V

Quest’agonia della infelice Giulia fu spaventosa e lenta. Durò quasi tre anni. L’intensità dell’angoscia era talvolta sì grande, che essa ricorreva all’oppio per ottenere qualche ora di tregua, per dormire un poco, per non pensare a lui. L’oppio e la musica furono i suoi unici sollievi. Quando andava a sentir l’Orfeo, le note elegìache di Gluck, l’aria famosa J’ai perdu mon Eurydice, le facevan versar dolci lagrime: le pareva allora di essere soavemente rassegnata al suo fato, le pareva possibile di morire in pace.

Ma bastava una lettera di lui, un ricordo, un nulla, per rimetterle l’inferno nell’anima, per farla delirare di nuovo. La gelosia la torturava con la fisica rappresentazione di voluttà coniugali che le parevan rubate, rubate a lei; e si sentiva agitata da smanie intollerabili. La gelosia le fulminava nel cuore, feroce e incessante, come le pulsazioni spasmodiche di un tumore o di un dente cariato; e allora, delirante, fuori di sè, raddoppiava le dosi dell’oppio; e alle smanie febbrili succedevano mortali letarghi.

Una sola volta in questi tre anni, quasi per miracolo, essa si destò calma, e come se fosse diventata a un tratto un’altra persona. Ripensò ai casi di Giulia Lespinasse come ai casi di un’altra donna, si sentì riconciliata alla vita, potè leggere, conversò con D’Alembert, andò a fare una passeggiata nel giardino delle Tuileries. Era un giorno di settembre del 1775. Ne parla in una sua lettera, la sola lettera tranquilla in tutto il volume: «C’était une belle matinée de soleil: j’ai été aux Tuileries: oh, qu’elles étaient belles! le divin temps qu’il faisait! l’air que je respirais me servait de calmant: j’aimais, je regrettais, je désirais; mais tous ces sentiments avaient l’empreinte de la douceur et de la mélancolie.... Oh, je ne veux plus aimer fort, mais j’aimerai doucement....»

Ecco finalmente, la prima volta, per la misera donna un giorno di pace, di rassegnazione, di autunnale poesia. Essa stessa ne rimase sorpresa, trasognata; avvezza com’era a vivere vertiginosamente nel terribile cerchio d’un uragano, a respirar sempre l’aria elettrica della tempesta.