II.

I due amici passeggiavano sotto la tettoia dinanzi al treno pronto; e già la macchina mandava i fischi della prossima partenza. A un tratto, l’avvocato si tastò in fretta con le mani le tasche dell’abito esclamando:

— A proposito! O come faccio io ad andare a dormire a quest’ora, che non ho la chiave del cancello di casa?

Il conte trasse subito fuori una chiavettina inglese, porgendola all’amico:

— Prendi. In dieci minuti sei a casa mia. Tu conosci il mio mezzanino. Dormirai tranquillissimo, perchè ora sono tutti in campagna. Domattina alle nove verrà la portinaia col caffè a svegliarti in vece mia. Buona dormita!

L’avvocato, per risposta, diede in una sonora risata ed ebbe appena tempo di stringere la mano all’amico montato sul treno, che già si moveva lentamente. Quando uscì dalla stazione, rideva ancora fra sè, tenendo sempre fra le dita la chiave del mezzanino del conte Salerni.

Era di buon umore. Fino da quando l’aveva sposata, egli era stato geloso della moglie. La sua gelosia non era di quelle che si manifestano con minuzie pedantesche o danno in escandescenze opprimenti e volgari; ma era una idea fissa, una preoccupazione acuta e costante, celata quasi sempre nell’animo con dignitoso riserbo; e per questo appunto assai più dolorosa. Fra le cure di una vita molto affaccendata in mezzo agli alto e basso de’ suoi affari, quell’uomo in apparenza positivo e freddo, traeva la ragione profonda di tutto il suo benessere e di tutto il suo malessere da un fatto solo: la certezza che egli aveva o no dell’amore e della fedeltà di sua moglie. Il rimanente veniva sempre in seconda linea per lui.

Aveva avute, a intervalli, parecchie inquietudini vive. Da ultimo i suoi sospetti erano stati eccitati dal conte Salerni, che s’era messo a corteggiare molto assiduamente la signora; ed essa, pur troppo, non gli aveva opposto quel contegno che scoraggia e stanca un uomo!... Questa volta le male apparenze si erano prolungate in modo che il marito, non potendone più, aveva espressi a lei, con una certa violenza, il suo sospetto e il suo mal contento.

Era la prima volta che le faceva una scena di questo genere.

La moglie accolse le parole del marito con un misto di meraviglia, d’offesa e di sottomissione. Si tenne con lui molto seria per una settimana; ma anche gli dimostrò col fatto che le stavano a cuore il proprio nome e la quiete di lui. Il Salerni tornò in visita e fu accolto con amichevole e fredda cortesia; una allegra cavalcata d’amici che di lì a pochi giorni doveva aver luogo e alla quale anche il Salerni era stato invitato, fu con bel garbo disdetta dalla signora. Anzi, perchè proprio voleva che ogni nube fosse dissipata, da venti giorni essa non era scesa in città che una volta sola e accompagnata da suo marito.

Già da una settimana i pensieri dell’avvocato si voltavano alla tranquillità; ma in quel giorno, in quella serata, in quella notte egli sentiva che una serenità piena e sincera era venuta ad occupare rapidamente il suo animo. E ripensava le parole con cui sua moglie s’era provata a dissuaderlo dalla sua andata a Ferrara; e correva con la mente dietro al giovane amico, che con sì spontanea cortesia, s’era offerto di allontanarsi egli, in vece sua, per un giorno dalla città.

— Quale più favorevole occasione invece per i due, se....

No! no! Egli era stato ingiusto a sospettare. Nè si fermava a questo unico fatto; ma diffondendo in largo giro le tinte rosee della sua immaginazione confidente, adesso egli esaminava tutta la sua gelosia passata, la vedeva infondata, gratuita, assurda; la sconfessava, la disapprovava con tutta la forza del suo buon volere!

E al tempo stesso gli si ricomponeva nella mente la fisonomia di sua moglie, bella, schietta, amorosa, degna di un affetto immenso e di una fede senza confine....

Insomma era contento. E camminava lentamente sotto i portici assaporando l’aria fresca dell’alba, mentre gli inservienti del gaz spegnevano gli ultimi fanali. Si sentiva libero e sciolto, come se un cattivo spirito tormentatore fosse uscito per sempre da tutto il suo essere, per la virtù di uno scongiuro fortunato.


Quando entrò, con in mano un cerino acceso, nella stanza da letto del conte, fiutò gradevolmente un odore delicato di legno di sandalo che impregnava l’aria. — Sibarita! — pensò sorridendo e inoltrandosi di qualche passo nella stanza.

Poi accese la lampada e si guardò intorno. Era una spaziosa camera da letto che, mediante una alcova in fondo, aveva anche l’aspetto di un salotto da ricevere. Sarebbe stato difficile immaginare una stanza da giovinotto messa con una eleganza più modernamente raffinata.

L’avvocato, fiutando ancora l’odore di sandalo, girava gli occhi ammirati sui mobili e sulle pareti, li posava sul pavimento di marmo bianco riquadrato a liste nere, li spingeva nell’ombra discreta dell’alcova, in cui vedeva il gran letto di legno scolpito, basso, con il lenzuolo bianchissimo rimboccato sulla coperta azzurra, sotto i festoni azzurri delle cortine.

— Sibarita! — ripensò l’avvocato, ma questa volta senza sorridere. E subito gli passò per la mente l’idea che delle belle donnine certo erano state là dentro; e che dovevano aver serbato una gradita memoria di quel luogo....