SCENA SETTIMA.
Mentre già si è aperta la porta dell'osteria e ne sono usciti Ireo e Trochilo i quali ristanno maravigliati; ecco giungere da destra il corteo di Enopione. Vestito di una amplissima veste color del vino, redimito d'oro e di pampini, il figlio di Bacco è disteso sopra una grande lettiga d'oro portata da quattro satiri: gli cammina allato il cerimoniere Cissibio: seguono soldati in arme, schiavi con anfore capovolte, baccanti e satiri abbracciati, e vispi satirelli. Certi schiavi portano torce.
ENOPIONE:
Fermi tutti!
Tutta la sua gente si ferma impaurita tra gli alberi della foresta.
Che cos'è quella roba là.... che si muove?
Tutti guardano.
CISSIBIO,
inchinando la sua larga testa biondiccia e calva dalle orecchie di satiro:
O mio re!... Zeto con due femmine!
ENOPIONE:
Zeto con due femmine? E che se ne fa?!..
Gridando:
Zeto! hai forse ritrovato in Beozia quello che a Chio hai perduto?... Ti par giusto che queste due femmine sprechino il tempo loro intorno alla tua pancia invalida?
Ride, e Cissibio fa eco a ogni sua risata.
E non paiono brutte, per Giove!
I satirelli si affollano intorno alla lettiga, alcuni vi saltano sopra e gli sussurrano nelle orecchie.
Portale qua da me, dunque!
Zeto e le donne, ridendo tra loro, ritornano e s'inginocchiano a capo chino dinanzi a lui.
Alza.... alza gli occhi, bella!
Allungando una mano per alzare il mento di Merope:
È un maraviglioso re, Enopione!... merita d'esser veduto!...
Mentre corre per i soldati e gli schiavi un gran riso soffocato, il re e il cerimoniere guardano, attraverso il velo dei loro occhi briachi, il volto di Merope alla luce delle torce. A un tratto i satirelli fuggono dalla lettiga; Enopione si fa serio: guarda fisso, raccogliendo le vagabonde forze del suo cervello, e la maraviglia sembra quasi terrore sulla sua faccia affocata.
MEROPE,
con un carezzevole e trepido fil di voce:
Merope sono, sì, padre mio! Non t'è caro forse, ch'io t'abbia seguito?
ENOPIONE:
Seguito?
MEROPE:
Sì, padre!
ENOPIONE:
Seguito?!
Si guarda attorno. Cissibio stringe le spalle e allarga le braccia.
Vedi un po', Cissibio, come fa male ber vino risciacquato?... Io giurerei che questo si chiama precedere, e non seguire.
ZETO:
Lungo e arduo sarebbe, o mio gran signore, disquisire ora attorno alle differenze impalpabili che passano tra il precedere e il seguire. Ma certo è che cento uomini armati non mi darebbero tanto coraggio quanto la presenza di questo delicato germoglio della tua divina pianta, mentre si attende il terribile Orione!
Enopione guarda Cissibio.
CISSIBIO:
A me sembra che Zeto dica molto bene!
ENOPIONE,
abbracciando con enorme commozione il capo di Merope:
Figlia mia!... Figlia mia dilettissima!... Tenero scudo contro cui s'infrangerà dolcemente l'ira d'Orione!... Tu sola! Tu sola mancavi alla nostra impresa!... Ecco! Sento già gorgogliare dentro il sangue l'antica fierezza!... Su!... alla buon'ora, dov'è questo Orione? Si cerchi questo Orione!
ZETO:
È là, dinanzi a te, la casa di Orione. E quel vecchio dalla gran barba, quello è l'oste Ireo.
ENOPIONE,
volgendosi verso la porta dell'osteria, di dove Ireo e Trochilo non si son mossi:
Oste Ireo!... Oh là! dunque! apri allegramente la tua cantina alla mia gente che ha sete! La festa dev'esser degna! Venga il bravo Orione, e io farò queste nozze in un batter di ciglio!
IREO,
con voce tremante, mentre Trochilo lo istiga a parlare:
O potente re.... il mio Orione era pur dianzi qui.... ma ora.... non so....
Chiamando:
Orione!... Ma non può star molto a tornare.... Orione!!..
ENOPIONE:
Orione non c'è?... E allora apri la tua cantina lo stesso! e si beva per le nozze di domani!
IREO:
Sia fatta la volontà tua. Di vino ce n'è per oggi e per domani!
Invitando la gente con batter le mani:
A bere, allegramente, figliuoli!
Tutti gli si precipitano dietro con gran rumore, lasciando solo il re. Enopione ride beatamente a questa pazza fuga: ma quanto più il romore si allontana e si sprofonda, tanto più la sua faccia si fa seria e tetra. Poi che il vento soffia nella foresta e qualche foglia cade, egli è preso da un folle spavento. Matusio lo spia un momento, poi passandogli dietro furtivamente, corre in cantina.
ENOPIONE:
Cissibio!... Cissibio mio!... perchè non dici niente? Zeto! grida per Giove.... Non sapete dunque che ho paura del buio, se non vi sento?!.. Dove siete?... Merope!... almeno tu Merope!... non mi lasciar piangere.... ridi, ridi, ridi!!
Disperatamente:
Ma che cos'è dunque questo insoffribile silenzio?!
Da sinistra appare Matusio che porta a gran fatica una grossa anfora.
MATUSIO,
con enfasi sacra:
Oh! mirabile prole divina!... Una gran voce s'ode uscir di qua dentro.... e ti chiama a nome!... Sembra la voce del padre tuo immortale!
ENOPIONE,
pieno di stupida maraviglia, accosta l'orecchio all'anfora: s'accende subitamente la gioia nel suo volto:
È, sì!... È la gran voce di lui, che mi consola!!
Abbraccia il collo dell'anfora e vi attacca la bocca con folle bramosia. Matusio ride. L'allegro sciame dei satirelli sbuca dall'orto facendo capriole, mentre cala lentamente la tela.
FINE DEL SECONDO ATTO.