II.
Ferma in mezzo al salotto, Luisa guardò il padrone in atto d’aspettare un comando.
— Non ho bisogno di nulla, — questi le disse ridendo. — T’ho fatto chiamare perchè questi signori desideravano di vederti.
La giovane era abituata a quello scherzo; forse se lo aspettava e non ne parve punto turbata. Continuò a rimaner ferma, mostrando col sorriso i denti bianchissimi, e girando uno sguardo pacato sovra i tre forestieri.
I tre giovanotti avevano le facce alquanto accese e fissavano lei....
— Sai — proseguì il padrone — che questi signori ti chiamano Galatea?
— O che vuol dire?...
— Vuol dire — saltò su l’addetto d’ambasciata — che è inutile venire da lontano apposta per vederti; vuol dire che scappi sempre via e, quel che è peggio,... senza gittare la mela.
L’addetto era superbo d’avere così completata la sua citazione virgiliana. Gli amici diedero in un lungo scoppio di risa. La ragazza si sentì punzecchiata.
— Ma che mela mi va mai melando lei!... Se vuol fare con me a’ proverbi, la metto subito in un sacco. Sa lei quello che dice l’acqua? “Se non corro sempre, mi ammalo.„
— Brava! — esclamarono in coro. E avrebbero ben voluto che il dialogo continuasse; ma la Luisa, come per dar ragione al suo denominatore, con una brusca voltata di spalle era già uscita dal salotto, rapida come v’era entrata....
E così, contenendosi in quella maniera, la Luisa era riuscita a farsi nella casa una condizione di vita, che poteva dirsi invidiabile. Tutti le volevano bene e la rispettavano; anche perchè, in origine, il primo pizzicotto datole a un braccio da uno stalliere era stato seguito subito da uno schiaffo formidabile....
Parlava e rideva con tutti; ma senza indugiarsi mai con alcuno dieci minuti di seguito. Volevano trattenerla con pettegolezzi di cucina e di scuderia o con propositi galanti? Senza dire neanche — scusate! — tirava diritto canterellando; e di lì a qualche minuto la sua voce argentina veniva giù da una stanza del secondo piano, o si udiva in lontananza dall’orto o dal lavatoio.
Come aveva imparato così bene a fuggir via colei?... Galatea!
S’alzava coll’alba, e tutto il giorno era infaticabile alle faccende di casa. La notte si coricava l’ultima e voleva che prima tutto fosse a posto. In mezzo a tutti quegli uomini, essa, unica donna, era la buona provvidenza, con l’ago e le cesoie per attributi; e a tutti rendeva servigi, non permettendo nemmeno che la ringraziassero. Avevano finito col temerla e obbedirla tutti senza accorgersene. Quella torma d’uomini e di bestie aveva trovato una padrona.
E Luisa era felice?... Aveva venti anni!... Qualche volta in mezzo alle sue faccende, anche lei, poveretta, si vedeva passare dinanzi agli occhi un sogno di giovinezza; e mentre la visione passava, si sentiva come lambire la fronte da una carezza leggera; e un soffio di vita calda e inquieta si sentiva scorrere per le floride membra. La sua gagliarda giovinezza espandeva in quell’ambiente tranquillo e uniforme le sue forze lussureggianti, come una pianta di limone che è messa a crescere in un vaso troppo piccolo, spinge le radici contro le pareti e pericola di spezzarle....
Ma in quei momenti Luisa raddoppiava il da fare e tagliava anche più di corto con la gente e fuggiva più lesta e cantava più forte.
Della sua infanzia passata in riva al mare, aveva conservate certe canzonette malinconiche e la passione del bagno. Nei pomeriggi estivi, quasi ogni giorno, essa prendeva dalla guardaroba un lenzuolo bianchissimo, acconciandoselo al capo e traendoselo dietro come un manto da regina; e andava al lavatoio posto a settentrione dietro la casa, dietro gli alberi del giardino, e nascosto metà da questi, metà da una fila di vecchi giunchi piantati in riva all’acqua. Là si spogliava e si bagnava un’ora, come una ninfa antica, sicura e tranquilla del fatto suo. Intanto tutti gli uomini erano alle loro faccende; ma, dato ancora che qualcuno si trovasse per combinazione intorno a casa, a nessuno poteva venir l’idea indiscreta d’approssimarsi. Almeno questo era il convincimento di Luisa.
Una volta però, mentre faceva le viste di nuotare in quel brevissimo tratto d’acqua correndo col pensiero alla spiaggia dell’Adriatico, sentì nel prato vicino il galoppo di un cavallo che approssimava. Alzò un poco la testa e guardò fra i giunchi. Era Gyms, il capo trainer, che veniva innanzi diritto, proprio verso il lavatoio, galoppando con l’aria distratta. Si avvicinò tanto, che già Luisa vedeva la sua testa sormontare le cime dei giunchi. Allora mandò un grido. L’inglese le rispose con un — oh! — che avrebbe potuto voler dire tante cose. Sferzò il cavallo a sinistra e si allontanò.
L’aveva egli veduta?...
Gyms era un giovanotto di media statura, di membra gagliarde, coi capelli biondi e sempre studiosamente pettinati, il viso freddo e gentile. Godeva già d’un bel nome nelle scuderie italiane; era stimato e temuto da tutto il personale di servizio come il padrone e forse più. Anche Luisa sentiva verso di lui una certa deferenza; ed era l’unica persona della famiglia con cui trattasse da pari a pari.
Quand’egli era fuori di casa, essa qualche volta entrava nella sua stanza e notava volentieri che non era ricca di mobili ed elegante come quella del padrone, ma pulita e propria, all’incirca, come quella dei forestieri. Sopra il capezzale ammirava una bella fotografia: il ritratto della madre di Gyms, che aveva tutta l’aria d’una vera signora inglese. Sul tavolino accanto al letto, stavano due grossi volumi rilegati in pelle scura e filetti d’oro. Erano il Paradiso perduto e la Bibbia. Luisa non capiva naturalmente una parola d’inglese, ma si fermava qualche volta a sfogliare i volumi e a guardare le incisioni. E intanto con la mente giovanile fantasticava....