III

Alfredo Tennyson era nel pieno fulgore delle sue prime glorie, quando furono pubblicate le prime poesie della signora Browning. E l’influsso del Tennyson vi si sente talvolta, unito con quello di Wordsworth e dello Shelley. Ma la signora Browning ha di suo tante rare e preziose qualità poetiche, da non potere essere accusata di imitazione. I soggetti delle sue poesie sono o leggendari (ballate), o esprimenti un dramma interiore, un grido dell’anima, un sentimento umano, vero, e reso sinceramente. Talvolta essa si abbandona ad una rêverie musicale, a variazioni alla Paganini, che son deliziose; ma in generale essa è precisa nel concetto e nella forma. Le poesie più notevoli dei due volumi sono The lost Bower, tanto ammirato da Edgardo Poe; Bertha in the lane, idillio patetico secondo solo alla May Queen del Tennyson; Geraldine, e The cry of the children. Quest’ultima, (il pianto dei fanciulli), può essere equamente giudicata anche dagli italiani che non sanno d’inglese, nella versione che ne fece il Chiarini.

Quali sono le caratteristiche della poesia della signora Browning? Tre, a mio avviso, appaion preeminenti all’occhio del critico. Prima — la sincerità: mai un effetto troppo cercato e voluto, nulla da poeta dilettante, nulla di artificioso, nulla nemmeno di soverchiamente artistico, (che è il peccato generale della poesia contemporanea). La sua poesia è la sua vita: la sua vita palpita nei suoi versi. Essi sono la traduzione ritmica dei sentimenti di un cuore di donna delicato ed ardente.

Seconda — il patetico, l’emozione, il dono delle lacrime; dono potente, perchè vivifica e crea; dono oggi rarissimo, e che il solo Michelet ebbe in grado egualmente eminente.

Terza — la musica del verso. La signora Browning ha l’istinto musicale in così alto grado che spesso, in grazia dell’effetto melodico, essa sacrifica volentieri certe regole metriche ormai consacrate dall’uso; accusa che il Poe le ripetè con troppa insistenza. Alcune delle sue brevi poesie sono tra le più belle. Eccone una di poche strofe a una Rosa morta.

«O rosa, chi oserà più chiamarti così? Non più rosea, non più morbida, non più soave; ma arida e secca come fili di stoppia. Tenuta sette anni rinchiusa, i tuoi stessi titoli ti fanno ora vergogna.

«La brezza che soleva alitare su te, e rapirti un odore che profumava la valle per tutto il giorno, se soffiasse ora, passerebbe senza raccorne un profumo....

«Il sole che su te splendeva, e mescolava la sua gloria nel tuo magnifico calice, talchè il raggio pareva fiorire, e il fiore sembrava ardere, se brillasse ora su te non potrebbe più colorirti...........

«Il cuore però ti riconosce; il cuore solo! Il cuore ti sente odorosa, ti vede bella, ti giudica perfetta.... Sì; e ama più te, o morta rosa, delle rose superbe che la freddo-sorridente Giulia porta nei balli. Oh, resta su questo cuore che pare si spezzi sotto di te!»