VI.
Date le vicende e le condizioni dell’evoluzione economica nel mondo romano, l’impiego della schiavitù diveniva sempre più indispensabile, come inevitabile n’era stata la estensione. Ma oltre a questo suo carattere di necessità, la schiavitù era fatta per presentare, a primo aspetto almeno e alla superficie, le apparenze de’ maggiori vantaggi, anche là dove fosse stato possibile — ciò che in molti casi non era — avere libertà d’elezione tra lo schiavo e il lavoratore libero.
Possedere, oltre al mezzo di produzione, la forza che lo doveva mettere in movimento; avere in propria mano una forza di lavoro, che fosse come la continuazione e la moltiplicazione della propria energia, atta ad essere adoperata senza interruzione e padroneggiata a discrezione e diretta a proprio talento; doveva sembrare, a prima vista almeno, quanto di meglio si potesse desiderare. E l’agricoltura del tempo di Catone e di Varrone, che tendeva a limitare a’ casi puramente indispensabili l’impiego del lavoro libero[576], obbediva insieme allo stato di fatto di quel periodo e a quest’ordine di considerazioni.
Pure una più lunga e più approfondita esperienza doveva venire sviluppando e mettendo in luce, gradatamente, tutti gli inconvenienti e gli svantaggi della schiavitù.
Quando Catone consigliava di acquistare il fondo rustico là dove fosse possibile, all’occorrenza, avere de’ mercenari[577], riconosceva con ciò, implicitamente, l’utilità, di una forza di lavoro impiegata e pagata soltanto pel periodo limitato di tempo, in cui adempisse una funzione utile.
Quando Varrone suggeriva di adoperare ne’ luoghi e ne’ lavori malsani lavoratori liberi piuttosto che servi[578], veniva a riconoscere tutti i danni e gli svantaggi della mortalità degli schiavi.
Quando lo stesso Catone consigliava di vendere lo schiavo divenuto vecchio ed inutile[579], segnalava, anche senza volerlo, gli svantaggi di uno strumento di lavoro che funzionava a pro’ del padrone, ma si esauriva anche a suo danno.
Possedere schiavi voleva dire avere impiegato nel loro acquisto un capitale, che altro ne esigeva per mantenersi, e correre quindi tutti i rischi della perdita, del rinvilio, dell’improduttività e dell’inerzia che, per tempo più o meno lungo, lo rendesse infruttifero.
Le condizioni sanitarie specialmente de’ grandi centri di popolazione nell’antichità erano peggiori che non ne’ tempi nostri[580]. La durata media della vita era, per quanto si può calcolare da dati di valore approssimativo, un po’ inferiore, anche per i liberi a quella de’ giorni nostri[581]. Oltre alle malattie ordinarie, derivanti da uno stato malsano, si succedevano a non lungo intervallo epidemie pestilenziali e contagiose, che facevano strage. Se ne trova menzione nella tradizione del tempo più antico[582], e, a misura che si procede più innanzi e le notizie si fanno più distinte, si trova traccia di epidemie come quelle degli anni 23 e 22 a. C. che desolarono l’Italia, di quella dell’anno 65 d. C., in cui i libri della Dea Libitina registrarono trentamila morti soltanto de’ più agiati; e più gravi furono quella del 79 d. C., quando la mortalità giornaliera toccò la cifra di diecimila, e quella che, cominciata nel 162 a Babilonia, si propagò a tutto l’impero, durando sino al 180 e riproducendosi nel 187-9 sotto Commodo[583].
È facile immaginare come e in qual numero dovessero soccombere gli schiavi in queste epidemie, e come la loro mortalità, d’ordinario così notevole, dovesse essere grande, specialmente, per quelli importati dall’Oriente ed obbligati a vivere in condizioni di clima e spesso anche di stato sociale diverse da quelle cui prima erano avvezzi.
A ciò si aggiungevano le carestie, non infrequenti[584] date le difficoltà di comunicazioni e di approvvigionamento, a cui si cercò di riparare a Roma con un ordinamento sempre più largo dell’annona; ma i suoi benefici erano limitati a Roma e a’ cittadini, nè si estendevano a’ servi. La cosa aveva tale valore pratico che Cicerone, nel libro su’ doveri[585], si proponeva il quesito, se in caso di carestia potesse un uomo onesto trascurare di alimentare i suoi schiavi; e, benchè Cicerone risolvesse la questione da un punto di vista morale, non si può non tener conto di tutti gl’imbarazzi, che creava il possesso di servi nel caso di carestia, e che, alla men peggio, andavano a finire in una vendita di essi al ribasso o in una manumissione, o, in ogni caso, si risolvevano, come suole avvenire in tutte le carestie, in un deperimento lento de’ malnutriti e in una abbreviazione della loro esistenza.
I delitti degli schiavi, poi, che nella classe servile dovevano essere più frequenti per lo stesso loro stato di depressione e per la progressiva degenerazione indotta dalla loro condizione, esponevano il padrone, tenuto conto delle penalità più severe comminate a’ servi e della responsabilità civile del padrone, alla perdita dello schiavo e a tutti i danni che importava la riparazione del fatto suo criminoso o colposo[586].
La norma introdotta di tenere responsabili tutti i servi di un delitto commesso nella casa e di cui non si rintracciasse il preciso autore, si doveva convertire in un vero disastro per il padrone[587].
La tortura, cui erano sottoposti gli schiavi chiamati a deporre in giudizio, le fughe non rare, nè sempre impedite, le mutilazioni e le debilitazioni, cui i servi andavano soggetti nell’esercizio del loro mestiere, e tanto forse più frequenti quanto più esorbitanti erano i lavori imposti e minori le cure e le precauzioni; tutte queste cose rappresentavano tanti altri danni e rischi per il padrone. Le misure dirette ad evitare alcuni di questi danni o a sminuirne il rischio, anche riuscendo, importavano sempre una maggiore spesa.
Oltre poi a tutti questi che potevano considerarsi come casi straordinari, o potevano essere cosa di più lontano e lento effetto, come la mortalità; molti altri inconvenienti sovvenivano, più vicini e continui.
Una delle maggiori preoccupazioni de’ padroni, che si riflette ripetutamente e con insistenza negli agronomi, era la cura di non tenere inoperosi questi schiavi, che rappresentavano al tempo stesso un capitale fisso e circolante, un impiego ed una spesa corrente. Ma, per quanto essi facessero, ciò non sempre poteva loro riescire completamente.
Dove le culture erano variate, era più facile adoperare successivamente gli schiavi in lavori d’ordine vario, adatti alle diverse stagioni, senza peraltro che si potesse mettere rimedio agli ozi forzati e talora assai lunghi voluti dalle vicende atmosferiche e dal corso della vegetazione. Ma, dove, come poteva accadere ne’ fondi più limitati o in paesi di clima e di costituzione meno propizia, la coltura era uniforme; s’imponeva la scelta tra un personale insufficiente o esuberante, con tutti gl’inconvenienti dell’una cosa e dell’altra e la necessaria dipendenza dalla mano d’opera mercenaria. Sotto questo rapporto, al pari che da altri punti di vista come la minore produttività e il rapido sfruttamento della terra, la schiavitù, secondo è stato bene osservato[588], appare come il termine correlativo del latifondo, causa ed effetto di essa, ad un tempo.
A questi ozî forzati sembravano forse rimedio quelle intraprese sussidiarie di genere industriale, che, sotto le forme più modeste di industria casalinga o sotto quelle più sviluppate di fabbrica, andavano sorgendo nelle tenute di campagna, favorite anche dalla presenza della materia prima, dal minor costo de’ lavoratori. Ma quest’impiego alternato degli stessi servi in lavoro di carattere diverso precludeva tutti i vantaggi della divisione del lavoro, e si ripercoteva così sotto forma di altri inceppi e di altri inconvenienti sull’uso degli schiavi.
La continuità del lavoro, poi, anche quando non era elusa con tutti gli espedienti[589], e le trovate che la malavoglia, l’astuzia e altri sentimenti consimili potevano suggerire, non sopperiva alla qualità deficiente del lavoro, dovuto all’incuria, all’inesperienza, alla mancanza d’interesse.
Nell’esporre le forme sempre più differenziate e complesse, che l’agricoltura veniva assumendo, gli agronomi hanno, non di rado, occasione di notare come a certo genere di lavori, di colture e di allevamenti occorresse avvedimento, solerzia ed abilità non poca; tutte cose che spesso mancavano agli schiavi per la brutalità deprimente, in cui crescevano, e spesso anche erano trascurate, come un modo di reazione verso il padrone. In ogni caso la maggiore abilità rappresentava un valore ed un costo maggiore. Columella[590] nota bene come il buon vignaiuolo costava ottomila sesterzi, e tutti quelli che, per impotenza o per inesperienza, credevano di potergli sostituire uno schiavo d’accatto, s’accorgevano alla raccolta quanto fosse errato il calcolo dell’avaro, o impotente il proprietario a corto di capitale. E il guadagno che Catone faceva, istruendo o facendo addestrare gli schiavi inesperti per poi rivenderli[591], mostra quale differenza vi dovesse essere tra il prezzo di alcuni e di altri.
In verità la lentezza de’ progressi dell’agricoltura nel mondo antico è in gran parte dovuta all’impiego degli schiavi.
Vi è chi calcola[592] che, indipendentemente da ogni moderno uso di macchine, l’agricoltura romana impiegava il quadruplo o il quintuplo de’ lavoratori che noi impieghiamo per ottenere lo stesso prodotto.
Il sistema della mietitura in Italia era peggio che rudimentale; e basti dire che si tagliavano, in due volte, prima le spighe e poi gli steli[593], ciò che, oltre a tutti gli altri inconvenienti, avea quello di raddoppiare il lavoro. Si conosceva anche talvolta il mezzo di accrescere il prodotto[594], ma non veniva usufruito. Mancava l’impulso, che, come con una pressione costante, spinge a produrre più e a più buon mercato; mancava l’iniziativa e l’interesse di chi è a diretto contatto con i campi, e, contendendo con gli altri produttori e con la natura stessa, cerca di accrescere la produzione della sua azienda. Il piccolo possidente, per la scarsezza de’ suoi mezzi, per la ristrettezza de’ suoi orizzonti, per la piccolezza del fondo che lo rendeva inadeguato agli esperimenti e a certi mezzi più costosi di produzione, come, sempre, era disadatto all’introduzione di metodi di cultura nuovi e più progrediti e rimaneva stretto a’ sistemi tradizionali, compensandone in qualche modo l’insufficienza con un lavoro più assiduo, più esercitato e sorretto dal diretto interesse.
Il latifondo italico si volgeva agli allevamenti e alla produzione de’ generi di consumo richiesti da’ centri cittadini vicini e da Roma; e la produzione de’ cereali, divenuta molte volte sussidiaria[595], riesciva a mantenersi in una proporzione limitata per la possibilità di reintegrare la terra sfruttata col concime dato dagli abbondanti allevamenti, per l’abbondanza degli schiavi, per la sua lunga esenzione da’ pesi che gravavano le terre provinciali. Impiegare capitali nella terra, intensificarne la coltura, oltre che inutile, sembrava molte volte rischioso[596]. Così l’agricoltura italica procedeva stracca, quasi per virtù d’inerzia, con un automatismo, di cui la forza iniziale ogni giorno si veniva sperdendo.
E non è senza interesse il notare come la maggior parte de’ miglioramenti ne’ mezzi di produzione e specialmente negli strumenti rustici venisse dalle provincie, specialmente dalle Gallie.
Dall’Africa veniva un istrumento da trebbiare più progredito (tribula)[597], che si sostituiva al metodo affatto primitivo di trebbiare in uso in Italia.
Ma progressi anche maggiori vennero dalle Gallie.
Ivi un sistema più razionale d’innestare le viti[598]; ivi meno dispendiosa e più razionale la falciatura dell’erba.
Era dalle Gallie che veniva la nuova forma d’aratro a ruote, che, riversando le zolle e sommergendo l’erbacce, rappresentava un notevole progresso[599]. Nelle Gallie stesse, non solo la mietitura non esigeva un lavoro doppio come in Italia, ma si faceva con una specie di macchina, spinta da animali e guidata dall’uomo, che importava un grande risparmio di tempo e di fatica[600].
E non si trattava di fatto casuale, nè di ragioni meramente accidentali.
L’introduzione dell’ultimo ingegnoso e complicato ordigno non era dovuto, come un antico voleva, alla necessità da parte de’ Galli di utilizzare la paglia: anche nell’agricoltura italica, come si rileva dal libro di Catone, la paglia era molto utilizzata, e più ancora se ne sentiva il bisogno appresso, a’ tempi di Palladio, col ridursi della coltura de’ cereali.
La ragione forse n’è ben più intima e complessa.
Da quel poco che ci dice Cesare della Gallia preromana[601], dalle sue notizie sullo sviluppo della clientela e l’esercizio dell’usura, che riproduceva uno stato sociale analogo a quello di Roma nel periodo di maggiore sviluppo del nexum, si può argomentare che la schiavitù non vi era sviluppata in maniera notevole. Ora la conquista romana, le strade, che mettevano sempre più in relazione le varie regioni della Gallia con la provincia narbonense e con un emporio commerciale come Marsiglia, fecero sì che, in periodo relativamente breve, la terra coltivata si dovette allargare a spese de’ boschi e delle paludi; e la relativa scarsezza di lavoratori e il costo della mano d’opera, come accade, costringeva a cercare loro un surrogato ne’ mezzi meccanici, conciliabili con lo stato de’ tempi e suscettibili di compiere il lavoro con risparmio di tempo e di opera umana. Per giunta il tributo, da cui per tanto tempo il suolo d’Italia andò esente e che gravava invece il suolo delle provincie, obbligava queste, se col suo eccesso non ne stremava la potenzialità economica, a cercare e praticare le forme e i metodi di cultura meno dispendiosi e più rimunerativi[602].
Ma, a misura che il terreno sfruttato diveniva più ingrato e la concorrenza si faceva più viva e la vita economica più complessa; a misura che le conseguenze stesse dell’economia servile, accumulandosi, divenivano più sensibili; si faceva strada in maniera sempre più distinta e insistente la nozione della improduttività e degli svantaggi del lavoro servile. Si veniva maturando il tempo, in cui Plinio[603] avrebbe detto che la peggiore cosa era affidare la cultura de’ campi a’ servi degli ergastoli, il cui lavoro è poco produttivo come tutto ciò che si fa da disperati. È una specie di ravvedimento che si scorge già spesso in Columella, il quale, se anche non condanna in forma astratta ed assoluta il lavoro servile, lo viene a condannare in concreto per la maniera, come lo vedeva funzionare sotto i suoi occhi[604].
E la condanna del lavoro servile risultava anche implicitamente dalla condanna che sempre più colpiva il latifondo[605], termine correlativo della schiavitù e delle forme affini, ne’ tempi e ne’ luoghi di uno stato agricolo rudimentale.
Anche poi a chi non appariva la relazione stretta, che correva tra la schiavitù e questo stato di malessere dell’agricoltura, non potevano rimanere occulti, nè passare inosservati, tanti altri fatti, che per la ripetizione continua e la quotidiana esperienza di ognuno o per la loro stessa grandiosità si rendevano perspicui agli occhi di ognuno ed esercitavano automaticamente la loro azione, come impulso a cercare surrogati della schiavitù.
Già nella più antica tradizione appare come i servi fossero considerati quali un pericolo permanente, pronti a servire d’istrumento in mano agli ambiziosi e a’ ribelli, disposti a tendere la mano a’ nemici in occasione di qualche assalto[606]. Ora, quanto più il loro numero si andava accrescendo e si trovavano insieme in grandi masse, lo spirito di rivolta ed il proposito di emancipazione ne aveano eccitamento ed aiuto.
Nel 335/419 si ha già l’esempio di una vera e propria cospirazione diretta a occupare il Campidoglio e mettere in fiamme la città[607]; e l’ardimento del proposito e la preoccupazione che destò, mostrano come si fosse sviluppata la schiavitù e quanto grande fosse il pericolo.
Col secolo sesto e coll’ampliarsi dell’economia servile, congiure e rivolte divengono sempre più gravi e pericolose, come quella di Apulia del 569/185, dell’Etruria del 558/196, del Lazio del 556/198, dove gli schiavi furono a un punto d’impadronirsi per sorpresa di Setia e Preneste[608].
Nel 621/133 centocinquanta schiavi venivano decapitati a Roma, quattrocentocinquanta a Minturnae, quattromila a Sinuessae; e contemporaneamente rivolte più vaste scoppiavano a Delo, nelle miniere dell’Attica, nel regno di Pergamo[609]. Più tardi altre ne accadevano a Nuceria, a Capua, nel Bruzio, e quel che dovea fare più sensazione era vedere alla testa degli schiavi Vezio, un cavaliere romano, contro cui bisognava che movesse un console con una legione[610].
Le congiure e le rivolte prendevano aspetto e proporzioni di guerre, come mostravano le guerre servili della Sicilia e quella de’ gladiatori in Italia.
In Sicilia l’economia servile avea avuto tutto il suo più completo sviluppo.
La dolcezza del clima e l’avvicendarsi de’ monti e de’ piani, de’ boschi e delle marine la rendeva adatta ad una pastorizia esercitata su larga misura, che infatti vi era fiorita con tanto rigoglio, riflessa perfino in una speciale forma letteraria.
La sua naturale fecondità, la sua relativa vicinanza a Roma, di cui vezzeggiativamente era detta un fondo suburbano e l’incetta di frumento che Roma preferibilmente vi faceva ad alimentare la sua plebe e a provvedere a’ bisogni della sua annona, portava, finchè le cause di decadenza non si vennero svolgendo, a dare un impulso sempre maggiore alla cultura del frumento.
L’economia agricola siciliana poi si presentava con alcuni suoi caratteri particolari.
I lunghi dissensi civili seguiti dalle lunghe guerre aveano operata una selezione accentratrice nella classe de’ proprietari, e il latifondo, favorito anche dalle condizioni topografiche e idrografiche della regione e rimasto poi sempre come il tipo dell’economia agricola dell’isola, si era venuto sempre più formando e allargando sotto l’azione delle devastazioni, delle confische, delle successioni avvenute in un periodo così lungo e così agitato, e del lusso, figlio di tutti i bisogni di un più elevato stadio di civiltà.
In un paese esportatore, come la Sicilia, facilmente l’agricoltura da un semplice mezzo di vita si converte in una industria; ma la conquista romana era fatta per imprimerle viepiù questo indirizzo. La tendenza alla speculazione, fomentata e promossa nella società romana dalla progrediente accumulazione di ricchezze, in nessun luogo poteva trovare uno sfogo più facile e impiego e più comodo come nella vicina Sicilia sotto forma di acquisti di terre, di appalti, di locazioni di fondi rustici. L’una intrapresa, come accade, ne richiamava un’altra e portava ad associarne una terza. Era anche quello il tempo in cui le guerre fortunate e la crescente estensione del dominio romano fornivano a dovizia gli schiavi; e la Sicilia, gettata come un ponte tra i punti più diversi del mondo soggiogato, in prossimità de’ più fiorenti mercati di schiavi, a contatto diretto con la pirateria, che ne forniva in abbondanza, era forse de’ paesi dove più facilmente e a più buon mercato si potesse procacciarsi degli schiavi, completandone all’occorrenza, in certi lavori temporanei e sussidiari, l’opera col concorso di un proletariato miserabile[611].
Le aziende agricole vennero così in gran parte in mano di membri dell’ordine equestre romano e di altri speculatori: tutto l’agro leontino, il più ricco e il più fecondo, avea solo ottantaquattro fittavoli, il cui numero si andava sempre più restringendo[612]. Intanto il pagamento delle decime, l’incetta pubblica stabilita dalla legge Cassia Terentia a prezzi determinati dallo Stato, le vessazioni che non mancavano[613], congiunte al bisogno di assicurarsi un margine di lucro e all’avidità di ampliarlo, portavano a restringere quanto più fosse possibile le spese di produzione; e la maniera più facile e più comoda, specialmente per latifondisti lontani, era quella di ridurre, quanto più fosse possibile, il costo di manutenzione degli schiavi. Il paese meridionale, che comportava un meno elevato tenore di vita ed un’agevole soddisfazione di più immediati bisogni, favoriva anche meglio questa tendenza; ma, quando le cose si spinsero a tal punto che i padroni si credettero talvolta dispensati perfino di dare il minimo indispensabile a’ loro schiavi rustici e indicarono loro il brigantaggio e il ricatto come mezzo di sussistenza[614] le difficoltà della vita spinte all’estremo e l’esempio proposto si ritorsero contro gli stessi padroni e portarono a una vasta sollevazione.
La guerra, durata una prima volta tre anni (620-22/134-2) pose a dura prova i Romani[615] e la loro signoria sull’isola, e mostrò in quello strumento vocale, come lo chiamava Varrone, in quel gregge umano doti di valore, d’intelligenza e qualche volta anche di temperanza, atte ad essere per i loro padroni oggetto di molta meditazione.
La sollevazione fu alla fine repressa, ma si potè dire domata più che vinta: risorse infatti, poco meno che un trentennio dopo (651/103)[616] con uguale ostinazione e con intento non diverso, e, domata anche questa volta a grande fatica, seguitò a serpeggiare sotto forme più occulte e attenuate, ma anche più persistenti[617].
Nè meno grave fu la guerra di Spartaco(681-2/73-2)[618], che potè mettere le turbe di animali da soma e da macello di fronte agli eserciti consolari e sconfiggerli, e rinnovò la guerra in Italia, quando pareva che ormai non vi dovesse più riapparire, riproducendo, sotto certi aspetti, le preoccupazioni e i terrori della guerra annibalica[619].
Erano queste le rivolte grandi ed aperte, gravi e pericolose, ma che pure si potevano combattere con le armi e stornare come un pericolo che non s’ignora. Senonchè, accanto ad esse e più ancora col loro sparire, v’era la reazione lenta, insidiosa, continua, fatta di resistenze passive, d’inerzie, d’inganni, che non si vinceva e non si domava, se non per farla rinascere sotto altre forme più accanita.
In tutta l’antica tradizione romana compare sempre lo schiavo, che denunzia una congiura, lo schiavo corrotto per tradire il padrone[620]. Era il nemico introdotto nella casa ed appostato nell’ombra, pronto sempre a prendere la rivincita dello stato di soggezione in cui era tenuto, dell’umiliazione in cui viveva, delle sofferenze che non gli potevano mancare. E nel lungo periodo delle guerre civili gli schiavi non mancarono di fare la loro parte[621]. Qualche scrupolo, ch’era come un inconsapevole senso di solidarietà della classe dominante, finiva per cedere all’interesse individuale e diretto del momento e, con un espediente legale, si rompeva il rapporto esistente tra servo e padrone e si raccoglieva la denunzia[622].
Ma, fuori anche di questi casi straordinarî, non era senza le più gravi conseguenze l’infiltrarsi e l’allargarsi nella società romana di una categoria sempre più larga di esseri, considerati, per abitudine, a una stregua diversa da tutti gli altri uomini: non solo riguardati in modo diverso dalle leggi, ma tenuti e fatti estranei a un complesso almeno di sentimenti, di abitudini, di riguardi, che formavano la vita morale degli altri e ne regolavano, ne contenevano in certi determinati confini i rapporti.
Tutti i maggiori impulsi al ben fare, come il sentimento della gloria, quello dell’onore, che elevavano le regole della condotta e, rendendo la vita conforme a virtù, giungevano sino all’alta concezione del dovere, fine a sè stesso, tutte queste cose, per la sfera in cui esso viveva e per la sua mancanza di stato civile e politico, erano per lo schiavo lettera morta. Lo stesso senso di devozione, che talvolta nobilita ed eleva chi dedica tutto sè stesso ad un altro, e in un certo senso avrebbe potuto essere come una idealizzazione del rapporto di schiavitù, trovava spesso inciampo nelle durezze e ne’ contrasti della vita quotidiana; e, in ogni modo, perdeva d’importanza morale per il carattere non volontario ma coatto dello stato servile ed era capace di abbassare ancor più lo schiavo, facendone uno strumento cieco in mano di un padrone cattivo, capriccioso, dissipato.
Niente è più desiderabile che uno stato di vera uguaglianza civile, in cui il desiderio smodato e l’azione eccessiva di ciascuno trovano un limite permanente e un freno salutare nella legittima aspirazione ed azione di altri membri del corpo sociale, il quale così riesce una forma di coesistenza utile alla massa e agl’individui.
Niente invece è più deleterio di uno stato sociale, in cui una classe possa essere impunemente degradata e i diritti di molti negati o impunemente violati, così che alla coordinazione si sostituisca una subordinazione fraudolenta o violenta, e gli uomini, invece di esistenze autonome cospiranti reciprocamente al proprio benessere, divengano strumenti in mano di altri uomini. Come ebbe a dire un cortigiano, ma non servo: “Non ci si appoggia se non su ciò che resiste„; e, dove la resistenza vien meno, viene a mancare ogni base sicura di moralità e di progresso. La facoltà dell’abuso ne diventa il fomite e il generatore immancabile; la intemperanza e la mancanza di freno producono la degradazione in alto, e l’oppressione e le conseguenze di ogni eccesso patito la producono in basso; e così la corruzione, per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga per tutto, e la società si adagia in un parassitismo che la estenua e la dissolve.
Posti tra gli estremi della obbedienza cieca e della ribellione, gli schiavi piegavano, come verso una risultante, ad una via di mezzo, feconda di mezzi termini, di astuzie, di espedienti, qualche volta ricalcitrando, più spesso cedendo, opponendo la frode alla violenza e cercando quell’adattamento all’ambiente, che, di dedizione in dedizione, sogliono cercare i deboli, salvo a trovare, con la inconsapevole tenacia de’ deboli, tutta una serie di sostitutivi, che, se non ristabilisce in qualche modo l’equilibrio a favor loro, fa, inconsciamente, le vendette della loro disfatta.
Quello che fu detto della Grecia vinta, che, soggiogata, soggiogò Roma, potrebbe, sotto un certo aspetto, ripetersi di questi schiavi, che, arrivando a Roma da paesi di coltura greca, vi esercitavano tutta l’azione resa possibile da una superiorità intellettuale o dalle abitudini della vita vissuta in mezzo a società più raffinate.
Ministri e ministre di voluttà, avvincevano i nipoti di Romolo, che l’avevano incatenati, in una rete di fili sottili ma inestricabili, ove andavano a perdersi il loro vigore e le loro sostanze.
Pedagoghi, si assidevano nella casa; e, per quanto tenuti in una posizione inferiore e magari disprezzati, divenivano i formatori intellettuali dei loro padroni.
Lo stato di soggezione loro e di ogni altro servo e la forzata compiacenza li faceva istrumenti e complici di ogni intrigo de’ figli di famiglia.
Si vedeva il servo lesinata la razione od escluso da’ varî diletti della vita? Ed egli, facendo onore al suo nome antico (fur)[623], se ne rifaceva rubando.
Non poteva liberamente informare alla sua volontà le sue azioni e sostenerne a fronte aperta la coerenza? Ed egli ricorreva alla menzogna, che in lui, così, non soltanto non veniva chiamata vizio, ma arte; non solo arte, ma virtù[624]. Infatti per la degenerazione dei sentimenti, che corrisponde alla degenerazione de’ rapporti sociali, virtù diventa, o ne usurpa il nome, in un determinato ambiente e per quello a cui è utile, tutto ciò che costituisce un impreteribile mezzo di difesa, un inevitabile espediente di vita. Il servo è ingannatore (fallax)[625] per antonomasia, e, all’occasione, è anche spergiuro.
E, quando di fronte alla verga il servo giunse a sorridere, e la dignità e la sensibilità d’uomo furono così bene cancellate in lui, che, col cinismo il quale non costa più nemmeno uno sforzo, celiò sulle lividure, onde era rigata la sua pelle[626]; il padrone si dovette sentire disperato ed impotente innanzi all’apatia di questo bruto, come Zeus di fronte alla divina, incoercibile coscienza di Prometeo.
Era l’eroismo capovolto: l’estrema degradazione che toccava l’estrema dignità; l’estrema servilità che rivendicava la libertà; l’ultimo abbassamento che fiaccava il dispotismo.
L’adattamento divergente, nel corso del tempo, ad Euno, ad Atenione, a Spartaco aveva sostituita quest’altra forma di ribelli, la cui azione era più lenta ma anche più sicura.
Così i tarli lavorano assidui, di notte e di giorno, in ogni punto della casa, intesi e non curati, pazienti, finchè la trave, che resisteva al colpo iroso e replicato della scure affilata, si spezza e il tetto rovina.
Nell’economia agricola, non meno che in città, per un altro verso diveniva deleteria l’azione de’ servi. Specialmente quando, come accadeva ne’ fondi lontani, non erano sotto l’immediata vigilanza del padrone, si davano alla rapina piuttosto che alla cultura[627]: maltrattavano i bovi di lavoro, trascuravano il bestiame, non lavoravano la terra come si dovea, portavano come sparsa più semente di quella che fosse stata sparsa in realtà[628].
Un mezzo per lo schiavo di procurarsi l’ozio era quello di danneggiare gli strumenti agricoli, senza i quali era impossibile compiere il lavoro; onde gli agronomi si vedevano costretti a consigliare al proprietario del fondo di avere in doppio gli utensili necessarî[629], ovvero di avere un fabbro che li riparasse[630]. Nè sappiamo, se ed in quanto questo rimedio giovasse.
Le malattie vere e le finte, le disparizioni, l’impiego anche, pare, in opere pubbliche erano del pari tanti mezzi ed occasioni di perdite pel padrone[631].
Di fronte a tutti questi inconvenienti lo stesso prezzo tenue, a cui gli schiavi, in qualche periodo, avevano potuto essere comperati, poco giovava. Anzi, sotto un certo aspetto, l’oscillazione così forte, anzi gli sbalzi de’ prezzi degli schiavi, determinati da guerre fortunate, da larghe importazioni e da carestie, riescivano di danno per quelli, che aveano investito in servi una notevole parte della loro sostanza, e, costretti repentinamente a vendere, sentivano tutti i danni dell’improvviso ribasso. Ciò doveva senz’altro, come qualunque impiego poco stabile e sicuro, dissuadere dall’acquisto.
Si aggiungeva poi il caro crescente de’ viveri[632] in mezzo al decrescere de’ prezzi degli altri generi, e l’impossibilità di giovarsi per gli schiavi de’ provvedimenti dell’annona, specialmente delle distribuzioni gratuite di frumento.
Tutto questo complesso di fatti economici e di condizioni morali, che ne derivavano, di casi ordinari e straordinari della vita rendevano sempre più malagevoli i rapporti reciproci de’ padroni e degli schiavi, e anche quando non li rendevano più aspri, per lo meno li rendevano più incommodi. I padroni, pur senza potersene ancora completamente dispensare, trovavano molesto l’uso degli schiavi; e passava in proverbio il detto: “Tanti schiavi, tanti nemici„[633]; e si rendeva possibile, più tardi, il tipico epitaffio — il quale, magari non essendo vero, meriterebbe esser tale; tanto bene risponde alla realtà del tempo — di un padrone che faceva scrivere sulla sua tomba di avere accolta come una liberazione la morte per emanciparsi dalla servitù de’ suoi servi![634].