V. HOMO AMENS AC PERDITUS?
Chi era C. Verre?
Le Verrine.
Lo scrittore, il poeta, l'oratore, l'artista sono anche tanti giustizieri. In questo arruffìo quotidiano della vita, mentre essi, gravati dell'incommodo bagaglio delle loro idealità, passano assai spesso punzecchiati, derisi, angosciati; gli uomini piccoli, che per la loro stessa natura non perdono mai di vista la terra, s'insinuano in tutti i meandri del multiforme inganno umano, tendono reti e stanno in agguato, ghignando, sugl'improvvidi che vi cadono, scavano ad altri la terra sotto i piedi; e da questo lavorio di tutti i giorni assurgono pieni di oro e di fango, carichi di uffizî e di onori, e, tra l'incenso, che loro sale alle nari e le maledizioni che si perdono inascoltate nell'aria, arrivano freschi, riposati, sereni al termine della loro giornata terrena.
Ma se essi inciampano il poeta, lo scrittore, l'artista, in un'ora della vita in cui il loro cuore è colmo d'infinita amarezza, il poeta, lo scrittore, l'artista, che sanno anche essere giustizieri, li acciuffano con la mano febbrilmente potente, e sulla fronte, insolitamente rivolta verso il cielo, imprimono come un suggello il marchio della condanna.
Si spengono allora gli echi dolenti delle angoscie che essi suscitarono; scompare fin la traccia delle ville sontuose e de' palagi superbi, onde guardarono con piglio insolente sul mondo e sulla vita; le statue, ch'essi si eressero, vanno in pezzi; ma vive ancora nel verso, nell'orazione, nel libro il povero clandestino epigramma, che anonimamente ronzava intorno a loro; e, raccomandati all'opera di chi li fece eterni, passano alla posterità cinti di un nimbo d'infamia, monumenti vivi dello stridente contrasto tra la gente che impera e quella che langue, esempî di tanti altri, che vissero della loro vita e godettero della loro fortuna.
Tale è la sorte di Verre. Non son molti davvero i personaggi dell'antichità, specialmente di ordine secondario, delle cui gesta possiamo dire di sapere tanto come di Verre. Ma tutto quello che sappiamo di lui, sgorga da una fonte sola, e questa non è una fonte spassionata ed impersonale; anzi è un atto di accusa, dove la narrazione si trova incastrata tra invettive, sarcasmi, dileggi.
E, quasi che ciò non bastasse, l'accusa non è soltanto la reazione di un'anima offesa dallo spettacolo dell'ingiustizia, ma, che che Cicerone faccia per attenuarne l'effetto, è l'assalto di un avversario ed un atto coordinato a tutto un piano di condotta politica e destinato ad avere un'azione immediata sugli avvenimenti politici del tempo.
Pure, benchè la fonte sia così unilaterale e ci manchi generalmente la possibilità del controllo, convenientemente usata ed interpretata, ci dà modo di formarci un concetto non incompiuto dell'uomo e del tempo.
Chi ha qualche volta osservato l'indole e le fasi dello svolgimento de' drammi giudiziari, come usa chiamarli, ha veduto come spesso, nelle mani di chi accusa o difende, i fatti vengano abilmente svisati ed affermati o smentiti secondo un preconcetto disegno. Ma tal'altra volta i fatti son tali, o così provati, che si contende piuttosto della loro importanza e della interpretazione a cui possono andare soggetti, ed allora anche un'accusa od una difesa può esser un documento storico di notevole valore. E questo sembra sia il caso delle «Verrine». In esse per giunta troviamo riflettuto, sia pure per farne strazio, tutto il sistema di difesa di Verre, e di tratto in tratto ci è dato gettare uno sguardo sull'ambiente esteriore, e conoscere ciò che si operava dietro la scena e da quali impressioni era dominata e come si moveva la folla, che, assistendovi, partecipava anch'essa a questo così importante episodio della vita romana.
Accanto a qualche esagerazione ed a qualche interpretazione forzata, da alcuni particolari stessi che non hanno diretto rapporto con l'accusa, balza fuori in qualche modo la figura dell'accusato. Da tutto l'insieme di dati piccoli e grandi, da quella sfida cinica alla giustizia ed all'opinione[304], da quella furberia talvolta sino infantile[305] e da quella cieca e sventata imprevidenza, da quella passione delle opere di arte morbosamente irresistibile[306], da quella sua irritabilità[307] che, eccitata reagisce feroce, da quella sua rapacità che diventa crudeltà, da quel suo furioso entusiasmo della libidine e dell'orgia[308], e da quella sua incontinenza che non conosce confine, si ricompone -- se tutti que' dati son veri -- una figura di delinquente quale la scienza moderna[309] lo concepisce: un tipo di degenerato morale, che da un lato si ricongiunge alla follia e dall'altro presenta come un ritorno atavico dell'uomo primitivo, del selvaggio. Tra la civiltà greca, in mezzo a cui vive, egli appare veramente il tardo nepote de' favoleggiati compagni di Romolo, assertori del diritto della forza, rapitori di donne, banditi; o come un'anticipazione di quello che sarà tra un secolo Nerone, amatore dell'arte cieco ed impotente, che vuol trasportare nella vita un suo grande sogno di lusso e di piacere e, dominato da invincibili impulsi, piega e spezza tutto quanto si para come un ostacolo al suo egoismo armato del potere.
E insieme alla figura di Verre viene a galla tutto un altro gruppo di figure, quale intraveduta appena, quale sbozzata e pur chiara; e tutta una serie di concetti morali dominanti la vita pubblica e la privata, e i buoni e i cattivi istinti della folla e l'ambiente stesso della vita giornaliera de' dominatori e dei soggetti; tutto un momento insomma della vita romana, che il processo di Verre rievoca e ricompone intorno a Verre, fatto centro di tanti interessi, ire e passioni, che, compenetrandosi con la sua sorte e la sua persona, le danno una particolare importanza storica.
C. Verre e la sua famiglia.
Chi egli fosse e da quale famiglia uscisse, non parve sempre, nè a tutti ben chiaro. Il nome romano, che ha la particolarità di determinare così bene un uomo ne' suoi rapporti pubblici e privati, nelle sue relazioni famigliari e di schiatta, appare in C. Verre, piuttosto che monco, suscettibile di ambigue interpretazioni. Fu creduto anche che Verre fosse solo il cognome, e il nome gentilizio, per tutto taciuto, fosse Cornelio; ma è invece il contrario ch'emerge dal testo stesso di Cicerone[310], e si può affermare con sicurezza che quello di Verre fu un nome gentilizio[311], e, cosa del resto non rara, egli non ebbe cognome. Nè il nome stesso ha il carattere eccezionale, che da principio si sarebbe inchini ad attribuirgli, se può ritenersi soltanto come una forma più antica di Verrius[312], della cui schiatta la famiglia di Verre potrebbe così essere stata un ramo, distratto sempre più dal tronco comune.
Vi sarebbe qualche motivo per credere che non potesse già vantare parentele illustri e potenti[313]; in ogni modo era nobile[314]. Suo padre, C. Verre anch'esso[315], dovea aver nome d'insigne manipolatore di elezioni e vivea in una cerchia d'incettatori di voti[316], incettatore egli stesso, addestrando nell'arte, perchè non si perdesse, altri membri di sua famiglia, un Q. Verre[317] per esempio, della tribù Romilia.
Malgrado ciò, o forse per ciò, non gli mancò un posto nel senato.
Sua madre avea comune la schiatta ed il nome con Q. Tadio[318]. Questi i congiunti che avea per parte de' suoi genitori. Il suo matrimonio appresso lo legò con vincoli di affinità a Vezio, cavaliere romano[319]: un legame non sappiamo di qual genere e tra chi, lo rese anche affine de' Metelli, ma solo alla vigilia del suo giudizio[320]. Di qual famiglia fosse il genero non sappiamo. L'anno della sua nascita ci è del pari ignoto, ma sapendo della sua morte avvenuta, e non per causa naturale, nel 43 av. C. e che, pretore in Sicilia era padre di un figlio presso ad uscire dall'adolescenza e di una figliola già fatta sposa[321]; possiamo da tutto ciò argomentare che all'epoca della sua pretura probabilmente egli doveva avere un'età non maggiore o di poco a quella richiesta per covrire l'ufficio.
Egli dunque dovè fare con rapidità e con fortuna la sua carriera, a cui si preparò non con pazienza di studî e nobile esercizio di vita; ma, piuttosto, sulla scorta dell'esempio paterno e, conforme all'indole dei tempi, emergendo nel lieto pandemonio delle gazzarre cittadine.
Non si logorò proprio negli studî; e se Cicerone non lo calunnia anche in questo[322], non trovò nemmeno il tempo di acquistare una conveniente cultura, neppure quello di apprendere il greco, cosa relativamente comune per gli uomini del suo stato. Ma Cicerone certamente esagerò anche questa volta.
In ogni modo da adolescente si sarebbe annunziato, quale sarebbe poi stato maturo. Cicerone fa le viste di non volersi occupare della sua vita di adolescente; ma ciò non è che un artifizio retorico; ricorrendo alla figura della preterizione, trova benissimo il modo di rievocare le orgie notturne e la gioventù spesa tra lenoni, biscazzieri, mezzani, e i buchi fatti al patrimonio paterno; quella sua prima milizia non ricca che d'ignominie, e in cui profuse oro insieme ed onori; tutta insomma l'impura adolescenza che ora si rinnovava nel figliuolo[323].
La questura di Verre.
Questo stesso suo modo di vita non doveva essergli d'impedimento a salire nelle nuove condizioni della vita romana e specialmente nell'infuriare delle dissensioni civili; e lo vediamo infatti entrare nella vita pubblica come questore[324] del console Cn. Papirio Carbone nella lotta della parte mariana e sillana. Cicerone gli fa tener questa carica quattordici anni prima della causa e, benchè, secondo quella che ad alcuni può parere la più usuale maniera di contare, si sarebbe aspettato che avesse detto quindici[325], riesce evidente che intendeva riferirsi all'anno 84 a. C.[326].
Il fatto che Cicerone lo fa restare questore ancora sino al sacco di Rimini[327], il quale non potè accadere che nell'82, e ad anno abbastanza avanzato, ha dato origine ad una viva controversia sull'epoca vera della questura di Verre; onde, mentre qualcuno[328] l'assegna all'anno 84, altri[329] l'attribuisce all'anno 83, ed altri[330] ancora all'anno 82. Che Cicerone assegnasse l'entrata di Verre in carica all'anno 84 è fuor di dubbio e non pare lo facesse per una svista, giacchè egli si ferma molto alle particolarità del fatto, rileva il nome di L. Scipione, siccome quello del console succeduto a Cn. Papirio Carbone e mostra di ben conoscere il seguito de' fatti di quegli anni, che del resto si erano svolti sotto i suoi occhi.
D'altra parte per l'allusione al sacco di Rimini, per la menzione de' conti resi a P. Lentulo e L. Triario[331], questori nell'anno 81, si deve pure ritenere, che nell'anno 82, C. Verre occupava l'ufficio di questore.
Di fronte a questi fatti restano prive di valore le opinioni unilaterali di quelli che vorrebbero far valere la data di un anno o quella di un altro, e pare si debba pensare ad una prorogazione dell'ufficio o ad una rielezione di Verre all'ufficio di questore; cosa tanto più probabile in quanto avrebbe fatto riscontro appunto alla reiterazione del consolato di Cn. Papirio Carbone[332].
Cronologicamente dunque la notizia di Cicerone non offre materia ad appunti: merita bensì di essere accolto con ogni cautela il giudizio che dà del modo onde l'ufficio fu gerito e degli incidenti che l'accompagnarono. Verre infatti nell'anno 82 si staccò dalla parte mariana per aderire alla sillana, e Cicerone non ha parole sufficienti per bollare più e più volte questa sua defezione[333]. A sentire il suo accusatore, prima di tutto C. Verre non fece questa apostasia per considerazioni politiche, ma semplicemente a scopo di rapina. Infatti da' conti resi della sua questura appariva com'egli dovesse avere ancora presso di sè seicentomila sesterzi, quanti costituivano la differenza tra il denaro ricevuto e lo speso, e, intanto, a' suoi successori non seppe darne altra giustificazione se non d'averli lasciati a Rimini, dove a cagione del sacco doveano essere andati perduti[334]. Ora come accadessero le cose, noi non siamo in grado di dire; ma si può ben dire che la giustificazione di Verre non menava univocamente a quell'interpretazione che Cicerone le dava. E tanto più apparisce parziale, quanto più passionato ed esagerato è il biasimo che Cicerone getta su Verre, indipendentemente da ogni ragione di furto, pel semplice abbandono del suo console.
Per averne un chiaro intendimento occorre mettere in relazione quel fatto con altri avvenimenti del tempo stesso. L. Cornelio Silla era da poco sbarcato in Italia e già dalla parte avversa molti cominciavano ad inclinare verso di lui. L'esercito di L. Scipione abbandonava il suo comandante e si rendeva a Silla[335], e colle vittorie de' suoi legati e l'affermarsi della sua fortuna, la demoralizzazione e la sfiducia entravano nel campo nemico; e le diserzioni spesseggiavano tanto più, quanto l'uomo, a' suoi benigno ed a' nemici crudo, sapeva con tutte le arti del fascino personale e con tutte le minacce della più inesorabile vendetta attrarre a sè gli uomini[336]. Se qualche cosa è notevole, è precisamente questo: che Verre potè ancor tanto tempo dopo la venuta di Silla in Italia restare fedele alla sua parte, e non passò all'avversario, se non quando la sua parte si andava ormai dissolvendo senza rimedio e i suoi interessi di Romano e di nobile lo gettavano in braccio a Silla; e probabilmente non si poteva dire ch'egli abbandonava il suo console, ma che il suo console abbandonava lui e l'esercito e la sua parte, cercando in Africa uno scampo[337]. Il peggio che in questo può dirsi di Verre è che, al pari di tanti altri, in questa e nelle posteriori guerre civili, anch'egli finì per obbedire a quel senso dell'opportunità, che, se oggi è perfino il programma e la bandiera di un partito, fu sempre come la bussola de' moltissimi che, nella vita civile e nella politica, in ogni tempo ebbero a supremo scopo all'esistenza il salvataggio della borsa e della pelle.
Verre potè dire d'aver assicurato l'una cosa e l'altra. Silla lo mandò nel Beneventano tra i suoi amici, per diffidenza come vuole Cicerone[338], per ragione di uffizio, se come è lecito dedurre dalla resa di conti fatta a' questori dell'anno successivo, egli tenne la carica sino alla fine dell'anno[339]. Silla in ogni modo, com'era natura dell'uomo, lo beneficò e lo protesse, e Verre potè andare innanzi nella sua carriera. A Roma dopo questa sua questura, rimase appena tre giorni[340], occupato del resto, come sembra, in missioni ed incarichi, probabilmente nel Beneventano.
La legazione e la proquestura di Verre.
Due anni dopo, nell'anno 80, Cn. Dolabella di parte aristocratica, stato l'anno innanzi pretore, va come propretore in Cilicia ed, a proprio legato, non sa eleggersi miglior compagno di Verre, e dopo la morte del suo questore C. Malleolo gli affida anche la gestione della questura in sua vece[341]. Che legazione e che proquestura! Qui Cicerone aggrava la mano e fa Verre responsabile non solo di quello ch'egli potè commettere, ma di quello altresì che commisero il suo capo ed i suoi dipendenti. Che cosa in verità fece di suo proposito e per suo conto, che cosa come ministro del propretore? Noi non lo possiamo sapere completamente. Dolabella era ornai tramontato dall'orizzonte e a Cicerone fa commodo addebitare tutto a Verre, anche quello di cui Dolabella era stato riconosciuto colpevole in giudizio[342], ricorrendo ad induzioni ed illazioni, invocando la testimonianza di gente danneggiata e stizzita, o disposta ad accusare anche per propria difesa[343]. In ogni modo, se anche alcuni fatti non ebbero origine in un preconcetto disegno, ma furono l'incidente di una notte di crapula[344]; se in alcuni atti egli fu il braccio allungato di Dolabella, non bisogna durar molta fatica per ammettere che il suo passaggio, più che quello di un legato del popolo romano, dovè sembrare talvolta quello di qualche infortunio[345]. Soltanto, di questi infortunî in pellegrinaggio si era destinati a vederne più d'uno.
I Dolabella erano di razza rapaci e fraudolenti[346] e C. Malleolo, il questore, era tutt'altro che un puritano[347]. Un uomo dal senso morale molto mediocre, come era Verre, non poteva proporsi altro che di accomodarsi alle leggi dell'ambiente e farne suo pro, e così fece. A quella scuola egli apprese e ritenne per poi, se mai, emulare o superare i maestri. Era, pare, la sua prima scorsa su' poderi del popolo romano ed egli vi faceva, come è dire, il suo noviziato; per non perdere tempo anzi incominciò dal viaggio. La sua casa era ancora poco adorna di statue greche, e la selvetta che la circondava sarebbe stata lieta di porgere le sue ombre alle divinità elleniche[348]; i provinciali aveano ancora molta lana da potersi tosare e, se anche un colpo di forbici arrivava alla pelle, ciò li avrebbe resi più umili; e, finalmente, a lui che usciva dalla guerra sillana, gli ozî di Marte, dio infido e terribile, doveano parere utili a propiziarsi Afrodite, e tutte le avventure galanti della provincia poteano fornire un diletto, lieto a godere oggi e bello a narrare domani.
Il viaggio.
All'opera dunque! A Sicione fa al magistrato cittadino richiesta di danaro. Non si arrende? L'avarizia può più del nome romano e della paura? Ebbene, lo si caccia in uno stambugio e, acceso un buon fuoco di legna verdi, lo si lascia a considerare se ha minor pregio l'oro, o dà maggior molestia il fumo[349]; citra sanguinis effusionem! Di oro intanto sarà meno avara in Atene Minerva, e al magistrato romano che la vide e non ne partì a mani vuote, ne rimarrà due volte grato il ricordo[350]. Sono ancora troppo ricchi, troppo ornati questi templi di Grecia e d'Oriente, pur dopo che vi passò, da tanti anni, il conquistatore romano: ha troppe statue Apollo nel suo tempio, a Delo ove nacque, e nella notte è bene che ne sparisca qualcuna. Ma Apollo è qualche volta un dio iroso e capace di difendere la sua proprietà, come un qualunque avaro mortale, anche invocando da Poseidone un uragano: la tempesta infatti viene e la nave, che porta la sacrilega preda, si sfascia ed il turbato flutto del mare riporta alla riva le statue sacre di Apollo; sicchè -- fu superstizione o necessità di resipiscenza? -- Dolabella deve farle rimettere là donde furono prese e donde il popolo, tacito, ne deplorava la mancanza, pur non avendo il coraggio di reclamarle[351].
Ma non tutti gli dèi sanno o vogliono difendersi come Apollo: a Samo il tempio di Giunone resta a dirittura spogliato[352]; a Tenedo lo stesso dio indigete Tene non riesce a restar fermo al suo posto[353]; Diana di Perga vede depredato non solo il suo tempio, ma sè stessa degli ornamenti muliebri che porta[354]. E invano tentano gli uomini di sopperire alla neghittosità degli iddii; a' legati di Samo, che vanno a muoverne lamento, C. Nerone risponde che vadano a Roma, e Roma è lontana, e, quando essi vi arrivino, potranno avere la sorpresa di vedere che, in prova d'animo generoso, il loro depredatore si è offerto ad ornare per un giorno delle opere d'arte rubate i fòri e le vie[355].
Intanto bellissime statue sono portate via di forza da Chio, da Erythrae, da Alicarnasso[356]; da Aspendo, in cospetto di tutti, su carri tirati da buoi s'asporta tutto quanto stava ad ornamento di edifizî pubblici e di templi e, tra l'altro, quel citarista, che per la perfezione sua era passato in proverbio e si dicea capace di cantare ogni cosa[357].
Non perdona agli dèi il nuovo padrone e tanto meno perdona agli uomini; ma, in cambio, come ama piacere, ad ogni costo, alle donne!
Il suo amore egli lo insinua, lo offre per tutto, più spesso lo impone a dirittura.
L'avventura di Lampsaco.
Vi è una missione per i re Sadala e Nicomede, e Verre fa sì che Cn. Dolabella gliela commetta; una felice occasione a queste spedizioni feconde e senza pericoli. Sulla sua via è Lampsaco, ed egli vi fa sosta con tutto il suo seguito. Dolce e generoso è il vino di Lampsaco e belle ne sono le donne; ma bella più di tutte è la figliuola di Filodamo, bella e pudica. Verre è ospite di Janitore, di cui non gli riesce potere abbandonare la casa, e a Filodamo impone, ospite non desiderato, non accetto, Rubrio, un suo bracco, lo stesso appunto che avrebbe scovata la bella fanciulla. Filodamo tuttavia vuol fare ammenda dell'ospitalità mal concessa, e la casa del ricco anfitrione s'apre per accogliere, convitati da Rubrio, Verre e il seguito suo. Fu intanto pensiero preconcetto, come vuole Cicerone, o fu caso? Ma, libando e crescendo l'eccitazione del convito, Rubrio si rivolge a Filodamo per suggerirgli di chiamar lì la sua bella figliuola e, al timido schermirsi di Filodamo, altre voci si levano più pertinaci invocando la donna, e, tra le insistenze e la minacciata violenza degli uni e la resistenza degli altri, si accende una rissa in cui un littore, Cornelio, viene ucciso e donde lo stesso Rubrio esce ferito[358]. La voce e l'ira del tumulto viene il giorno appresso portata in piazza, e Verre, assalito in casa da una folla furibonda, che minaccia di metter tutto a ferro e fuoco, deve la sua salvezza soltanto all'interposizione de' cittadini romani, che erano colà per i loro commerci[359]. E parte, rinunziando anche per ora a chiedere la punizione dell'offesa fatta alla sua autorità ed alla sua persona[360]; ma la vendetta non scende meno sicura nè meno rapida sul capo di Filodamo e del figliuolo. Cn. Dolabella lascia la sua provincia di Cilicia e l'esercito e la guerra per accorrere in Asia ed indurre C. Nerone, esitante, a punire l'uccisione avvenuta nella sua giurisdizione, e da un tribunale composto di Dolabella, de' suoi prefetti e tribuni, dello stesso Verre e di creditori di Greci sempre ligi a' legati; Filodamo e il suo figliuolo passano nelle mani del carnefice sul fòro di Laodicea[361], dando a tutta l'Asia spettacolo più della vendetta, che della giustizia romana.
Il brigantino di Mileto.
Pur troppo gli Asiatici erano costretti a vederne d'ogni colore. Verre passa per Mileto, ne tratta con alterigia i magistrati, e, mentre si fa ospitare lautamente, li maltratta e taglieggia la città con la richiesta di un contributo di lana; poi, partendo, chiede una nave che gli serva di scorta sino a Myndo, e, subito, con T umiltà di chi serve, gli è dato un brigantino ben allestito, ben armato, scelto tra i dieci che Mileto aveva a servizio della stessa repubblica. Ma il magistrato della repubblica è anche più infido del mare: soldati e marinai tornano, ma a piedi; il vascello non più; venduto a L. Magio e L. Fannio, dichiarati poi nemici di Roma, esso va in corsa da Sinope a Dianium, dalla Spagna al Mar Nero!
E guai a muoverne pure lamento! Lettere di Dolabella arrivano e impongono che non se ne parli, che se ne cancelli la traccia dagli atti pubblici, che tutto insomma torni nel buio[362].
Verre tutore.
Ma Verre andava omai a vele spiegate ed era la fortuna che gli gonfiava la vela. C. Malleolo, il questore, viene ucciso ed è una doppia eredità che tocca a Verre, la proquestura, che Cn. Dolabella gli affida, e la tutela del figliuolo dell'ucciso: doppia eredità; chè anche la tutela può, in certi casi e con certe persone, valere come un'eredità.
Qui, a dir di Cicerone, sarebbero cominciate quelle esimie baratterie nelle compre del frumento a un prezzo designato dalla stessa legge che ne ordinava l'acquisto (emptum, imperatum), e nelle riscossioni fatte in luogo del frumento da fornire al pretore ed al suo seguito (aestimatum), che poi in Sicilia assunsero così larghe proporzioni. Nè si tratta di tentativi tanto timidi, se fu poi addebitato un profitto di tre milioni di sesterzî a Dolabella per frumento, cuoi, sacchi, panni, che avrebbe dovuto prendere e non prese, avendone in cambio danaro[363].
E il tutore del pupillo valeva quanto il pubblico amministratore. C. Malleolo, uomo senza scrupoli, per affermazione dello stesso Cicerone faceva il paio con Verre ed era ricco di masserizie, di servi, di crediti verso le città. In tutto questo panno ora Verre avrebbe tagliato a suo agio, senza discrezione: de' vini, che quegli aveva in gran copia, pensò a rifornire le sue cantine; tutte le argenterie, gli schiavi, o che si raccomandassero per la bellezza dell'aspetto o per particolari attitudini, li prese per sè ed i crediti li fece a poco a poco sfumare tra le sue mani. Egli avrebbe esatto due milioni e cinquecentomila sesterzi, ma di dare i conti non se ne parlava; messo alle strette dalla madre e dall'ava del pupillo, perchè dicesse almeno quanto aveva portato, parlò di un milione, poi, per uno scambietto di cui non possiamo comprendere nulla, come nulla mostrava di comprenderne Cicerone, con una dolosa cancellatura, il milione si trovò ridotto a seicentomila sesterzi, che apparivano dati al servo Crysogono ed accreditati al pupillo Malleolo, senza che nemmeno si fossero integralmente versati[364].
Verre e Dolabella in giudizio.
Quelli della provincia erano i giorni della gazzarra; ma, mentre il lampo dell'oro e lo strepito de' tripudî rendeva il governatore ebbro, e come un ebbro sicuro di sè stesso, quelle lagrime di manomessi, di spogliati, di violate talvolta si addensavano lontano, a Roma, per iscoppiare loro, sul capo, al ritorno. Era il fuoco del purgatorio non acceso, oltre la vita, da una trascendente giustizia divina; ma qui in terra, e non dalla pietà verso i provinciali, ma dall'invidia, dall'avidità delusa, dall'ira di parte, dall'ambizione, da tutto il vento delle passioni insomma, che vi soffiava dentro, facendo di quei giudizî una fiamma da tregenda. Un M. Scauro della famiglia degli Aurelî[365], più probabilmente che di quella degli Emilî[366], è forse quello stesso che Cicerone poco innanzi nomina come questore in Asia[367] e che colà poteva avere avuto notizia de' fatti, giovane d'anni ma astuto e corrivo alla vendetta, si faceva nell'anno 78 accusatore di Dolabella, chiedendogli conto del suo governo di Cilicia.
Quanta parte nel malgoverno aveva avuta Dolabella? quanta ne aveva avuta Verre?
Cicerone tendenziosamente ne vorrebbe addossare tutta a questo la soma, facendone quasi il solo responsabile degli stessi fatti, di cui Dolabella riportò condanna: un'esagerazione, comoda certamente a' bisogni della causa, ma manifesta sì per la diversa posizione de' due e sì per le stesse parole di Cicerone, quando fa intervenire Dolabella a metter la polvere sugli atti di Verre od a sperderne la traccia[368] e quando egli stesso, per induzione, arriva a concludere che se Dolabella ne fu l'autore, Verre ne fu l'esecutore materiale[369]. È chiaro in ogni modo che se il governo della provincia avea dovuto farne due amici e la concordia era sopravvissuta anche alla spartizione della preda, ora nel giudizio l'istinto della propria conservazione dovea farne due avversarî; e M. Scauro, intento sopratutto a colpire Dolabella, trasse naturalmente partito da questa posizione di cose, anche senza quell'anticipato e perverso accordo, che forse può essere una posteriore induzione di Cicerone[370].
Cicerone fa colpa anche a Verre di non aver resi i suoi conti prima della condanna di Dolabella; eppure nulla vi era di più giusto. La responsabilità anche amministrativa di Verre e la sincerità de' suoi conti dipendevano direttamente dal grado di responsabilità di Dolabella e dalla provata verità delle sue attestazioni in giudizio; era impossibile parlare di resoconto, mentre si disputava se Dolabella avesse oppur no ricevuto, e se Verre gli avesse dati cinquecento trentacinque mila sesterzî, e se alla sua volta Verre avesse ricevuto altri duecento trenta duemila sesterzî non riportati ne' suoi registri, e di frumento un altro milione ed ottocentomila sesterzî parimenti non riportati. Può darsi benissimo che ne' suoi registri Verre avesse trascurato d'iscrivere i crediti verso Q. e Cn. Postumio Curzio e che avesse pure in Atene versato nelle mani di P. Tadio quattro milioni di sesterzî[371]: in ogni modo da quel processo, donde correva rischio di riuscire come un accusato, ne uscì immune. Fu a proposito di questo giudizio che Verre dovette trattenersi in Roma tre giorni[372], la sola dimora da lui fatta in città dopo l'esercizio della sua questura, a quanto almeno dice Cicerone; e, se ciò è vero, questa sua breve fermata e la lunga assenza valgono anche a togliere credito a' maneggi che Cicerone gli attribuisce nella causa di Dolabella.
La pretura di Verre.
Dove fu e che cosa fece, dopo ciò, per più che tre anni? Poichè era questo il tempo in cui la parte mariana, rifatta ardita dalla morte di Silla, faceva una nuova levata di scudi in Italia e maggiore anche e più fortunata nella penisola iberica; è probabile che Verre non restò inoperoso e contribuì a sostenere le sorti della parte aristocratica di cui era un campione. È notevole che Cicerone per questo triennio e più non gl'imputa niente di determinato, e, benchè dica che la cronaca cittadina non cessa di occuparsi di lui e non per festeggiarlo, non è improbabile ritenere che, durante la sua lontananza, gli echi di fatti suoi non commendevoli, che aveano potuto ripercuotersi nel processo di Dolabella, si andarono spegnendo, e con essi, come per chi è lontano suole appunto avvenire, molte ire e rancori.
Quando Verre tornò a Roma nel 679 (75 a. C.), vi tornò per essere elevato ad una delle più alte cariche dello Stato, a quella che, se poteva essere seconda in importanza ad un'altra, poteva in dignità ritenersi non seconda ad alcuna. Verre divenne pretore. Fu tutta opera della corruzione elettorale e di nient'altro che della corruzione? Cicerone lo dice nella forma più esplicita e tale che non ammette repliche. Trecentomila sesterzî distribuirono per suo conto i divisores ed ottantamila n'ebbe l'accusatore perchè recedesse dall'accusa[373]. Certamente il credere alla corruzione non è fare ingiuria nè all'uomo, nè a' tempi; l'uno e gli altri anzi lo suggeriscono; ma non bisogna neppure dimenticare che un uomo come Verre, duro, inesorabile ostinato e senza soverchi scrupoli, era per la parte in cui militava, e lo mostrò, uno strumento non trascurabile, ed il potere della parte aristocratica, allora prevalente, va pure tenuto in conto. Comunque ciò fosse, quando il suo nome uscì trionfante dal voto dei comizî, egli dovè sentire tutto l'orgoglio e la gioia di chi è salito così alto che non ha se non da tendere la mano per afferrare il supremo fastigio del potere. Anche la sorte lo favoriva; egli era pretore urbano[374].
Strumento ed artefice al tempo stesso della legge, egli si assideva oggi in Roma come l'arbitro della giustizia civile; e, tra un anno, l'aspettava la provincia, dove, questa volta, con autorità incontestata, e se dio voglia, con migliore fortuna avrebbe compiuta quello che aveva fatta ed anche quello che forse non aveva fatto Dolabella.
Ma dunque, o Cicerone, è un pirata che si accampa nel fòro di Roma?[375].
Il pretore -- occorre appena rammentarlo -- non era semplicemente l'esecutore della legge, stretto dalla parola di essa in determinati confini ed a spiegare l'opera sua soltanto caso per caso. Fra gli elementi che concorrono all'esplicazione della coscienza e della vita giuridica romana, il pretore è l'elemento più vivo ed operoso, e il suo editto è lo spirito innovatore che svolge le istituzioni e le leggi antiche e le adatta alle nuove condizioni di vita; deriva da' nuovi rapporti economici e sociali le nuove norme giuridiche e segue assiduamente Roma in questo allargamento progressivo della sua sfera di azione ed in questa graduale fusione della civiltà cittadina con la civiltà universale. Quanto più vasto il compito adunque, tanto più facilmente irto di pericoli, fecondo di errori; ed il rimedio a tutto non era in una espressa disposizione di legge, ma piuttosto nella natura transitoria del provvedimento, nel divieto al suo adempimento opposto da un magistrato di potere uguale o maggiore, nel limite sopratutto che ciascuno dovea sapere imporre a sè stesso. Ancora un freno di meno: l'editto non era il programma del candidato, che diveniva legge poi per l'eletto; ma uno schema, neppure rigorosamente obbligatorio, del pretore designato ad entrare in funzione. Che cosa non dovea prestarsi a divenire un tale ufficio nella Roma del settimo secolo, divenuta il mercato del mondo, in quella gara intemperante di ambizioni, d'interessi, di cupidigie, e come doveva essere ben saldo sulla sua sedia curule il pretore per resistere a quel cozzo, e quante volte vi restava saldo? E che cosa ne fece Verre? Che pagina scrisse egli in questa storia sì gloriosa, se guardata a grandi tratti, della pretura romana? L'opinione di Cicerone è risaputa: la pagina che Verre vi scrisse, fu quale l'avidità potea suggerire, la malafede dettare, e l'insipienza scrivere. Designato pretore non fece che tessere tutta una rete piena di viluppi per tenderla poi ne' giorni dell'uffizio: tale è il suo editto. Non è nemmeno la manifestazione di uno o di un altro concetto giuridico; è, così, un ingegno messo insieme per prede predestinate. E Cicerone, al giorno del giudizio, ne strappa via alcuni nodi e alcune maglie per agitarli innanzi a' giudici e al popolo, onde tutti li vedano, tutti concepiscano il resto.
L'eredità di P. Annio.
P. Annio Asello è morto, che era ancor pretore C. Sacerdote, il predecessore di Verre: non avea che una figliuola e la legge Voconia, rogata secondo la data più probabile[376] novantaquattro anni innanzi, nel 585 (169 a. C.) dal tribuno Voconio, favente Catone, avrebbe potuto toglierle o limitarle il diritto ereditario; ma egli non era censito ed il diritto ereditario della figliuola così resta salvo. Pure così non pare a Verre. Giacchè vi è un L. Annio, erede secondo chiamato, a quanto dice Cicerone, Verre lo fa venire a sè, si accorda con lui, ed ecco introdotta nell'editto una regola interpretativa della legge Voconia, e con effetto retroattivo per giunta, per cui la figliuola di P. Annio vien dichiarata incapace di succedere al padre e l'eredità si devolve a L. Annio[377].
L'eredità di P. Trebonio.
P. Trebonio muore lasciando varî eredi, tra i quali un suo liberto e, poichè suo fratello A. Trebonio è proscritto e non può essere suo erede, impone agli eredi istituiti di giurare che farebbero in modo di far arrivare ad A. Trebonio almeno la metà di ciascuna porzione ereditaria. Gli eredi, consapevoli della legge Cornelia che interdiceva qualsiasi aiuto al proscritto, vanno da Verre, mostrano l'impossibilità legale del giuramento e sono immessi nel possesso dell'eredità: più ingenuo il liberto presta il suo giuramento e ne è escluso[378]. Ancora. Muore durante la pretura del predecessore di Verre, di C. Sacerdote, C. Sulpicio
L'eredità di Sulpicio Olympo.
Olympo ed istituisce suo erede M. Ottavio Ligure, uomo di posizione molto elevata per nome, qualità personali ed opulenza. M. Ottavio Ligure era stato già immesso nel possesso dell'eredità dal pretore C. Sacerdote, quando l'anno appresso, sotto la pretura di Verre, la figliuola del patrono di Olympo si fa a chiedere la sesta parte della sua eredità. Nell'assenza di M. Ottavio, il fratello Lucio, e con lui altri amici e parenti, cercano tutelare il suo interesse: L. Gellio ne assume il patrocinio, sopravviene in fine lo stesso M. Ottavio e cerca far intendere a Verre le sue ragioni e che il suo editto non può avere effetto retroattivo e via; ma Verre gli fa intendere alla sua volta, senza ambagi, che non è questione di argomenti giuridici e disquisizioni legali, è soltanto questione di quattrini[379].
Cicerone dice di poter evocare seicento sentenze almeno, che hanno in sè stesse l'impronta della corruzione[380]. Si trattava di una realtà o di una amplificazione? Non è punto difficile propendere per questa seconda opinione.
Che che ne dica Cicerone, i tre casi innanzi esposti, che sono i tre esempi addotti da Cicerone, non sono tali da far dire che Verre uscisse assolutamente fuori della legalità, decidendo come decise.
Verre e la lex Voconia.
Noi non possiamo dire di conoscere veramente bene la legge Voconia, giacchè le notizie, che su di essa ci sono pervenute, sono in parte incomplete, e in parte contraddittorie[381]. Due tratti dello stesso Cicerone, che si riferiscono ad essa[382], se a qualcuno sono sembrati atti ad essere conciliati[383], ad altri sono sembrati assolutamente repugnanti. E discordanti sono ancora sembrati un luogo di Gaio[384], ed un altro di Cicerone[385], che si riferiscono non alle regole dell'eredità, ma a quelle de' legati, imposte dalla legge Voconia.
Stando alla relazione che l'epitome liviana (l. c.) dà della legge Voconia, il procedimento di Verre sarebbe stato affatto conforme al precetto legislativo; giacchè il divieto di istituire erede una donna sarebbe stato generale e non limitato a' cittadini aventi un censo maggiore di centomila assi. Ma forse potrà ritenersi che l'epitome, per lo stesso sforzo di essere compendiosa, sia riescita monca; e sia. Sia dunque il divieto limitato come Gaio[386] vuole a' testatori aventi un censo superiore a centomila assi. Di che cosa Cicerone fa colpa a Verre? Non già di avere escluso a torto dalla successione di P. Annio la figliuola perchè unica; bensì di averla esclusa a torto, perchè suo padre non era censito. Anche qui l'uso della parola «censito» ha generati alcuni equivoci sulla legge Voconia; quasi che per Cicerone, essa si riferisse a tutti i censiti, non a quelli della prima classe soltanto. Il concetto di Cicerone non è questo: egli intende dire semplicemente che P. Annio, se fosse stato censito, sarebbe stato annoverato nella prima classe; ma egli non era stato censito. E perchè non era stato censito? Nessuno ce ne dice categoricamente la ragione; ma, rammentando le fasi cui andò soggetta la censura dopo Silla, che, se non l'abolì di dritto, l'abolì di fatto[387], intenderemo facilmente che P. Annio, il quale forse appunto in quel giro d'anni avrebbe dovuto essere censito, non fu iscritto per la mancata redazione delle nuove liste. Ciò posto, nell'applicazione della legge Voconia, doveva aversi riguardo al vecchio censo od alle nuove mutate condizioni di fatto? È chiaro che il diritto pretorio specialmente, che aveva uno scopo eminentemente pratico, dovea attenersi a questa seconda norma; e a questa si attenne Verre. Che P. Annio fosse un uomo facoltoso, risulta da tutto il complesso della narrazione di Cicerone, e questa, cui si è accennato, è la maniera più probabile di spiegare come egli non fosse compreso nel censo. E nel caso suo doveano trovarsi anche più e più altri; e la legge Voconia sarebbe stata praticamente elusa, anche più che non si tentasse di fare con altri mezzi[388]; onde il provvedimento di Verre, anche volendo disputare sulla sua legalità, era in ogni modo giusto.
Ed allora sembra che non vi fosse nemmeno ragione di parlare di un effetto retroattivo arbitrariamente dato da Verre alla norma da lui stabilita. Anzi tutto il divieto della retroattività non fu mai così assoluto, specialmente nella sua pratica applicazione[389], come si potrebbe credere; e sopratutto, quando si poteva trattare di norme di ordine pubblico, nel novero delle quali bisogna far entrare la legge Voconia. Per giunta poi, qui non si trattava di una nuova legge, ma di una interpretazione di una legge già esistente e di un suo adattamento alle innovate condizioni dello Stato; e non si vede quindi sino a qual punto si potesse parlare di effetto retroattivo e di violazione di diritti quesiti.
Verre e la lex Cornelia de proscriptis.
Che se poi si guarda alla condotta di Verre nell'altro caso, nella successione di P. Trebonio, la sua giustificazione è più che mai evidente. Se infatti la lex Cornelia de proscriptis[390] vietava qualunque aiuto a' proscritti, ne confiscava tutti i beni e li rendeva perfino incapaci di ereditare nelle successioni legittime; il testamento di P. Trebonio offendeva direttamente quella legge. Che doveva fare Verre in tal caso? Per quella norma giuridica appresso anche più recisamente prevalsa, per cui la condizione illecita negli atti di ultima volontà non gl'invalida, ma ne resta invece invalidata, l'eredità bene ricadeva a quegli eredi che, consapevoli della legge, non giurando, mostravano di non osservare la condizione apposta al lascito; e Verre gl'immise senz'altro nel possesso dell'eredità. Quanto al liberto, Cicerone stesso riconosce, che, col suo giuramento, se fece atto di ossequio alla volontà del suo patrono, fece del pari cosa contraria alla legge; soltanto sembra intenda che Verre avrebbe del pari dovuto immetterlo nel possesso ereditario, curando poi con un'azione indipendente di sottoporlo alla pena conveniente e privarlo anche dell'eredità per la violata disposizione di legge. Ma, se anche tutto questo lungo rigiro poteva rispondere al rigoroso schematismo della procedura ed alla lettera delle leggi, era nell'indole del diritto pretorio di giungere allo stesso risultato per via più spedita, e non di altro poteva farsi colpa a Verre.
Verre e il diritto successorio de' patroni.
Che dire del caso di M. Ottavio Ligure? La condotta di Verre a quel proposito trova la sua spiegazione e la sua giustificazione nelle vicende legislative del diritto ereditario de' patroni verso i liberti. Quel diritto, il più importante, si può dire, di tutti quelli competenti a' patroni, dopo la introduzione della più ampia libertà di testare, di cui, come ogni altro cittadino, si avvalevano i liberti, finiva per essere illusoria. L'equità pretoria, che anche in questo caso interveniva per sovvenire alla deficienza della legge, a questa iniquitas anzi, dice Gaio; per mezzo della bonorum possessio, assicurava il diritto del patrono, garentendogli, in mancanza di figli naturali la metà de' beni del liberto[391]. La regola seguita da Verre fa parte di tutto questo indirizzo della giurisprudenza pretoria, che regolò questo argomento, specialmente sino alle leggi introdotte sotto Augusto. Nè potea costituire un ostacolo il possesso dell'eredità già ottenuto da M. Ottavio sotto C. Sacerdote, sia perchè la bonorum possessio, specialmente nel suo periodo più antico, ebbe un carattere temporaneo e mirò a costituire uno stato di fatto; sia perchè la figliuola del patrono di C. Sulpicio Olympo, che si faceva ora a domandare da M. Ottavio la sesta parte dell'eredità, non potea essere stata pregiudicata da quel fatto, cui era rimasta estranea, e poteva, da varî punti di vista, ripetere da M. Ottavio, successore di C. Sulpicio, tutto ciò che le toccava.
L'altro tratto dell'editto[392] riguardante la validità del testamento e la trasmissione dell'eredità, consente l'esame anche meno, se si considera che in un punto è d'incerta lezione[393].
La giustizia di Verre.
Guardando specialmente a' casi precedenti, appare quanto fosse esagerato ed anche ingiusto il biasimo di Cicerone; e, messo invece l'editto in rapporto con tutta l'evoluzione della coscienza giuridica romana e delle sue forme, non appare che Verre si fosse veramente allontanato dall'una e dalle altre. Nè depone veramente contro di lui il fatto che alcuni di quei precetti da esso introdotti nell'editto urbano scomparvero dal provinciale[394], giacchè e l'esperienza fatta e le diverse condizioni di vita potettero suggerire il mutamento.
Ciò intanto non vuol punto dire che Verre fosse il modello de' giudici e che, nel campo pratico specialmente, la giustizia trovasse ne' suoi pronunziati la migliore espressione.
Uomo di partito, eletto co' voti e con l'appoggio di un partito contro di un altro, egli non trovava modo di scordarsene nell'amministrare la giustizia. A lui, campione della parte aristocratica, quei liberti, que' plebei e tutti in fine gli avversarî doveano parere gente da potersi impunemente mettere fuori della legge, conculcare, taglieggiare anche all'occasione. I nomi di quelli che si dicono lesi da lui durante la sua pretura, Annio[395], Junio[396], Ottavio fors'anche, sono nomi di plebei, e plebei erano pure con poche eccezioni i Minucii, che aveano dati già tribuni alla plebe[397]. Trebonio era un cavaliere ed era un proscritto. Pare che la sua pretura ebbe questo carattere prevalentemente partigiano, tanto che L. Pisone[398] suo collega nella pretura dovette più volte colla sua interposizione impedire l'esecuzione de' suoi atti. Q. Opimio tribuno della plebe, menato in giudizio innanzi a Verre, o che, nella gestione del suo officio, avesse semplicemente detto, come vuole Cicerone, qualche cosa contro il volere di qualche nobile, o che davvero avesse interposto il suo veto contro la legge Cornelia; dopo una causa di tre ore semplicemente, ne uscì privo de' suoi beni, di ogni avere, di ogni grado[399].
Ma non soltanto per passione politica pare che traviasse Verre: l'oro che tutto poteva e tutto faceva, a' suoi tempi come o un po' più che in certi altri, riesciva a tirarsi dietro a sghimbescio la sua giustizia. Almeno, salvo il valore delle loro testimonianze, erano in parecchi ad attestarlo in giudizio, anche per questo periodo[400].
Chelidone.
Sopratutto poi a' varî fonti di diritto conosciuti sin qui se ne era aggiunto un altro: Chelidone. Col crescere della raffinatezza e del lusso, Roma era invasa pure da una folla di quelle etère che già in Grecia avevano tenuto lo scettro; e la Grecia vinta signoreggiava il conquistatore anche con le deboli e delicate mani di queste sue donne. Esperte di tutte le arti di piacere, colte anche qualche volta, piene di capricci e di bizzarrie, strano impasto di tenerezza e di malizia, quali ci appaiono specialmente nei poeti del secolo che finisce e di quello che incomincia; esse erano fatte per abbagliare, attirare e conquistare i conquistatori del mondo, e, in tempo di prosperante arbitrio e di crescenti poteri personali, portare più che mai il coefficiente dell'alcova nell'alchimia della politica contemporanea. In una di queste amabili panie era andato ad invischiarsi Verre. Lei si chiamava, o si faceva chiamare Chelidone: rondine; un nome, specialmente per l'epoca quasi sentimentale, il nome dell'uccello commisto alla triste favola di Tereo, dell'uccello cantato da Anacreonte, un nome bello e sonoro che aveva in sè come un'eco indistinta di risorgenti primavere e d'autunni morenti, di lunghe lontananze e di fedeli ritorni. Lui, n'era preso, pare, alla follia, e la piccola mano che regge col freno il pretore, reggerà anche la pretura ed i giudizî[401].
O litiganti, a che affollare la casa del giureconsulto ed impetrare il parere di Scevola e l'opera dell'avvocato? Benchè sia la via diretta, nondimeno è la più lunga e spesso non vi conduce in porto. La chiave della pretura e del cuore del pretore è nelle mani di Chelidone; e nella sua casa s'agitano e si decretano le sorti d'ognuno. La sua casa è gremita, come non mai casa di giureconsulto, ed ella si asside, sibilla del nuovo oracolo; chi chiede di essere messo in possesso, chi di non esserne espulso, chi di essere posto al coverto da un giudizio che non vuole, chi l'attribuzione delle cose contese e chi numera quattrini e chi suggella scritture[402]. È la casa dell'etèra o l'aula della giustizia? L'una cosa e l'altra, che tendevano -- e forse non allora soltanto -- a divenire una cosa. E l'oro che affluisce colà, ora e poi, per una via o per un'altra, pure va a finire in mano di Verre! Anche morendo due anni appresso (72 a. C.) Chelidone è provvida tanto da pensare a che il gaudio dell'erede renda meno amare le lagrime dell'amante[403]. Chelidone infatti morì sotto il consolato di Cn. Lentulo e L. Gellio[404].
La manutenzione de' pubblici edificî.
Nè in quella pretura, sembra, mancavano a Verre ed a Chelidone l'occasione di rimestare e brogliare. La mancanza di censori faceva sì che gli appalti della manutenzione di pubblici edifici entrassero tra le incombenze de' consoli o de' pretori ad essi sostituiti, e qui anche più, od anche più palesemente, a quanto dice Cicerone[405], Verre si creò un largo campo di azione.
L. Ottavio e C. Aurelio consoli nel 75 a. C.[406] e con essi i pretori C. Sacerdote e M. Caesio non avevano potuto farsi dare la consegna degli edificî sacri, la cui manutenzione aveano dato in appalto, e con apposito senatusconsulto l'incarico di esaurire tale compito venne dato a' pretori C. Verre e P. Celio[407]. A dire di Cicerone, Verre ne fece di tali e tante nel disimpegno di questo suo ufficio, che la voce ne correva in città, e ad attestarlo non facevano nemmeno difetto testimoni anche della sua parentela. Pure ve n'era uno, che, per le sue particolarità e pel suo carattere manifesto, faceva sì che tutti gli altri impallidissero a suo confronto; una cosa non da sentirsi soltanto, ma da vedersi ogni giorno e da tutti.
P. Junio, un uomo della plebe, avea preso in appalto sotto il consolato di L. Silla e Q. Metello nell'anno 80 a C.[408] la manutenzione del tempio di Castore, il celebre tempio votato, secondo la tradizione, nella battaglia al lago Regillo e dedicato sedici anni dopo[409]; ed è probabile che non prendesse quell'appalto per la prima volta, anzi l'avesse già avuto da cinque anni innanzi sotto la censura di L. Marcio e M. Perpenna[410]. Morto prima di dare la consegna, lasciò un figliuolo minore in tutela di L. Habonio o Rabonio[411], di P. Tizio o Tettio[412] e M. Marcello. La grandezza e la magnificenza del tempio potevano fare sperare a Verre di trovare pingui lucri dall'approvazione di quell'appalto, e con tali auspicî Verre si appresta a farla; ma, il pretesto?
Il tetto bellamente ornato, tutte le cose nuove e tenute in ordine non erano fatte per offrirlo. Verre è in imbarazzo e con lui quei bracchi, che, per suo stesso detto, numerosi gli erano intorno, quasi a scovare la preda; nulla promette ad essi neppure il loro fiuto, e un di loro, levando in alto il naso, in aria di sconforto: Nulla, dice, o Verre; nulla, nulla, fuorchè se vuoi chiedere che le colonne sieno messe a perpendicolo. A perpendicolo? È un modo di dire, e, a sentir Cicerone, Verre non lo comprende nemmeno; ma, quando gli viene chiarito, il motto diventa per lui una trovata, ed ha già il capo in mano per volgere la cosa in suo profitto. Ma appaltatore pel nuovo quinquennio è quello stesso Habonio, tutore del pupillo Junio. La cosa dunque gli sfuggirà di mano? Verre non si arrende per così poco, e dopo breve tratto di tempo, avendo a consiglieri la paura e la speranza, Habonio è già dalla sua ed anch'egli vuole le colonne a perpendicolo. La casa di Junio è messa in agitazione; gli zii C. Mustio e M. Junio, il tutore P. Tizio, messi in trambusto, vanno a prendere consiglio dall'altro tutore M. Marcello e costui va egli stesso da Verre per distornare il male minacciato: tutto inutilmente. Dunque non vi è via di uscita? Forse ve n'è una: sotto la pretura di Verre quel che non può Marcello, può Chelidone; e C. Mustio, M. Iunio, P. Tizio vanno, nuovo pellegrinaggio, da Chelidone. C. Mustio è l'oratore de' nuovi legati, e Chelidone, per quella che ella è, li accoglie, si direbbe, onestamente, ed onestamente li congeda. Verre non ama soltanto Chelidone; ama l'oro e Chelidone; e assai guadagno spera avere da quest'affare, nè sa acconciarsi a rinunziarvi. Si torna allora da Habonio: l'opera può costare quarantamila sesterzi, non più; si pattuisce per duecentomila. Ma neppur di questo Verre è contento; egli dunque darà l'opera in appalto, e senz'altro la mette in appalto, senza indire il giorno e senza avvisi, durante gli stessi giuochi romani, nel fòro ornato per quella solennità. Pure i tutori vi accorrono: M. Junio, lo zio, alza il dito, chiedendo per sè l'appalto. La preda sfuggirà dunque di nuovo a Verre? No, sinchè non gli verrà meno un espediente; e d'espedienti egli non è a corto così facilmente. Verre si perde d'animo per un momento, ma poi si riprende, ed una clausola che vieta al pupillo di concorrere all'appalto ha tutto rimediato. Si tratta di un'aggiunta già fatta da tempo, o immediatamente per quel caso? Pare fatta immediatamente. Inoltre, ad escludere ogni altro, si fissa all'esecuzione dell'opera un termine brevissimo, dagl'idi di Settembre alle calende di Decembre. Così l'opera, che M. Junio volea compiere per 400.000 sesterzî, viene data ad Habonio per 560.000. Ma, in compenso, Verre tiene alla regolarità del contratto; abbonda in cautele, è provvido e previdente. Non si tratta che di scomporre le colonne e ricomporne le parti con maggiore regolarità; non vi è dunque materiale vecchio da scartare, nè nuovo da adoperare; tutto consiste nella mano d'opera e nell'impalcatura; in ogni modo Verre prevede ogni danno, che l'appaltatura possa arrecare e gliene impone il risarcimento; gli prescrive di eseguire regolarmente l'opera in ogni sua parte, gli attribuisce infine il materiale di scarto e, tra l'una cosa e l'altra, non dimentica di disporre che il prezzo dell'opera appaltata venga pagato prontamente; dimentica bensì di esigere poi il compimento dell'opera e collaudarla. In cambio ha una mezza resipiscenza, che gli fa condonare a Giunio 110.000 sesterzi su 560.000.
La sortitio iuniana.
Così Verre regolava gli appalti, e a chi creda scorgervi qualche inverosimiglianza -- nè io oserei asserire che non ve ne sieno -- si deve rispondere, riferendosi a Cicerone[413] come l'Ariosto a Turpino. E di questa pretura urbana altro non ci dice Cicerone, solo, egli maestro di sottintesi e di reticenze, sotto la forma della preterizione, lancia, come la freccia del Parto, l'ultima accusa; una gherminella di Verre per riversare, allontanandola da sè, su C. Junio tutta la colpa delle corruzioni avvenute nel processo Oppianico. È un'accusa che Cicerone ripeterà anche alcuni anni dopo, difendendo A. Cluenzio[414]. Ma contro la sua affermazione stava il giudicato da cui era stato condannato C. Junio; perchè i giudici non aveano creduto a costui ma a Verre, e, non trovando confermato dagli atti di Verre il sorteggio de' giudici di Oppianico, aveano ritenuto irregolare il sorteggio e colpevole di corruzione C. Junio. Del resto Cicerone non v'insiste; la gestione della pretura era per lui come un utile preambolo per meglio potersi domandare: Che cosa farà fuori d'Italia costui, se tale si è mostrato nello stesso fòro romano? e quale sarà con i provinciali, chi tale è stato con i cittadini?[415].
Ed un preambolo si può dire fosse per lo stesso Verre la pretura urbana. Già sin dal primo entrare in ufficio la provincia dovea allettarlo con le seduzioni del futuro, e, come più l'anno procedeva, l'isola da' molti armenti e da' floridi campi e dalle piazze fastose doveva attirarlo con il fascino della terra promessa. L'anno 73 spuntava ben auspicato per C. Verre.
In Sicilia risorgono forse tutte le speranze, le aspettative, le illusioni, i timori che un mutamento di padrone suol destare.
O terra di Aceste, è un altro lontano nipote di Enea che viene a renderti il guiderdone dell'ospitalità data all'antenato, e si appresta a scrivere nella tua storia secolare una dolorosa pagina, che non è la prima e, purtroppo, non sarà l'ultima.