V
Nel 1856 la signora Browning pubblicò Aurora Leigh, il suo poema favorito, e che per importanza di concetto, per composizione, per varietà ed estensione, è l’opera sua capitale. È la confessione d’un’anima generosa di donna, di straordinario intelletto e di compiuta coltura, poeta e filosofo, ideale e sensibile, pudica ed ardita, eminentemente moderna. La maggior parte del poema è il monologo di quest’anima. Si direbbe che la signora Browning ha tradotto in realtà il disegno di Giacomo Leopardi, di scrivere la Storia di un’anima. Gli avvenimenti esteriori qui non hanno importanza, se non in quanto servono all’analisi del dramma interiore. Ma Aurora Leigh incontra ed ama poi un uomo che ha eguali aspirazioni, pari entusiasmo ed orgoglio. Allora «il monologo diventa come un duo, in cui la voce femminea alterna sogni, palpiti e fremiti colla voce maschile, duo delizioso, doloroso, di un accento esaltato ed intenso.»
Nelle Ultime Poesie il gusto si è fatto anche più puro, la forma più severa e precisa. Vi è più semplicità antica che nei precedenti volumi della signora Browning. Anche in questa raccolta si legge una poesia sui poveri bambini abbandonati di Londra, ove sono strofe strazianti e di una efficacia mirabile.
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«Fanciulli cenciosi, dagli occhi affamati, sono ammucchiati dal freddo nei vostri andrioni.... fanciulli pazienti (pensate quanti dolori ci sono voluti a far paziente un fanciullo!...), ragazzi maligni con menti appuntati e fronti di vecchio; ve ne son tanti che non hanno altro piacere che nella colpa, e sgambettano con un soldo rubato!.... Bambini che piangono soli, e si lamentano con sè stessi, e non in collo alle madri; che gemono per mera abitudine, non perchè sperino simpatia o soccorso.»
L’ultima, credo, delle poesie della signora Browning fu scritta in Roma, e diretta all’Andersen. È intitolata: Il Nord ed il Sud.
«Orsù, dacci delle terre dove crescon gli olivi — gridò il Nord al Sud — dove il sole colla sua bocca d’oro gonfia i chicchi dell’uva nei vigneti — gridò il Nord al Sud.
«Oh, dateci, dalle vostre grigie pianure, degli uomini resi forti dal lavoro fra le piogge e le nevi, e dai domestici affanni! — gridò il Sud al Nord.
«Dacci più splendide colline, e mari più intensi — disse il Nord al Sud — poichè sempre per simboli e per lucidi gradi l’arte infantilmente si inalza fino alle ginocchia di Dio.
«Dateci delle anime intrepide nella fede e nella preghiera — disse il Sud al Nord — che stiano nel buio e nei più bassi scalini della vita, eppure affermin di Dio: certo Egli è là! — disse il Sud al Nord.
«Deh, chi mi dà cieli più molli e più profondi — sospirò il Nord al Sud — i fiori che risplendono, gli alberi che aspirano, gli insetti composti di canto e di fuoco! — sospirò il Nord al Sud.
«Oh, chi dà a me un’anima che vegga tali cose — sospirò il Sud al Nord — e la lingua di fiamma di un poeta che chiami l’albero e il fiore col vero suo nome! — sospirò il Sud al Nord.»
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Ma una delle belle e tristi poesie del volume è quella intitolata: My heart and I. (Il mio cuore ed io). È di un accento così desolato, è così impregnata di lacrime, è segno di prostrazione così profonda, che si capisce che la donna che lo scrisse doveva dopo poco morire!
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«Basta! noi siamo stanchi il mio cuore ed io. Seggo presso questa lapide sepolcrale, e vorrei che quel nome fosse inciso per me.... Si sono scritti dei libri, abbiam fidato negli uomini, e intinta la penna nel nostro sangue, come se un tal colore non potesse morire.... Camminammo troppo diritti per arrivare alla fortuna, amammo troppo sinceramente per serbare un amico.... alla fine siamo stanchi, il mio cuore ed io! Come ci sentiamo stanchi, il mio cuore ed io!
«Il mondo è fatto indifferente alle nostre illanguidite fantasie; la nostra voce, un giorno sì penetrante, vi farebbe oggi dormire.... le nostre lacrime non son altro che acqua.... Oh che cosa ci facciamo più qui, il mio cuore ed io?»