IV
Da quest’estasi la riscosse un colpo di fulmine. Il signor De Guibert prese moglie; una giovinetta di diciott’anni; un matrimonio di convenienza, dove il cuore non era compromesso.... (così tenta di farle credere). Essa sulle prime gli scrive lettere di nobile risentimento e di amaro rimprovero. In una lettera del 15 ottobre 1775 gli dice: «Le coup dont vous m’avez frappée a atteint mon âme, et mon corps y succombe. Je le sens; je ne veux ni vous effrayer, ni vous intéresser; mais je sens que j’en meurs: (e non eran frasi!) même en supposant l’impossible, que vous redevinssiez libre, et que vous fussiez pour moi ce que j’avais désiré, il serait trop tard.... mais je vous pardonne; dans peu tout sera égal.» E quando egli ipocritamente osò darle consigli di saggezza e di prudenza, e parlarle di morale, gli rispose con queste parole, dove freme tutta l’indignazione della donna ingannata: «Ne prenez pas l’envie de me faire la victime de votre morale, après m’avoir fait celle de votre légèreté.» E quando egli mendicava pretesti, e voleva dare spiegazioni di impegni antecedenti ecc., essa gli rispondeva: «Sauvons les détails: quand une fois le fil de la vérité a été rompu, il ne faut pas le rajouter; cela va toujours mal.» Seppe poi che da un pezzo egli era fidanzato alla giovine che sposò: eppure non le riuscì di troncare la corrispondenza e guarire. Egli crudelmente le manteneva aperta la ferita con lunghe lettere dove simulava l’accento dell’amore. E l’infelice era troppo interessata a crederlo vero!
Avea però dei rari momenti di riflessione, dei lucidi intervalli, nei quali le cadeva la benda dagli occhi, e allora provava una gran pietà di sè stessa e piangeva: piangeva per delle ore, con lacrime abbondanti, incessanti, che le facevan bene, la sollevavano, come un diluvio d’estate che alleggerisce e purifica l’aria diventata afosa e irrespirabile. In quei momenti vedeva a nudo la vanità artificiosa, la leggerezza, la nullità dell’uomo a cui avea consacrato inutilmente tesori di affetto, la pace, la riputazione, l’ingegno, la salute, la vita; e ripensava al signor De Mora, e si sentiva colpevole, e provava un’acre voluttà nel suo pianto, riguardandolo come espiazione del suo tradimento.
In uno di questi giorni, avendole il signor De Guibert scritta una lettera in cui la umiliava con crudeli parole, essa gli rispose così: «Quoi! j’ai été aimée de M^r De Mora, j’ai été l’objet de la passion de l’âme la plus noble, la plus grande, et vous voudriez m’humilier? Ah! laissez-moi à mes remords: ils m’anéantissent....»
Eppure, poche settimane dopo, è la prima a riscrivergli: a scusarsi, a mendicare una parola d’amore, a tentare di impietosirlo descrivendogli le sue orribili notti d’insonnia, di tosse, di febbre, di disperazione. Gli promette di non annoiarlo più coi rimproveri.... gli chiede (essa a lui!) compatimento e perdono.... «Ne m’aimez pas, mais souffrez que je vous aime toujours!» E con la mano ardente di quella febbre che la conduceva a passi precipitati alla tomba, aggiungeva: «Les battements de mon cœur, les pulsations de mon pouls, ma respiration, tout cela n’est plus en moi que l’effet de la passion.»
Questo veleno, questo filtro di Medea, la consumava visibilmente. Era diventata uno spettro. E spesso si tratteneva davanti allo specchio, guardando come istupidita, con lunghi sguardi di compassione, le sue povere gote incavate, le sue magre braccia; e pensava a lui giovane, bello, pieno di salute, sorridente nella sua elegante uniforme di colonnello, al braccio della giovane sposa.... Allora dava in uno di quegli scoppi di risa che si odon soltanto quando si passa vicino ad un manicomio.