I. LVXVRIA INCVBVIT VICTVMQVE VLCISCITVR ORBEM

Le conquiste oltremarine di Roma.

Quando Aristagora di Mileto si recò a Sparta, per ottenere ch'essa prendesse a sostenere la causa degli Ioni contro i barbari, buon parlatore e facondo, com'era, cercò sopra tutto lusingare gli Spartani, col mettere ad essi sottocchio le smisurate ricchezze dell'Asia, che loro senza molta pena sarebbero venute in mano, e gli avrebbero condotti al punto di contendere di ricchezza con Zeus; essi che per poca terra guerreggiavan con Messeni ed Arcadi ed Argivi. Quali cupide voglie e quali speranze destasse quel lieto miraggio nella folla degli ascoltatori, Erodoto non dice; ma l'impressione dovette ben essere intensa, se Cleomene volle rimandata la risposta a tre giorni. E il terzo giorno venuto, con ispartana brevità, altro Cleomene non domandò fuori di questo: quanta distanza separasse gli Ioni dal re; a che con inganno Aristagora rispose: un cammino di tre mesi. La qual cosa udita, Cleomene più non volle ascoltare, ed interrompendo gridò: O straniero di Mileto, sgombra da Sparta prima che cada il sole; poichè non dici cose buone per i Lacedemoni tu che vuoi condurli per una via, che si dilunga di tre mesi dal mare[1].

Forse Cleomene, dando la sua fiera risposta al tiranno di Mileto, non pensava in quel punto che a' disagi, a' pericoli, alle incertezze di una spedizione tanto lontana; ma per un buono Spartano maggiori anche de' pericoli dell'impresa di guerra, se anche più remoti, doveano apparire quelli che avrebbero minacciata l'indole e la consistenza delle instituzioni spartane.

Agli Stati, che hanno il vanto d'instituzioni guerriere, meno è da temere la guerra e più le conseguenze della vittoria. Alcune instituzioni severe od una rigorosa semplicità di costumi non possono serbarsi che in un ambiente, ove niente vi sia che desti sentimenti di bisogni nuovi ed alletti nuove cupidigie con la stessa facilità di appagarle. E se improvvisamente gente avvezza ad una primitiva austerità e semplicità di vita si trovi a un tratto sobbalzata tra gente e costumi d'indole più progredita e pel progresso stesso fatta più raffinata e corrotta, il mutamento è d'ordinario fatale. Un popolo sperimentato in imprese guerresche, una gente guerriera, a causa della vita stessa che è costretta a menare, non può, per la difficoltà di soddisfarli, alimentare nuovi bisogni; ma l'amore dell'ornamento, il pregio della ricchezza serpono in esso segretamente, se anche non pienamente sviluppati, perchè male adatti alla semplice vita agricola ed alla vita del campo; poco utili se non nelle manifestazioni più rudimentali e semplici, e, come soddisfazione dell'amor proprio e della vanità, messi in seconda linea dalla manifestazione più alta del valor personale. Ma per poco che il cerchio magico, ond'esso è cinto, sia rotto, e l'ambiente, in cui questo popolo è costretto ad aggirarsi, si muti, ne nasce un effetto impensato, eppur consentaneo alla natura delle cose e di quegli uomini. L'ardore indomito che irruppe tante volte nel tumulto delle battaglie, si muta in una smania irrefrenata di godimento; la prepotenza guerriera, lo spirito di distruzione, quasi che, mutando di campo, tendano ad esercitarsi non più sugli uomini, ma sulle cose, si convertono in una prodigalità quasi pazza, in un fasto insolente; e la stessa emulazione del valore diviene un'emulazione di lusso e di opulenza.

Un oracolo aveva detto come null'altro che la φιλοχρηματία[2] avrebbe potuto perdere Sparta, e questa fu tra le cause che la dissolsero; nè alcuna cosa l'alimentò più delle imprese lontane, de' suoi rapporti con le popolazioni dell'Asia minore; e fu proprio sotto Lisandro che, con la fama delle riportate vittorie, v'irruppero più che mai la pompa asiatica e gli usi orientali. E quello ch'era accaduto di Sparta, accadde in più larga misura -- nè forse è la sola analogia tra i due paesi[3] -- di Roma dal soggiogamento d'Italia e più anche dalla seconda guerra punica in poi.

Quando Polibio[4] iniziava le sue storie, accostandosi pieno di reverenza e di maraviglia, come ad un santuario, a questo spettacolo del mondo intero, com'egli diceva, che in cinquanta e tre anni, non anco compiuti, era caduto tutto sotto la sola signoria romana, avea già un'intuizione, fors'anche men che vaga, della fine remota di quell'immensa fortuna[5]. Altre volte, prima di Roma, era stato sognato e messo ad effetto l'impero del mondo, ma, anche più che nel disegno, nell'adempimento quell'impero non fu mai così vasto, come riescì a Roma formarlo; ed era stata l'opera di un braccio valoroso o di un uomo di genio, ch'era durata quanto la vita che avea animato quel braccio e quella mente, o poco più. Era invece questa la prima volta che non un uomo, ma una città, uno Stato libero, menava a buon fine quell'impresa, che veniva così sin dall'origine acquistando una forza ed una consistenza di cosa non legata ad una breve e precaria vita umana. Il mondo più antico, in un ambito così vasto, non aveva conosciuto se non le signorie personali, nel cui centro vivente trovavano la loro unità tutte le parti dell'imperio. La Grecia avea aggiunto la nozione dello Stato, più astratta e complessa nella sua forma impersonale; ma, sì nella speculazione de' filosofi che nella storia, lo Stato libero non avea sorpassato i limiti di una città, ed ogni più grande compagine riposava sopra legami troppo lenti e materiali. Fu Roma che, preludendo in certa guisa e formando un anello di passaggio tra l'antico ed il nuovo, compose in forma più ordinata, più intima ed organicamente fusa una più grande compagine. Ed a questo giunse per gradi. Come l'aquila, appresso fatta sua insegna, che tenta da prima incerta i primi voli, indi da quelle prove fatta sicura ed incitata, spiega le ali fin dove ala d'emulo non può raggiungerla, nè può seguirla occhio umano; così Roma nelle sue conquiste. La storia è l'opera di tanti e sì diversi elementi, ed è il risultamento di così molteplici cause, in parte poste fuori di ogni previsione, e di un'azione reciproca così varia, che non vi è mente, come si voglia vasta, alla quale sia lecito prevedere in forma distinta e particolareggiata quale sia per essere nell'avvenire, a grande distanza di tempo, la condizione e l'ordinamento di tutto un diverso stato sociale e l'effetto ultimo degli stessi atti compiuti sotto i propri occhi giorno per giorno. E tanti di quelli, che davano a volta a volta la spinta alla nuova politica romana dovettero in ultimo essere essi stessi sorpresi degli effetti di un movimento, che per quanto non rivelasse completamente la sua natura se non a qualche distanza di tempo, pure si chiarì quale nè essi avrebbero voluto che fosse, nè avrebbero mai osato neppure immaginare; tanto in tutte le sue parti fu vario e grandioso. Quando per la prima volta un esercito romano varcò i confini dell'Italia peninsulare, non già la conquista del mondo[6], ma neppure quella della Sicilia, era tra i disegni del popolo e della classe dirigente romana; ma gli eventi, che traggono spesso fino i timidi ed i riluttanti, spingendo anche gl'interessi di classe, condussero all'una cosa ed all'altra. E poichè fatti di tanto momento non potevano seguire senz'esercitare un'azione notevolissima sullo stesso Stato conquistatore, accentuarono le trasformazioni già iniziate e determinarono il più radicale mutamento in tutta la vita pubblica e privata, politica ed economica di Roma.

La nuova vita romana.

L'ambiente, in cui lo Stato di Roma era sin qui stato costretto a muoversi, il suo campo di azione sia fisico che morale, i suoi fini, il suo indirizzo, le sue tendenze, le sue condizioni di vita; infine, come oggi si direbbe, i mezzi onde sin allora avea combattuta, entro e fuori del suo dominio, la lotta per l'esistenza, mutarono in tratto relativamente breve di tempo ed in guisa che ne seguì la più profonda rivoluzione. Una rivoluzione che trasformò radicalmente, con la fisonomia stessa della società e dell'urbe, l'economia pubblica e privata e gli ordini dello Stato, e fecondò e schiuse i germi di tutto il restante sviluppo dell'impero romano; così che, maggiore forse di quelle che mutarono in maniera più appariscente la forma dello Stato, contenendo in sè virtualmente tutto l'avvenire, chiuse il ciclo dell'antica e costituì come la palingenesi della nuova Roma. Ben potevano appresso e scrittori e poeti rimpiangere la Romana paupertas[7], o l'antica semplicità di costumi[8]; l'ala del tempo ed il turbine degli eventi l'avean portate via per sempre, assai più che incendi e commovimenti terrestri non avessero fatto dell'antica città.

Per cinque secoli circa dalla sua fondazione Roma era sempre ascesa per la via della potenza e della vittoria: avea consolidati i suoi ordinamenti, sviluppate le sue forze ed affermata la supremazia del suo nome e delle sue insegne nella penisola. Ma l'incremento che n'ebbe, fu lento e sicuro, i suoi passi misurati e giusti e, per quanto si spingesse innanzi, si trovava pur sempre in paese, la cui civiltà, le cui usanze ed il cui costume non le potevano essere stranieri. Il suo era il progresso naturale di un organismo forte che cresce e si espande, assorbendo gli elementi vitali dell'ambiente che lo circonda, commisurando lo sforzo all'energia, l'assimilazione al bisogno: un progresso insomma calmo e forte, come appunto un grande poeta si piacque di chiamare e figurarsi il progresso. Essa, prima combattendo con i popoli vicini una naturale lotta per l'esistenza, poi cercando appagamento a' suoi bisogni interni ed impiego alle sue energie, avea progredito verso l'egemonia d'Italia, di cui, se la potenza politica ne faceva la signora, la comunione di stirpe e di civiltà e la sua posizione topografica ne doveano fare la capitale. E nelle lunghe lotte, che avean preluso al grandioso destino, Roma avea fatto come la prova delle sue instituzioni civili e militari, e l'ambiente, in cui d'ordinario avea dovuto trovarsi e la maniera e l'indole delle lotte durate, erano stati tali che ne' suoi ordinamenti essa avea dovuto piuttosto riformare e correggere che trasformare; nè la sua indole e la sua vita cittadina, per quanto modificate, aveano potuto esserne mutate radicalmente. Le guerre sostenute co' suoi avversarii d'Italia se, quando aveano avuto una durata assai lunga, aveano scosso, non aveano mai potuto sconvolgere le condizioni interne e l'economia di Roma come quelle che sopravvennero di poi. Gente agricola l'una e l'altra parte, in ugual modo doveano assoggettarsi a certi bisogni e risentirne i danni, e la loro condotta bisognava pure che s'informasse agli uni e agli altri. E i frutti della vittoria si riducevano a prede, quand'anche abbondanti, non opulente; sopratutto ad acquisti di terre, che distribuite alla classe povera romana, sedavano nelle città il fomite di tumulti, e lontano formavano come de' posti avanzati a guardia, a tutela ed incremento del nome e della potenza di Roma. La guerra, malgrado il nuovo ordinamento tattico, non esigendo ancora quelle speciali attitudini e quella genialità che, trasportata in più largo campo, chiese di poi, non contribuiva ancora a creare poteri personali ed era condotta dai consoli in carica, successivamente; sicchè, compiuta, era la vittoria non di questo o di quel generale, ma del popolo romano. Tutto invece mutò con l'allargarsi dell'imperio di Roma; e la guerra con Taranto e Pirro fu come dire l'anello di passaggio tra l'uno e l'altro periodo. La seconda guerra punica specialmente, che pose in tanto pericolo le sorti di Roma, rese necessario il discostarsi straordinariamente e tumultuariamente[9] dalle regole fin'allora serbate nel conferimento e nell'esercizio delle cariche supreme e de' comandi militari. Gli avvenimenti che indi seguirono, guerre lunghe, ostinate, combattute in lontane regioni resero tali eccezioni sempre più frequenti, ed il potere personale de' capi, illimitato insieme e soggetto a scarso controllo per lo stato di guerra e per la distanza, schiudeva l'adito a quelle preponderanze ed egemonie, che in Roma stessa posero termine, prima di fatto e poi anche di nome, alla libertà repubblicana. E co' poteri prorogati, durava ancora prorogata la milizia de' soldati, malcontenti dapprima e reclamanti, come in Ispagna, a gran voce il ritorno, poi placati e lusingati anche dalla speranza delle prede e talvolta anche della nuova vita contenti, congiunti al generale da' vincoli saldi, che creano la vita del campo ed i comuni pericoli; nè d'altro desiderosi che di levarlo sugli scudi, anche sopra la legge e sopra la patria, per partire con lui il frutto delle vittorie cittadine, come avean fatto già delle oltremarine. E intanto l'agricoltura in Italia languiva: i campi già orgoglio e sostentamento de' liberi cittadini, fatti prima deserti cadevano a poco a poco nella voragine de' latifondi; nè altra mèsse portavano, se non coltivata da schiavi, nè per altri l'alimentavano che per opulenti signori, anelanti a profonderne il prezzo in breve ora nel lusso della capitale e delle magnifiche ville. Poichè era tutto che si snaturava; l'antica vita pubblica, l'antica economia e, con esse e con l'antica morale, la vecchia parsimonia romana. Bene l'Epimenide romano, sotto cui Varrone[10] in una delle sue satire nascose forse sè stesso, ben avea ragione di volgersi intorno in tuono di rampogna al trovare intorno a sè tutto mutato. Ma Varrone stesso, il quale scrivea quando già quelle tendenze avean tanto progredito, vedeva a quanto poco approdasse la rampogna che al suo Epimenide altro guiderdone non concedeva se non quello di essere, per far onore al nuovo costume e ad un vecchio proverbio, gittato dal ponte.

La rivoluzione economica.

Roma era sorta e si era sviluppata, come un paese essenzialmente agricolo, e la sua economia era stata delle più semplici. Le prime monete d'argento coniate in Roma rimontano all'anno 485 o 486 (268 av. C.) secondo che si sta alla fede di Plinio o degli annalisti[11]. La questione concernente il didracmo di Servio Tullio ha un valore più numismatico che economico. Monete d'argento, sopratutto de' paesi vicini, dovettero già da lunga pezza innanzi per rapporti commerciali penetrare in Roma; ma si può ritenere che a Roma, come nel Lazio, nel Piceno e nell'Italia settentrionale, era la moneta di rame, che avea corso legale e costituiva la base de' calcoli. «Una linea che andava dall'imboccatura del Liri al Monte Gargano separava il dominio dell'aes grave da quella ove si fabbricavano le belle monete d'argento di Cuma, di Napoli e delle repubbliche della Magna Grecia. Quando Roma ebbe sorpassato questa linea, la moneta d'argento cominciò sempre più a penetrare in Roma prima da Capua, che ne fabbricò anche per conto di Roma; poi dal Sannio nel suo trionfo Papirio Cursore ne fe' portare una notevole quantità (Liv. X, 46) e, quando vennero conquistati Taranto e la Magna Grecia, già una rivoluzione economica si annunziava»[12]. Gli avvenimenti che seguirono poi e fecero affluire a Roma i tesori del mondo, l'affrettarono e le dettero una portata che altrimenti non avrebbe potuto avere. La grande quantità di numerario, che così improvvisamente sopravveniva, congiunta alla rapida e continua circolazione[13], fece sì che il valore ne scadesse, portando necessariamente come corrispettivo un rincaro nel prezzo delle merci. Questo popolo che prima era stato avvezzo a considerare come la maggiore e quasi unica sorgente di ricchezza la terra, da cui in fondo derivavano anche i capitali dati ad interesse, si vide innanzi agli occhi l'altra inesausta e seduttrice fonte de' traffici, delle imprese più o meno grandiose, delle speculazioni di banca e di borsa. Il secolo nostro è fatto appunto per farci intendere, meglio che ogni altro forse non avrebbe potuto, questo periodo della vita romana. L'elemento economico è quello che forma il sostrato della vita sociale, onde, in varia maniera alimentate, emergono le varie manifestazioni e tendenze; varie nell'aspetto e nella forma e pur congiunte in una sola radice. Questa febbre di subiti guadagni, che a tratti a tratti si manifesta in grado più alto, che Dante sfolgorò a' suoi tempi, che noi abbiamo vista invadere a dirittura la Francia sotto la monarchia di luglio ed il secondo Impero, allargarsi poi alla vita tedesca dopo le vittorie degli ultimi anni ed alla vita italiana e divenire caratteristica dell'epoca nostra; invase Roma, piegando sotto l'alito suo tutta la vita cittadina.

Una nuova funzione si forma un nuovo organo, e la nuova corrente economica se non creò già una nuova classe, le seppe infondere uno spirito, un'indole, un indirizzo ed un atteggiamento diverso. Del grande mercato del mondo che ora si apriva all'attività romana, le due classi, che sin qui aveano l'una contro l'altra lottato, non potevano avvantaggiarsi: non la plebe, per mancanza di capitali esclusa da' grandi commerci e, dopo essere stata un po' scossa dalle guerre antecedenti alle puniche, rovinata addirittura da queste; non i nobili, che divisi fra il desiderio del lucro, la tradizione e l'orgoglio nativo, aveano, in apparenza almeno ed in virtù di legge, dovuto veder prevalere la considerazione di questi ultimi, aspettando con raffinata ipocrisia di poter comporre insieme, come poi fecero, le tre forze cozzanti.

I cavalieri.

Vi era una instituzione che, cominciata come un'istituzione di indole assolutamente militare, si era sotto l'azione del principio timocratico ogni dì prevalente, ampliata sempre più e costituita sotto forma di ordine della cittadinanza, che dell'antica sostanza non conservava omai se non il nome e le insegne. Il censo, che da prima non avea servito se non a costituire una delle condizioni necessarie per l'adempimento dell'ufficio dallo stesso nome designato, avea finito per costituire da sè solo il fondamento del nuovo ordine ed insieme la ragion d'essere e l'arma dalla classe. Roma, nell'estendere la sua potenza sull'Italia, con le concessioni di cittadinanza, con le colonie, con tutte le altre sue ramificazioni era divenuta più che la soggiogatrice, la metropoli di molta parte d'Italia; e la parte migliore della cittadinanza delle città italiche di diversa denominazione, rifluiva a Roma, quasi come nuovo e giovane rampollo che s'innesti su di un forte tronco, ed a mezzo appunto dell'ordine equestre entrava a partecipare più direttamente alla vita pubblica un così forte elemento rinnovatore com'era quello che si sarebbe potuto chiamare della nobiltà italica.

Ma questo elemento, prima di assorgere al maggior grado di forza, non faceva parte per se stesso; esso corrispondeva agli homines novi, capi della plebe rurale[14], che con questa facevano causa comune e combattevano sotto una bandiera nel comune interesse. Quest'ordine, che il Belot compara alla classe de' francs-tenanciers, a quella borghesia campagnuola dell'Inghilterra, ove Cromwell reclutò i suoi squadroni di ironcoates[15]; venuto anch'esso dalle aziende agricole, dalla sana, dalla rude, dalla semplice vita campagnuola, si distingueva da prima per un attaccamento alla probità, al valore, al buono ed onesto vivere civile: ma, distolto dal quel primo genere di economia, fu preso nel giro della nuova speculazione e ne uscì esso stesso trasformato. La speculazione bancaria e gabellare fu, è vero, esercitata d'ordinario da corpi collettivi, da grandi società in accomandita[16]; ma il nucleo principale di essi era pur sempre rappresentato da cavalieri, divenuti così i gestori privilegiati della grande speculazione, di buoni campagnuoli fatti sagaci mercanti, di modesti proprietari fatti arditi banchieri e di temperanti paesani fatti pubblicani e spesso avidi e sfrontati pubblicani. Erano essi che schiudevano e chiudevano i rivoli d'oro, i soli atti omai a fecondare la nuova vita cittadina: e s'imposero. Quel senso dell'opportunità, o come bruttamente è stato chiamato di poi l'opportunismo, quell'arte fatta d'interessi e di espedienti, che tutto mette a partito e tutto fa valere ed ogni cosa riduce a spiccioli; essi la trasportarono spesse volte dal mondo degli affari in quello della politica; ed il loro ausilio e il poter loro, abilmente negati o concessi, promessi o distolti, furono come la spada che, nelle aspre e diuturne contese politiche, gittata nella bilancia, la fece traboccare da una parte o dall'altra. E tutto ebbero: il fasto, la ricchezza, il potere: anche quello che negli Stati antichi era stata la maggiore manifestazione del potere, il diritto di giudicare, ch'essi fecero pendere come la spada di Damocle sul capo di amici e nemici.

Il nuovo costume.

Notevole analogia, il χρήματ' ἁνήρ[17] (l'uomo val quel che possiede), che aveva designato il tralignamento di Sparta, ricomparisce meno laconicamente in un verso di Lucilio[18]: «Tantum habeas, tantum ipse si es, tantique habearis.» Compagni e forieri della mutata vita economica erano stati i nuovi andazzi de' costumi, delle fogge, delle maniere di vita. Con l'eco delle vittorie e con l'oro de' vinti erano penetrati in Roma, a frotte, tutta la corrotta genìa di parassiti, tutto quel nugolo di artefici della corruzione, che si erano schiusi dal seno della decadente civiltà greca, ed al rustico Lazio apportavano tutti i più raffinati amminicoli di un'età corrotta, tutti i più fieri veleni della vita, larvati sotto le più liete apparenze. L'elemento greco certamente aveva avuto sempre, a mezzo delle colonie italiche, contatto con la vita romana, e non avea potuto non esercitarvi la sua azione[19]; ma ora addirittura v'irruppe, e con le sue correnti meno sane, fatte per giunta tramite di tutta la corrotta vita orientale.

La monotona vita romana ne fu come affascinata, e vi si tuffò sitibonda, e tanto più inappagata quanto più ebbra. Dalle statue e dalle tele, di cui non erano capaci d'intendere la suprema bellezza, alle fogge del vestire; dalle più corrotte manifestazioni dell'arte decadente fino alle creazioni più forbite del lusso, tutto essi vollero e a tutto si attaccarono con foga assimilatrice, più della stessa impudica imperatrice nondum laxati sed satii. Oh, la tenue saliera di argento, solo ornamento alla mensa[20], come scomparve sotto l'onda del ricco vasellame! La piena corruttrice ed innovatrice dilagò per tutto, e non ne fu salva, nemmeno nella semplicità sua materiale, la casa. «I nostri vecchi -- diceva un satirico[21] -- dimoravano in case fatte di mattoni con un buon fondamento di pietra per evitare l'umidità;» «canne intrecciate con virgulti sparsi d'argilla facevano le veci di tegole;» «dopo la messe raccoglievano lo strame da' campi per accomodarle.

Disparità delle fortune.

Tempi passati! Ora di fronte a quelle vecchie memorie sorgevano i lussureggianti edificii, la casa di Scauro[22], gli atrî di Crasso[23]. Fu dapprima il bisogno che si sentì di far posto a tutta la popolazione la quale traeva a Roma e di rendere le abitazioni più commode[24]; ma ben presto al puro sentimento dei bisogno si attaccò il lusso e la vinse su quello. «Greci modelli -- dice lo Jordan[25] -- sia della madre patria che delle colonie dell'Italia meridionale e della Sicilia trovarono un terreno fecondo nella nobiltà romana tutta animata da uno spirito di progresso e tutta penetrata dalla civiltà greca; e le casse dello Stato ricolme e le ricchezze private subitamente moltiplicate allettarono a dotare e lo Stato e la casa delle più belle opere ed ornamenti della più avanzata civiltà greca.» Ma, accanto agli alti e splendidi palagi sorgenti maestosi, si restringevano quasi vergognose le antiche case, asilo alla plebe, alla poveraglia che in folla vi cercava ricetto. Strano contrasto che tolse ogni armonico aspetto alla città fino all'incendio di Nerone[26], e che rendeva materialmente immagine della società romana del tempo. Come nell'aspetto materiale della città, così nell'ordine economico e morale quel che più colpiva era la disparità enorme delle fortune. Il criterio della ricchezza era stranamente mutato: il numerario depreziato, gli aumentati bisogni, le merci rincarite di prezzo, il giro rapido de' capitali e la febbre della ricchezza, faceano sì che Varrone[27] poteva dire, accennando a' progenitori che «quod nunc satis sibi vix putant, lautum [habebant].» Lucilio[28] si domandava: Quid vero est, centum ac ducentum possideas si milium; e M. Crasso diceva che quegli solo era al caso di chiamarsi ricco, che era in grado di mantenere un esercito[29].

E questa vita di dissipazione, prodotta in gran parte dal modo stesso di acquisto della ricchezza[30], era come una macchina, che prendeva tutti nel suo ingranaggio, divorando sopra tutto le piccole fortune, poichè un antico adagio diceva che «quando il povero prende ad imitare il ricco, va in malora»[31]. Poche volte forse si ebbe tal cumulo di debiti, quanti ne portavano addosso allegramente i più importanti uomini politici e gli uomini più alla moda del tempo[32].

La classe media rósa da' debiti, sopraffatta dalla grande proprietà, dalla decrescente produzione[33], scompariva portando seco la memoria del buon tempo antico, l'antica temperanza e le antiche virtù. Quella vita di crapule e di disordine, di lusso e di miseria, quel miraggio di oro e quello spettacolo di affamati, aveano finito naturalmente col sovvertire il senso morale, naufrago immane nell'infuriare di sì cozzanti elementi. «Gli avi ed i proavi nostri -- diceva l'eterno ruminatore[34] Varrone -- quand'anche il parlar loro sentisse di aglio e di cipolla, aveano l'anima sana[35].» Ed ora? Si eran fatte inquilinae l'empietà, la perfidia, la impudicizia[36]. Il male pubblico si era insinuato nelle famiglie, sovvertendone la stessa esistenza: «qual bimbo di soli dieci anni non è buono non dico a spegnere, ma a toglier via tranquillamente il padre di veleno?[37]» Al concetto etico della vita s'era sostituito l'ideale del piacere, al criterio morale il senso della più bassa utilità, e sola stella polare, sola bussola e sola guida il danaro. Era l'onda de' piaceri e delle seduzioni che si allargava, invadendo e chiamando, tra una turba opulenta, avida e prepotente, ed una plebe affamata di godimento e di pane.

La vita politica.

La vita politica, che era già da tante cose guasta ed inquinata, risentì tutta l'azione di queste correnti corruttrici e finì di foggiarsi a dirittura sul nuovo stato di cose. Variato era omai il compito della politica romana; variati gli elementi, onde il popolo sovrano ed imperante si componeva. Sino alle guerre puniche il popolo non era stato chiamato a pronunziarsi che sopra cose le quali non potevano di gran lunga oltrepassare la cerchia della sua capacità e delle sue conoscenze. Si trattava di un governo non certo così complicato come si fece di poi e di rapporti con popoli d'Italia, delle cui cose anche il popolo dovea avere men vaga conoscenza che non delle nazioni oltremarine.

Quando invece occorse disporre e regolare le cose del mondo, trattare del contegno da tenere di fronte alle nazioni, di cui il nome si udiva forse a Roma per la prima volta, e del modo di comportarsi in paesi, della cui posizione e della cui natura non era facile nemmeno farsi un'idea; il còmpito era mutato. Alla massa faceva difetto la conoscenza di tutti i fatti, che qui doveano essere presi in esame e la capacità di tirare una retta e sicura conclusione dalla comparazione di rapporti così complicati, ed essa stessa sentiva l'insufficenza delle sue forze a poter formarsi un proprio convincimento sopra cose tanto difficoltose. Era poco lusinghiero, ma non perciò meno giusto, quando il vecchio Catone la paragonava ad un gregge di pecore, di cui ciascuna presa da sola era difficile guidare; ma che messe insieme pecorinamente traevano dietro alla voce del conduttore[38]. E in tutto questo vi era già in germe il fondamento di tutti quei poteri personali che, durati senza interruzione negli ultimi tempi della repubblica ed esercitati solo con maggiore o minore energia, riescirono alla fondazione dell'impero. Nè solo la materia del governo era mutata, ma la natura stessa de' governanti. Il popolo imperante non era più, come un tempo, composto di quegli agricoltori, di que' piccoli proprietari che, insieme alla fierezza del nome romano, aveano vivo il sentimento d'interesse alla cosa pubblica, così intimamente connessa alle loro private fortune. Era questo il tempo in cui traeva in folla alla capitale, oltre a tutti gli avventurieri stranieri, il proletariato d'Italia, sedotto dalle largizioni di frumento, ed a quella continua onda rifluente, la città, in un'esuberanza di crescenza, si espandeva anche oltre la cerchia dell'antico pomerio[39]. Schiavi emancipati a frotte, per motivi specialmente economici se vecchi, ed in ogni modo per l'invalso spirito di prodigalità e per intenti politici, inquinavano la massa del popolo; e il popolo romano, questo popolo innanzi al quale piativano popoli e re, era formato, come ben dice uno scrittore, «di signori del mondo che erano in imbarazzo pel pane quotidiano e doveano appartenere a chi li sfamasse[40]. Di qui quella corruzione elettorale, che assunse proporzioni straordinarie e prima timidamente tentata, si affermò poi sfacciata alla luce del sole.» Che cosa può esservi di più efficace -- diceva Nevio[41] -- quando parla il danaro? -- E Varrone[42]: «Dove prima erano comizii, ora è mercato.» «L'oro annebbia gli occhi non meno del puro vino.»

La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie.

La corruzione elettorale giunse a tal punto che palesemente venivano mercanteggiati i voti e fatte distribuzioni per accaparrarli: quello di agente elettorale divenne un mestiere e i nomenclatores, i divisores, i sequestres, i deductores divennero una parte integrante della nuova vita pubblica romana[43]. Oltre alle corporazioni già esistenti le quali, come più tardi nelle elezioni municipali di Pompei[44], prendevano viva parte alla lotta elettorale, se ne costituirono delle altre con l'unico scopo di brogliare nell'elezioni, che disciolte sempre ripullulavano.

Dice Carlo Marx: «Col diffondersi della circolazione delle merci cresce la potenza del danaro, omai già compiuta, assoluta forma sociale della ricchezza. «L'oro è una cosa mirabile. Chi lo possiede è signore di tutto quello che vuole. Con l'oro si possono perfino mandare le anime in paradiso (Colombo, Lettera della Giamaica, 1503).» «Poichè non può scorgersi quello che si è trasformato nel danaro, tutto, sia merce o non sia, si trasforma in danaro. Tutto diviene oggetto di compera e di vendita. La circolazione diviene la grande storta sociale, in cui tutto va a finire per riescirne ancora cristallo-moneta. A quest'alchimia non resistono nemmeno le ossa de' santi e meno che mai le meno grossolane res sacrosanctae, extra commercium hominum. Come nella moneta è cancellata ogni distinzione qualitativa delle merci, alla sua volta, come un radicale livellatore, essa cancella tutte le differenze. Ma la moneta è anch'essa merce, una cosa materiale che può divenire proprietà di ognuno. Così la potenza sociale diviene potenza privata di un privato. Perciò la società antica la denunzia come lo strumento del traffico del suo ordinamento economico e morale»[45].

D'allora nessuna colpa fu tanto grave in un candidato quanto la povertà o l'avarizia. L'edilità imposta e richiesta con pari ardore (furiosa aedilitatis expectatio) era la misura della larghezza de' candidati[46]. E dalla lebbra nuova poteva dirsi ormai che nessuno quasi andasse immune; era l'ambiente che s'imponeva e Cicerone cominciava perfino a fare delle distinzioni scolastiche tra beneficenza e corruzione. Una elezione importava una spesa talvolta ingente, capace di assorbire un patrimonio; e non si recedeva innanzi ad esso. Gli è che l'ambizione e l'avarizia si davano insieme la mano, e nel danaro oggi profuso per comprare la carica, i più vedevano la posta che domani avrebbe reso il cento per uno; e le ricchezze profuse nel foro sarebbero tornate in casa centuplicate ne' vascelli carichi di oro e di tesori artistici, che facean vela da' porti delle smunte provincie. Roma ebbe i suoi politicians, che della vita pubblica si facevano una professione, gente che Lucilio[47] vedeva:

a mane ad noctem festo atque profesto

totus item pariterque die populusque patresque

iactare indu foro se omnes decedere nusquam,

uni atque eidem studio omnes dedere et arti

verba dare ut caute possint, pugnare dolose

blanditia certare, bonum simulare verumse

insidias facere, ut si hostes sint omnibus omnes.

La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie erano come i due estremi di una linea, che ripiegandosi su sè stessa, formava un circolo chiuso ed il più vizioso che mai fosse. Si corrompeva per ottenere la carica e si voleva la carica per fare una fortuna: e si pensava e si diceva palesemente che delle ricchezze smunte occorreva far tre parti: una alle spese fatte per ottenere la carica, un'altra a' giudici per ottenere l'impunità ed una terza per serbarla a sè stesso. Per il ceto senatorio poi l'una cosa e l'altra erano il mezzo non solo di mantenersi al potere, ma di rendere ancora più serrata l'oligarchia, effetto infallibile del nuovo stato di cose.

Il ceto senatorio, escluso da' commerci[48], comunque indirettamente partecipasse alle associazioni assuntrici di gabelle ed imprese pubbliche, pure se voleva rifornire l'esauste fortune, o rendere ancor più opulento l'avito patrimonio, a niente altro e a niente meglio poteva ricorrere che al governo provinciale. La via regia della fortuna, della potenza, che dava amici e stato e mezzi e fastigio e proseliti era quella. Fu dal governo della Spagna, onde Cesare[49] uscì mondo della enorme colluvie di debiti e rifatto a nuovo e provveduto di mezzi per meglio apprestarsi a giocare il suo ultimo dado. Esempi come quelli di Caio Gracco che poteva dire di aver riportati vuoti dalla provincia i sacchi che vi avea portati pieni d'argento[50], o di Catone che partiva per la Spagna accompagnato da non più che tre servi e condivideva il cibo e la bevanda de' barcaiuoli[51]; erano certamente esempii ben rari. Chi poneva invece freno all'avidità di altri, avidità in molti naturalmente fomentata dalle condizioni de' tempi e fatta seconda natura? Era il male comune che, penetrato nell'organismo, si spandeva per ogni sua parte ed in ogni forma, come fatale principio di dissoluzione. Ed invano, invano contro il fato irrompente si agitava il manipolo de' conservatori, di cui il tipo più noto e più rigido è rimasto Catone.

Per noi, cui, a tanta distanza di tempo, è lecito abbracciare i fatti nel loro complesso e col sèguito di tutte le loro conseguenze, questo spettacolo di corruzione e degenerazione non è che uno de' lati di uno de' più grandi fenomeni che mai presenti la storia. A noi Roma, pur in quella sua nuova vita, appare come il gigante, che ad ogni passo si sentiva crescere e fu alfine sì alto che potè abbracciare il sole e confondersi in esso. Mentre la Roma antica innovandosi scompare, noi vediamo alla Roma metropoli del Lazio e d'Italia succedere a poco a poco Roma capitale del mondo. Sotto il velo dell'infinita corruzione vi è Roma che stringe a sè di un infinito e lungo amplesso il mondo per dargli il suo spirito, improntarlo di sè e confondersi in esso. E in questo, che è il necessario prodotto della storia, par quasi di vedere un tratto di consapevole ascèsi; quasi che essa, martire volontaria, accogliesse in sè tutti i vizî, tutte le corruttele, tutti i germi di perdizione dell'universale, per improntarlo in cambio di sè e infondergli il forte suo alito vitale e fonder meglio le divise nazioni spargendo il seme raccolto della antica civiltà. Sicchè quanto vi era di basso e d'impuro passa e scompare nel tempo, e nel tempo cade quanto vi era di vecchio; e quel che era imperituro rimane, e dalla solenne comunione si schiude il tempo novello.

Ma a chi allora si guardava d'intorno, senza la visione del futuro, ed avea occhi per abbracciare tutto il complesso dello immenso baccanale, quello spettacolo di decadenza dovea sembrare la fine di tutto, dove tutto irrimediabilmente andava a perire. Quello spettacolo dovea sembrare, come parve più tardi a Giovenale, l'ultima orgia gigantesca, in cui il mondo soggiogato, come il dèmone della voluttà, si vendicava del conquistatore soffocandolo nell'estasi stessa del piacere. Ed era l'indignazione, fatta verso, che prorompeva dal cuor de' poeti; la rampogna che si faceva via nella voce degli oratori allo spettacolo della patria decadenza, od un supremo movimento di disprezzo, che di fronte alla indegna prepotenza, alla forza cinica soverchiante, era ultima arme all'oppresso, e faceva sì che in una rivolta dell'orgoglio impotente, cui la speranza del trionfo vien meno, Giugurta, volgendo le spalle alla città odiata, tutta avvolta nell'ebbrezza della vittoria e del piacere, gettasse al vento, come la freccia del Parto, le memorande parole: «O città venale, che venderesti te stessa, se trovassi un compratore[52]».