II.
Se il Cristianesimo è incompatibile con l’istituzione della schiavitù, tanto che ha avuto il potere di dissolverla e sradicarla dal mondo antico, come può mai spiegarsi che la schiavitù sia riescita a risorgere e svilupparsi nel seno stesso della civiltà cristiana, perdurando sino a ieri in paesi che più tenevano a chiamarsi cristiani, e all’ombra delle leggi cristiane, sotto l’egida e gli auspici di governi e sovrani, che si atteggiavano a depositari privilegiati e difensori della fede cristiana?
La tratta cessò nelle isole francesi appena nel 1830; nel Brasile venti anni dopo, nel 1850. Nelle isole olandesi la schiavitù non fu abolita definitivamente che nel 1854; a Puerto-Rico ebbe termine nel 1872, a Cuba nel 1880[1]. L’Inghilterra attese nientemeno sino al 1833 e al 1838 per non liberare che i suoi negri delle Antille[2]; la Francia rivoluzionaria aboliva la schiavitù per vederla subito reintegrata e raffermata dal Consolato, dall’Impero, dalla Restaurazione, e non riesciva alla liberazione definitiva che nel 1848[3]. E, dovunque la schiavitù corrispondeva a un diritto, a un interesse, o a un bisogno sia reale, sia creduto tale, nella maniera più accomodante finivano per coesistere con essa le professioni di fede, i sentimenti, le pratiche del culto cristiano. Il giornale ufficiale della Martinique potea pubblicare nel 22 giugno 1840 che sulla piazza del borgo dello Spirito Santo, subito dopo la messa, si sarebbe venduta all’asta, in seguito ad esecuzione forzata, la schiava negra Susanna con sei figli, di tredici, di undici, di otto, di sette, di sei e di tre anni![4]. Una relazione fatta al Consiglio della Martinica dichiarava atea la legge, che mettesse in forse la schiavitù; e un presidente della Corte reale di Guadalupa trovava che il possesso dello schiavo era la più sacra delle proprietà[5].
Negli Stati Uniti di America la guerra di secessione avea come ultimo risultamento l’abolizione della schiavitù; ma questo fatto non poteva, in nessuna maniera, ripetere le sue origini nè prossime, nè remote da una causa di carattere religioso. Il movimento schiavista e l’abolizionista s’erano svolti, non già da un impulso religioso, ma dalle diverse condizioni della produzione, dalle diverse condizioni economiche degli Stati del Sud e di quelli del Nord. Gli Stati del Nord con la loro coltura di cereali e l’attività industriale crescente, con l’incremento continuo di capitali, la popolazione più densa, l’immigrazione sempre più notevole e un proletariato sempre più considerevole, con le terre il cui valore saliva continuamente, costituivano il contrapposto degli Stati del Sud poveri di popolazione, di capitali, di strade, forniti di un’industria rudimentale, con la ricchezza generale in decrescenza. Era questa antitesi che si rifletteva in tutta l’azione civile, politica ed economica degli uni e degli altri, nelle tendenze ad un diverso regime doganale come nelle diverse abitudini di vita, nelle diverse forme di lotta politica come ne’ diversi sentimenti morali, e conduceva naturalmente al dissidio, che vedea il pomo della discordia, il punto di applicazione delle forze contrarie nella schiavitù, siccome quella che costituiva il carattere precipuo, il principale istrumento ed il sostrato di ogni altro antagonismo[6]. E se, nell’ardore della lotta, non si mancò di ricorrere ad argomenti forniti dalla religione, ciò dipese dal dilagare del contrasto, che omai invadeva ogni campo ed assumeva tutte le forme, e non avrebbe potuto trascurare un mezzo di polemica così efficace e promettente, come quello che permetteva d’invocare l’autorità della tradizione religiosa. Ma quanto scarso valore potessero avere gli appelli alle dottrine religiose in una controversia, che dovea essere risoluta in via immediata dalle armi e poi meglio dalle mutate condizioni della produzione, lo dimostrò la facilità, con cui, per una fanatica ed interessata ermeneutica, i testi sacri si faceano servire indifferentemente alla causa degli schiavisti e degli abolizionisti, e gli schiavisti ne’ loro pubblici discorsi invocavano Dio a testimone e fautore del loro proposito di mantenere la schiavitù[7]. Negli Stati del Sud spesseggiavano i pamphlets che si proponevano di mettere d’accordo la religione e la schiavitù, e un partito detto de’ mangiatori di fuoco si proponeva addirittura di difendere la schiavitù con l’autorità della Bibbia[8]; mentre non era raro vedere ministri del culto possedere schiavi con insolita durezza e scrivere e dire e insegnare che la schiavitù è sotto la sanzione di Dio, che è approvata dalla divina Provvidenza, e che il favore con cui è considerata dal Vecchio e dal Nuovo Testamento è il più irrefutabile documento ch’essa è voluta da Dio[9].
Come poco potessero le considerazioni teoriche di ordine religioso, quando nella coscienza si destava il dissidio tra la fede e il necessario adattamento all’ambiente economico, e come gli scrupoli della fede alla fine piegassero vinti; appare anche dalle vicende che accompagnarono l’introduzione, la diffusione e il definitivo assodarsi della schiavitù nel Nuovo Mondo. I divieti generici e teorici sono sempre ripetuti e sempre violati; gli scrupoli d’Isabella vanno a finire in una condanna alla schiavitù de’ ribelli alla conversione presi con le armi alla mano; Las Casas scongiura la schiavitù degl’indiani per sostituirla con quella de’ negri, incoraggiata e reclamata da’ padri hieronimiti; gli asientos alla importazione de’ negri cominciano come una eccezione e finiscono per essere una impresa regolare e periodica, a cui partecipano e di cui approfittano senza alcuna puntura di cuore sovrani e credenti[10]. Non sono questi tanti elementi per indurre chiunque a meditare e rimeditare ancora le cause della diffusione della schiavitù e quelle della sua fine?