XIII. Vendetta

Era la notte del 5 al 6 luglio del 1857.

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A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri camminava per ore ed ore, senza sapere ove andasse.

Si aggirava inquieto intorno allo stazzo dell’Avru; ma finiva per ritornare ad uno speco, chiuso fra tre massi di granito, per poter fissare il pallido lume che vedeva sfavillare laggiù, in mezzo alle tenebre: stella funesta che annunciava una vendetta — punto luminoso che pareva additasse una vittima da colpire.

Dal giorno che Anton Stefano lo aveva coperto d’insulti; dal giorno che Giuseppe gli aveva spezzato il calcio del fucile, facendogli fuoco addosso, Bastiano non aveva più voluto metter piede in alcuno stazzo: nè in quello dell’Avru, nè in altri.

— Ormai son solo! — ei pensava — Non ho più sposa, non ho più amici, non ho più parenti. La sposa si è tolta dalle orecchie i miei orecchini per dirmi che tutto era finito; l’amico mi ha scacciato dalla sua casa come un cane; i parenti han fatto lega co’ miei nemici per perdermi. Han tutti congiurato la mia morte, dunque son solo!

E da quel giorno il muto aveva giurato odio alla sposa, agli amici, e più di tutti ai parenti: — ai parenti che gli avevano strappato il giuramento di non recare offesa alla famiglia di Anton Stefano, senza reclamare ugual giuramento dalla parte avversa. L’omissione di questa formalità poteva nascondere un perfido disegno, e riuscirgli fatale. Era mai presumibile che i parenti avessero dimenticata una promessa che garantiva la sua vita? O piuttosto, nell’ometterla, non avevano essi cercato un mezzo più facile di disfarsi di lui, perchè stanchi di sopportarlo? Eppure erano stati loro la causa prima d’ogni sua sventura! Cieco strumento dei Vasa nell’odio che nutrivano per i Mamia, per essi si era macchiato di sangue umano. Ecco la ricompensa che gli davano.

Rabbia, dispetto, vendetta: — erano questi i sentimenti che si combattevano nell’anima del muto nella notte che precedette l’alba del 6 luglio!

Chi aveva potuto armare il braccio del suo rivale? Anton Stefano e sua moglie! — così ragionava Bastiano. — Essi soli avevano congiurato la sua morte. Mancava loro un braccio punitore — e lo avevano trovato in Giuseppe, a cui si concedeva la mano di Gavina in premio d’un assassinio. « — E i miei parenti plaudirono alla trama infernale! Dopo aver approfittato della mia generosità, mi gettano ora in un canto, come uno strumento inservibile. E mi sta bene!»

E Gavina?

Al pensiero della figlia di Anton Stefano le smanie del muto parevano calmarsi; egli dimenticava gli odii, le vendette e i rancori, per non pensare che a lei. Richiamava alla mente il giorno felice in cui Gavina gli sedeva al fianco sotto l’ombra del cespuglio spinoso, e al ricordo di quel braccio nudo, sul quale aveva impresso un bacio ardente, sentiva il sangue affluirgli al cuore.

Ad un tratto i suoi pensieri presero un altro indirizzo. Gli pareva di veder Giuseppe, più fortunato di lui, stringersi al petto la bella cugina per baciarla in bocca. Allora digrignava i denti; levava al cielo i due pugni minacciosi, e si dava a correre come un disperato, volendo quasi fuggire quella visione infernale, che lo perseguitava dovunque. Il suo odio, come i suoi pensieri, si scatenavano allora contro i due vecchi, che riteneva unica causa della sua infelicità.

— Se Anton Stefano avesse voluto, Gavina sarebbe stata mia! Fu lui che si lasciò dominare dalla moglie; da colei che mi ha preso a gabbo: che mi ha restituito i doni, e che ha concesso la propria figlia al primo venuto, a patto che mi uccidesse! Su lei sola, dunque, dovrebbe ricadere tutta la mia collera; ma io non sarò così vile da macchiarmi del sangue di una femminuccia. Voglio colpirla, sì, nel cuore, ma in modo ch’essa viva per poter conoscere la mano che l’ha colpita. Le nozze di Gavina hanno da essere lugubri: il giorno dell’abbraccio non dev’essere per alcuno un giorno di gioia — dev’essere per tutti un giorno di lutto!

E così pensando gettava uno sguardo terribile sullo stazzo; perocchè in mezzo alle tenebre che regnavano nella sua mente, egli non vedeva che quel lume lontano che altri forse avrebbe scambiato con gli astri del firmamento — non però lui che ben sapeva discernere le stelle del cielo dai fuochi della terra!

Erano stati per lui due giorni di agonia, quelli che precedettero quell’alba funesta! Bastiano vedeva tutto fosco; il cielo gli si presentava sotto un diverso aspetto, la terra aveva per lui nuovi linguaggi: la natura, invece di dargli calma, pareva volesse suggerirgli pensieri sinistri. Il giorno prima aveva errato nella foresta dell’inferno — e forse l’Inferno aveva soffiato nella sua anima.

Tutto gli parlava di morte.

Strane paure, di cui non sapeva darsi ragione, gli si addensavano in cuore. Gli pareva che ogni cespuglio, ogni crepaccio nascondessero una creatura umana; che la stessa solitudine fosse popolata di lugubri fantasmi.

Tutto, a lui d’intorno aveva vita — tutto aveva una parola.

Quando attraversava qualche gola i grossi macigni gli apparivano come giganti minacciosi che aspettassero un soffio di vento per piombargli addosso — quando poneva il piede sulle pianticelle vermiglie che crescono a grappoletti sul muschio o sui licheni del granito, gli pareva di calpestare sangue aggrumato[25]; quando s’internava nelle foreste dei sugheri, trasaliva dinanzi ai tronchi rossi degli alberi a cui era stata tolta la corteccia. Avrebbe giurato che quelle quercie insanguinate storcessero le braccia per dolersi delle loro piaghe — oppure che gridassero vendetta contro gli uomini che le avevano assassinate.

E pensava raccapricciando:

— Dovunque passa, il Gallurese lascia traccia di sangue, — anche sui graniti e sulle piante!

*

Il lumicino si era spento, e lo stazzo dell’Avru era immerso nelle tenebre. Tutta la famiglia di Anton Stefano riposava — ma il muto vegliava per loro.

Accovacciato nello speco, ed in preda ad un tremito nervoso, Bastiano passò la notte a guardare le stelle, finchè le vide sparire ad una ad una.

I primi bagliori del giorno nascente cominciarono a tingere le creste dei monti d’un color scialbo.

Bastiano era stanco, pallido, intirizzito, ma non staccava gli occhi dalle casette dell’Avru, che cominciavano a rischiararsi a poco a poco.

Ad un tratto la porta dello stazzo si schiuse, e un uomo comparve sulla soglia.

Era il pastore Anton Stefano che aveva lasciato le coltri per esplorare il tempo. Era l’ora in cui le sue cure lo chiamavano alla campagna e il muto lo sapeva, perchè pratico delle abitudini di quella famiglia.

Al disotto dello speco che serviva di vedetta a Bastiano era un sentiero che conduceva ad un chiuso. Per di là doveva passare il povero vecchio.

Un’ora dopo il sole gettava i suoi sprazzi luminosi sulla campagna, che pareva destarsi alla vita.

Anton Stefano accese la pipa, montò sulla sua cavalla, s’incamminò, passo passo, per la viottola che rasentava la collina.

Il muto fremette. La vista di quell’uomo produsse in lui un effetto singolare. Mentre da un canto sentì riaccendersi nell’anima l’ira e la vendetta, dall’altra gli tornarono in mente l’affetto e la generosità di quel vecchio pastore, che un dì lo aveva raccolto, protetto, alimentato....

Un velo di sangue offuscò la sua ragione, e sentì mancarsi. Aveva un tremito alle mani, ed un cupo ronzìo alle orecchie.

Aveva sempre colpito le sue vittime con freddo coraggio... e questa volta si sentiva pusillanime.

Chiuse gli occhi spaventato di sè stesso — sperando quasi che il pastore potesse salvarsi oltrepassando la mèta. Li riaprì lentamente dopo alcuni minuti... e guardò.

Anton Stefano trovavasi sotto di lui — a tiro del suo fucile.

Bastiano era pallido, tremante.

Gli parve che uno spirito infernale fosse entrato nel suo corpo, e che operasse nel suo spirito indipendentemente dalla volontà.

Egli guardava a sè dinanzi, come inebetito, non opponendo alcuna resistenza alla forza misteriosa che ridestava i suoi istinti di belva.

Il fucile passò dalle sue ginocchia alle sue mani; ne montò il grilletto, lo spianò, puntò... e chiuse nuovamente gli occhi, quasi sperando che il colpo andasse a vuoto.

Si udì una detonazione.

Anton Stefano ebbe appena il tempo di girare la testa per sapere dond’era partito il colpo. Vide il suo feritore lassù, in piedi fra due cespugli, con gli occhi e la bocca spalancati.

Mandò un grido acuto, portando la mano destra al petto... Barcollò, si contorse, tentò afferrarsi alla criniera della cavalla, ma cadde a terra gridando aiuto per due volte.

Il muto, svelto come un capriolo, era sparito fra i macigni ed i lentischi.

*

Allo sparo dell’arma ed alle grida del ferito, le donne, Giuseppe ed i servi, uscirono dallo stazzo. Essi presentirono l’accaduto quando videro la cavalla di Anton Stefano che tornava sola dall’Avru. La povera bestia era tornata indietro, quasi ad annunziare alla famiglia la disgrazia toccata al suo padrone.

In un baleno si recarono tutti presso al caduto, che si contorceva, tentando invano di puntellare una mano a terra per rizzarsi.

Furono pianti, urli, grida che straziavano l’anima.

Il vecchio fu sollevato alquanto. Aveva il viso color della cera, l’occhio vitreo, le labbra insanguinate. Volse intorno gli occhi, stranamente spalancati, cercando quasi di darsi ragione dell’accaduto.

— Chi ti ha colpito? Parla! parla! — gli chiedevano con ansiosa premura i servi!

— Il muto, non è vero? — esclamarono insieme Giuseppe ed i pastori, già resi feroci dal pensiero della vendetta. E avvicinarono con avidità le loro orecchie alla bocca del morente per raccogliere coll’ultimo respiro il nome dell’uccisore.

Il vecchio volse in giro gli occhi vitrei, e li fissò a lungo sul volto della moglie. Finalmente con un supremo sforzo pronunciò queste parole:

— Date uno scudo a San Gavino... Mi ha ucciso il muto... Dovevamo prevederlo!

Non disse altro.

La scena che accadde in seguito è più facile immaginarla che descriverla. Le figlie, la moglie, le serve urlavano disperatamente strappandosi i capelli e assistettero raccapricciando ad un’agonia straziante che durò due ore.

Uno dei più rispettabili pastori della Gallura, caro a tutti per bontà di cuore, per nobiltà di carattere e per onestà di costumi, era stato tolto dal mondo. Lo stesso Pietro Vasa, quando apprese l’accaduto, esclamò con risentimento:

— Per compensare la morte di Anton Stefano non basterebbe l’uccisione di diciotto uomini!