III.
Ricordo ancora tutti i particolari di quella mattina. Nella stanza da pranzo della casa del medico a pian terreno, Guermanetto sedeva dinanzi a una tavola apparecchiata e faceva colazione.
Era una cosa lugubre insieme e commovente. Il medico, sua moglie e due altri signori ben vestiti stavano intorno a quel povero diavolo scalzo, lacero, infangato, col viso cadaverico e gli occhi stravolti, parlandogli con dolcezza, quasi con rispetto e in atto di servirlo. Uno lo esortava a mangiare, un altro gli mesceva il vino e gli chiedeva se avesse qualche commissione, qualche ambasciata, che tutto sarebbe stato puntualmente eseguito. Istintivamente si andava formando dintorno all’uomo quell’atmosfera di deferenze delicate e di riguardi pietosi che sogliono sempre circondare le espiazioni e le disgrazie supreme. — Io intanto, dietro la inferriata della finestra, vedeva muoversi lente due grandi lucerne, appartenenti senza dubbio a due carabinieri del papa che aspettavano di fuori.
Guermanetto mangiava con l’avidità di un famelico e parlava sempre. Parlava affollato e convulso intaccando spesso nelle parole, perchè una piccolissima balbuzie che aveva fin da ragazzo gli era cresciuta stranamente in quei quindici giorni.
Diceva d’aver deliberato di costituirsi, perchè proprio non ne poteva più. La sua vita di quelle due settimane era stata una vita da non augurarsi nemmeno a un cane arrabbiato. Che giorni! E che notti!... Un paio di queste notti egli le aveva passate a Monte Donato entro una profonda cava di gesso abbandonata. Era abbastanza riparato dal freddo e al sicuro; ma giù in fondo fra i crepacci colava gorgogliando una maledetta acqua lamentosa, in cui parevagli di sentire dei de profundis e dei rantoli di gente scannata.... Un’altra notte egli l’aveva passata lungo il Rio Stregone, nei prati della Bora. Quel rio che scende da Monte Paderno, famoso fino dai tempi medievali pei convegni delle streghe, quei prati paurosi dove i contadini dicono che s’incontra di notte uno stendardo nero, il quale sta ritto e si muove senza che si veda mai alcuno che lo porti, guidando una processione invisibile di anime in pena.... E Guermanetto, balbettando, giurava di averlo veduto coi suoi occhi quell’orribile stendardo nero; ed era caduto in deliquio per la gran paura e non si era riavuto che a giorno alto, coi raggi del sole sulla fronte.
E concluse così il suo lungo discorso:
— Meglio la galera che quell’inferno di vita! In fondo, di che possono incolparmi!... Credevo si trattasse d’una buona bastonatura e ho dato io la prima bastonata per far piacere al mugnaio.... In tutto il resto non c’entro e non ci voglio entrare!
Tutti gli astanti assentirono alle sue parole; e rassicurarono che guai troppo seri egli non aveva a temerne.
Ma quando si fu al momento della partenza, la commozione prese visibilmente l’animo di tutti; e tutti, compresa la moglie del medico, vollero abbracciare Guermanetto, il quale lasciava fare più che non corrispondesse, coll’aria di un bimbo carezzato e complimentato il giorno della sua cresima.
Salì insieme coi carabinieri sulla vecchia carrozza sconquassata, che noi seguimmo sempre cogli occhi fino a che la perdemmo di vista, in quella pallida allegrezza di una serena mattinata d’inverno, rimanendo poi tutti costernati e lungamente silenziosi. La moglie del medico fu prima a rompere il silenzio:
— Povero Guermanetto!... Sento che non lo rivedremo più....
E davvero il povero Guermanetto non l’abbiamo mai più riveduto. Erano venuti da poco gli Austriaci con la famosa legge stataria; e in materia di sentenze capitali tiravano a far presto, per infondere, dicevasi, un salutare timore. Interrogato se egli aveva menato il primo colpo nell’omicidio di Giacomo della Zena, detto il Signorone, rispose di sì.... Chi sa che nell’animo suo non abbia potuto, anche una volta, perfino più che l’istinto della difesa della vita, la soggezione di Andrea il mugnaio, che gli sedeva legato al fianco e gli andava parlando sottovoce?... Fatto sta che, insieme con costui, Guermanetto venne condannato a morte; e lo fucilarono pochi giorni dopo nei prati di Caprara.
Alcuni del paese che venivano dall’aver assistito all’esecuzione, assicurarono che gli Austriaci avevano fucilato un uomo già morto di paura.