lobo dell’orecchio, come per chiederle conto degli orecchini che vi mancavano.
La fanciulla comprese quanto il muto voleva dirle, levò gli occhi su lui, quasi per implorare pietà; e con le mani giunte, fissando il muto con uno di quegli sguardi che di consueto lo disarmavano, gli fece intendere che la perdonasse; che lei non ci aveva colpa che lo avrebbe amato sempre... ma come un fratello.
Ma Bastiano non faceva che guardarla negli occhi, dimenticando le promesse fatte e gli avvertimenti di Anton Stefano e della moglie.
La belva era domata. Bastiano si avvide ben tosto che aveva bisogno di allontanarsi da quella donna per gustare tutte le voluttà dell’odio. Dinanzi a lei non provava che amore — soltanto amore.
Fra le stranezze del suo sentimento, ve n’era una che non sapeva spiegare: egli non aveva mai nudrito odio nè rancore per Gavina — cercava sempre in altri le cause della sua infelicità, non mai nella figlia di Anton Stefano.
Finalmente — temendo di venir sorpreso da qualcuno, o di commettere qualche imprudenza — il muto stese la mano a Gavina, come per darle e ricevere un saluto — un addio. La fanciulla dopo aver esitato, si decise a mettere la sua bianca manina in quella ruvida di Bastiano — e allo stesso tempo portò il grembiale agli occhi, per asciugarsi le lacrime che cadevano copiose.
Allora il muto, con dolce violenza si recò alle labbra quella mano prigioniera, e v’impresse un bacio infuocato.
Ad un tratto però, Gavina levò la testa. La sua fisonomia si era d’improvviso trasfigurata: i suoi occhi scintillavano di gioia: le sue labbra tremanti si erano composte ad un ineffabile sorriso, mentre le sue orecchie tese parevano carezzate da una musica celeste.
Che cosa era avvenuto?
Bastiano ebbe un lampo di speranza!
Ma l’infelice si era ingannato! L’emozione di Gavina, che lo rendeva pazzo di gioia, avrebbe dovuto invece gettarlo nella disperazione.
La timida fanciulla aveva udito la voce di Giuseppe, il quale tornava dall’Adu di Sarzughe in compagnia del padre — e quella voce aveva la virtù di accenderle il sangue. Il suo Giuseppe cantarellava una strofetta che suonava per lei rimprovero.
Bedda, paichì tanti peni
Senza muttiu mi dai?
Sarà forsi paichì m’hai
Siguru in li tò cateni?
Pallida, spaventata, misurando la gravità della sua imprudenza, Gavina tentò svincolare la sua mano dalla mano del muto; ma il muto non volle lasciare la fanciulla senza dirle coi segni:
— Non devi amar nessuno! perchè sarei capace di uccidere l’uomo che ti facesse sua!
Gavina mandò un grido d’orrore, si svincolò da quella mano d’acciaio, e fuggì verso lo stazzo.
Bastiano era sordo — nè aveva udito la canzone di Giuseppe. Acciecato dalla passione, si era lusingato del turbamento di Gavina; credeva l’insensato, che l’amore si destasse nel cuore della fanciulla, mentre invece esso andava spegnendosi.
Col cuore pieno di speranze, riprese la viottola tortuosa che conduceva alla valle di San Gavino....
Il canto di Giuseppe si era bruscamente interrotto.
Tanto Anton Stefano, quanto il suo futuro genero, avevano veduto nella penombra la Gavina correre spaventata verso lo stazzo; e poco dopo il muto che se ne allontanava frettoloso, prendendo la viottola dell’orticello. Entrambi immaginarono la ragione di quella fuga, e ne provarono dispetto e gelosia. L’uno però non comunicò all’altro l’impressione ricevuta. Giuseppe calmo in apparenza, disse al vecchio che era suo desiderio rientrare nell’Avru dalla parte del piazzale, non volendo incontrarsi col muto, e difatti prese la scorciatoia. Anton Stefano tirò dritto per la sua strada, volendo invece andare incontro al muto.
Gli tagliò infatti la strada, e gli si piantò dinanzi. Bastiano fu costretto a fermarsi.
— Donde vieni? — gli disse con un gesto e con piglio burbero Anton Stefano.
Il muto allungò la mano, e gli indicò lo stazzo.
— Non vuoi dunque capire che le tue visite sono importune?
Il muto allungò il collo e aprì la palma delle mani per domandargliene la ragione.
— Perchè mia figlia è fidanzata con Giuseppe, ed è tempo che tu smetta le molte corbellerie che hai per la testa!
— E che faccio a tua figlia? — continuò Bastiano sempre co’ suoi gesti abituali.
— Fai che m’indisponi il fidanzato, mi spaventi la figliuola, e mi turbi la casa, dove non siamo più padroni di vivere come ci pare e piace!
— E così... non devo più venire nello stazzo?
— No — fece Anton Stefano, dondolando l’indice della mano destra.
— E se io venissi?
Anton Stefano, infastidito, fece col piede il gesto di dargli un calcio.
— Hai capito, finalmente? Non ti voglio più trovare nello stazzo. È la seconda volta che ti ho avvertito; alla terza saprò come regolarmi!
— Mi ucciderete forse?!
— In casa mia non ti voglio nè morto nè vivo! Intendi?!
E senz’altro dire, nè aspettare risposta, Anton Stefano piantò il muto in mezzo alla viottola e s’incaminò verso lo stazzo.
Il muto si volse due volte per guardare il vecchio che si allontanava; indi si cacciò nel sentiero, come un disperato.
L’addio dato a Gavina, la vista del rivale, le minaccie del vecchio, gli avevano fatto salire il sangue al cervello.
Continuò la strada con la testa china camminando a balzi, con un tintinnio nelle orecchie, col fiele sulle labbra e coll’affanno nel cuore.
Giuseppe non era rientrato nello stazzo per la porta del piazzale, come aveva detto al suocero. Aveva fatte un lunghissimo giro, coll’intento di tagliar la strada al muto, verso la vallata.
Il cugino di Gavina era furente. Già da qualche mese egli si era contenuto, vinto dalle preghiere di Anton Stefano, ma ormai l’aspettare più a lungo gli pareva vigliaccheria. Aveva sopportato abbastanza per amor della cugina i capricci del sordo-muto: e sebbene fosse sicuro dell’affetto di lei pure non era tranquillo. Nella condotta di Gavina vedeva una timidezza tale, che lo inquietava, e lo rendeva suo malgrado geloso di quel disgraziato, che credeva capace di qualunque tiro.
Egli ben lo ricordava: la suocera un giorno si era lasciata sfuggire una frase molto significante; — se il muto non si stancherà di frequentare lo stazzo, si cercherà un mezzo per farlo stancare.
La vista di Gavina che fuggiva, e del muto che la seguiva a breve distanza, gli fecero perdere la ragione: era sulle furie, e voleva approfittare del momento propizio. Era sicuro che Bastiano gli tendeva un’insidia, e pensò di prevenire il colpo.
Sedette fra due macchie di lentischio, poste sopra un poggio, dove la viottola faceva gomito. Per di là doveva passare il sordo-muto ed egli lo aspettò. Era trafelato per la corsa fatta, ma vi era arrivato in tempo....
Dieci minuti dopo si udì una detonazione.
Bastiano Tansu — che aveva oltrepassata di cinquanta passi la meta — sentì all’orecchio il fischio d’una palla. Agile come un capriolo, fece due salti avanti e si voltò. — Si udì un altro sparo, e una seconda palla andò a colpire il calcio del suo fucile, e glielo ruppe.
Questa volta, però, Bastiano credette ravvisare il suo nemico che saltava una siepe, e gli mandò dietro una palla, che non lo colse.
L’ira che acciecava i due rivali, e l’ora tarda, avevano mandato a vuoto i loro colpi.
Bastiano seguì con gli occhi l’uomo che si allontanava, guardò il calcio rotto del suo fucile e compose le labbra ad un riso infernale.
— Non ti ringrazio di avermi salvata la vita — pensò con rabbia — perchè della vita son stanco. Ti ringrazio, perchè poni in pace la mia coscienza. Miserabili! — aggiunse, minacciando con la mano l’Avru — voi mi avete sciolto dal più insensato de’ giuramenti!
E continuò la strada incamminandosi verso gli stazzi della Trinità d’Agultu.